Esiste una differenza di genere nelle modalità di partecipazione civica?
Il punto di Labsus

Cittadine attive

Luci e ombre della partecipazione al femminile

La data dell’8 marzo è per tradizione occasione di bilanci e promesse nei confronti dell’universo femminile. Non senza retorica, si coglie l’occasione per ribadire il ruolo della donna nella società, nel mondo del lavoro, nella famiglia, evidenziando i passi in avanti e i progetti per il futuro. Labsus ha scelto di intervenire in questo dibattito con la prospettiva che gli appartiene, vale a dire quella della partecipazione politica e sociale delle donne, nel tentativo di dare una risposta ad un interrogativo di fondo: esiste una differenza di genere nelle modalità di partecipazione civica?

Al fine di non indulgere a facili trionfalismi, sono d’obbligo alcune premesse di fondo.
1. Esiste una differenza sostanziale tra la partecipazione politica tradizionale (presenza delle donne nelle istituzioni, nei partiti, nelle elezioni, ecc.) e la partecipazione sociale.
2. Nell’analisi della partecipazione sia essa politica o sociale, la variabile di genere andrebbe sempre considerata in rapporto all’età, alla collocazione geografica, al livello culturale, pena il rischio di generalizzazioni e visioni stereotipate.

Uno sguardo all’Europa

L’indagine promossa dalla Direzione generale per l’occupazione, affari sociali e pari opportunità della Commissione europea, dal titolo “Women and men in decision-making 27. Analysis of the situation and trends”, ha evidenziato come in quell’anno la media delle donne presenti nei Parlamenti dei 27 stati membri era poco più del 23%, ben al di sotto della massa critica del 3% ritenuta il livello minimo indispensabile affinché le donne possano esercitare la loro influenza nella politica.

La media europea presenta delle punte di oltre il 4% nei paesi del nord Europa – Svezia e Finlandia – con una posizione di rilievo della sola Spagna (36%) tra i paesi del bacino del Mediterraneo. A livello regionale la presenza femminile sembra essere più consistente con una media del 3% di presenze nelle assemblee regionali. Anche in questo caso, si registra una differenza significativa tra paesi quali Svezia e Francia (48%) da una parte e Slovacchia, Ungheria e Italia (15%) dall’altra.

Per quanto riguarda i governi nazionali, il rapporto è di circa tre a uno (24% donne, 76% uomini), sebbene sia possibile registrare una tendenza ad un maggiore bilanciamento delle posizioni in alcuni paesi, quali Spagna (41%), Svezia (46%), Norvegia (53%), Finlandia (6%). Il rapporto evidenzia come solo otto degli attuali 27 stati membri abbiano avuto nel passato una donna primo ministro (Regno Unito, Portogallo, Lituania, Francia, Polonia, Bulgaria, Finlandia, e Germania).

La partecipazione politica in Italia

Da una ricerca condotta dall’Istat in collaborazione con il Ministero per le Pari Opportunità, dal titolo “Partecipazione politica e astensionismo secondo un approccio di genere, presentata nel 26 , emerge che fino al 21 (XIV legislatura), l’Italia si collocava all’ultimo posto nell’Unione europea a 15 per presenza di donne in Parlamento (11,5% alla Camera e 8,1% al Senato). Da allora qualcosa è cambiato, dal momento che nell’attuale legislatura le donne costituiscono il 21,27% dei deputati (uomini 78,73%), mentre al Senato la percentuale scende al 18,32% (uomini 81,68%).

Se dai livelli “alti” della partecipazione si passa all’attività quotidiana di informazione sulla politica, dal rapporto emerge che solo il 47,9% delle donne si informa settimanalmente di politica, contro il 64,6% degli uomini; il divario di genere è meno accentuato fra le persone con meno di 25 anni, cresce poi in misura importante fino a raggiungere il massimo tra i 45 e i 54 anni, classe di età in cui le donne che non si informano sono più del doppio degli uomini. Non a caso, si fa riferimento ad una fascia d’età in cui la cura dei figli, combinata con l’impegno professionale, spesso non lascia nemmeno il tempo alle donne di leggere il giornale!

La partecipazione sociale: l’altra politica

A fronte di un quadro non certo confortante sulla partecipazione politica tradizionale, emergono delle novità nel settore della partecipazione sociale. Come evidenziato dal IX Rapporto sull’associazionismo sociale dal titolo “Anticorpi della società civile. L’Italia che reagisce al declino del paese”, curato dall’Iref e pubblicato sulle pagine di questa rivista , nel clima di sfiducia generale che sembra dilagare nel Paese, gli italiani continuano a "scommettere" sull`associazionismo sociale. Il tasso di iscrizioni passa infatti dal 18% del 22 al 23% del 26. In quest’ambito cresce la presenza delle donne, passando dal 36% al 46% in pochi anni; `tiene` il volontariato, che impegna il 14% della popolazione adulta (-1% rispetto al 22), soprattutto nelle organizzazioni del terzo settore (45%) e nelle parrocchie (38%). È evidente come in questo caso il divario uomini/donne si riduca a pochi punti percentuali rispetto alla partecipazione politica tradizionale, con delle differenze significative legate all’età, al livello culturale e al contesto territoriale.

A fronte di una diffusa sfiducia nei confronti della politica tradizionale, la partecipazione sociale è sempre più percepita come un modo alternativo di “fare politica”, se con questa espressione intendiamo l’impegno dei cittadini e delle cittadine nell’interesse del bene pubblico. Da questo punto di vista, la partecipazione sociale sembra voler dettare un’agenda politica diversa da quella ufficiale e in quest’ambito le donne possono giocare un ruolo decisivo a partire da un dato di fondo ineludibile: la loro maggiore vicinanza ai problemi. In tempi di crisi, le donne sono le prime a vivere l’esperienza della disoccupazione, della contrazione dei sistemi di welfare e dei servizi in genere, del caro spesa e possono quindi essere le prime ad individuare soluzioni alternative, che non di rado recuperano la forza delle reti sociali e della partecipazione civica, a fronte di una politica che appare sempre più chiusa in meccanismi autoreferenziali.

Il servizio civile al femminile

Un caso interessante nel vasto panorama della partecipazione al femminile, proprio perché nasce come evoluzione di un’attività esclusivamente maschile, è rappresentato dal servizio civile. I dati relativi al 28 evidenziano come il 67,64% dei giovani avviati al servizio civile sia costituito da donne, a fronte di un 32,36% rappresentato da uomini. Quasi il 5% dei volontari totali proviene dal centro-nord e il 48,38% dal sud e dalle isole (area geografica nella quale si segnala una riduzione significativa di questa forma di partecipazione pari a -6,89%). Le ragioni della rilevante presenza femminile nel servizio civile possono essere diverse e non necessariamente indicatrici di una posizione di vantaggio delle donne rispetto agli uomini. Allo stesso tempo però, si potrebbe ipotizzare che a fronte di problemi simili, quali ad esempio la difficoltà incontrata dai giovani ad entrare nel mondo del lavoro, le ragazze preferiscano non “perdere tempo” e decidano di trasformare un disagio momentaneo in un’occasione di crescita personale e formativa, dalla quale potrebbero scaturire opportunità professionali future.

La partecipazione al femminile fuori dagli stereotipi

Molte cose sono state scritte e dette sulla partecipazione femminile. Nella maggior parte dei casi l’oggetto di analisi è stato il ritardo che l’Italia presenta nella partecipazione politica tradizionale, per la quale sono state fornite interpretazioni che chiamano in causa il retaggio storico e sociale del paese. In maniera analoga, l’impegno delle donne nella partecipazione sociale è stato spesso interpretato come segnale della loro esclusione dal mondo del lavoro o come espressione di una loro collocazione sociale nel settore dei servizi di cura all’infanzia, alla terza età, ai poveri e agli emarginati.

Niente è più lontano dalla realtà di tutto ciò e al contrario l’impegno crescente delle donne nella partecipazione sociale potrebbe segnare un’inversione di tendenza, che consenta al tempo stesso di guardare alla specificità del contributo femminile alla politica. Le donne presenterebbero infatti uno spiccato “problem solving approach” che gli deriva dalla necessità di confrontarsi quotidianamente con situazioni complesse e che le porta a prendere le distanze da una politica ufficiale che, al contrario, si alimenta di un autocompiacimento dialogico che a lungo andare perde di vista i problemi reali.

La politica tradizionale inoltre, al pari dell’economia, è organizzata ancora secondo tempi e modalità d’azione maschili, che richiedono ad una donna che voglia entrarvi a far parte di “mascolinizzarsi” a sua volta, non tanto nell’’aspetto esteriore, quanto nelle modalità di azione e di gestione del potere. Al contrario, la partecipazione sociale è per definizione meno gerarchica nelle sue strutture organizzative e permette una maggiore personalizzazione dei ruoli e dei tempi di lavoro. La partecipazione sociale si conferma pertanto, come un laboratorio di sperimentazione, capace di anticipare modelli culturali e forme sociali, nonché di sovvertire una visione radicata del potere che ricalca ancora un immaginario maschile.



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