Un welfare state che, fondandosi sull ' economia sociale, sulla cooperazione e sulla sussidiarietà , sia in grado di compensare gli squilibri delle società contemporanee
Responsabilità sociale

L ‘ economia sociale ci salverà ?

Nuove prospettive oltre la crisi

È questo l’interrogativo dal quale prende le mosse l’editoriale apparso sull’ultimo numero della rivista ItalianiEuropei (3/2011) che dedica a questo tema una serie di articoli, volti ad affrontare da diversi punti di vista i possibili campi d’applicazione dell’economia sociale.
Attraverso il contributo di autori di diversa provenienza disciplinare - Mattia Granata, Stefano Zamagni, Alberto Zevi, Phillip Blond, Lorenzo Violini – la rivista ricostruisce un dibattito ricco che guarda anche ad altre esperienze europee, prima fra tutte la Big Society di David Cameron.

L’economia sociale: una ricetta contro la crisi

Le conseguenze della crisi economica, con una percentuale media di disoccupati superiore all’otto percento, con punte che superano il ventidue percento fra i più giovani, la progressiva erosione del potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni, inducono a ripensare il modello dello stato sociale. “Un welfare State che, fondandosi sull’economia sociale, sulla cooperazione e sulla sussidiarietà, sia in grado di compensare gli squilibri che, già presenti nella società italiana, si sono drammaticamente aggravati negli ultimi anni”. In questa prospettiva, l’economia sociale si presenta come un serbatoio di risorse umane ed economiche, capace di colmare le lacune dei sistemi di welfare nazionali e locali.

Welfare state vs. Big Society

Il welfare state costituisce a tutti gli effetti il terreno privilegiato all’interno del quale andare a verificare le conseguenze della crisi, sia che esso risulti “sotto pressione” o, come afferma Stefano Zamagni, sia destinato al “fallimento.
La Big Society di David Cameron, a proposito della quale la rivista ospita un articolo di Phillip Blond, direttore del think tank ResPublica, ha rappresentato un punto di svolta verso l’individuazione di un’alternativa al welfare state che trovi il suo fondamento nel fondamento stesso della società. L’avvento di un’era “post-burocratica”, che anima il progetto della Big Society, introduce una riforma dei pubblici servizi incentrata sulla devoluzione di poteri agli stessi lavoratori pubblici, organizzati in cooperative (scolastiche, sanitarie, ecc.)
Il cambiamento, per quanto non esente da critiche, è culturale prima ancora che economico e amministrativo e affonda le sue radici in una tradizione che attraversa trasversalmente esperienze del passato e del presente e che hanno costituito per molto tempo il terreno d’azione delle forze progressiste.

La grande “colpa” del welfare state

Secondo Stefano Zamagni, la grande “colpa del welfare state è stata quella di essere fondato su un presupposto fallace: “cioè sul presupposto dei due tempi la cui logica è di ascendenza kantiana: «Facciamo la torta più grande e poi ripartiamola con giustizia ». È da qui che discende la ben nota divisione di ruoli: al mercato (capitalistico) si chiede di produrre quanta più ricchezza possibile […] allo Stato, poi, il compito di provvedere alla redistribuzione secondo un qualche criterio di equità” Eppure, già Walras alla fine dell’ottocento aveva affermato: “Quando porrete mano alla ripartizione della torta non potrete ripartire le ingiustizie commesse per farla più grande”.

Oltre il welfare state


Ciò conduce secondo Zamagni al superamento del welfare mix, sulla definizione del quale si è concentrato il dibattito degli anni Novanta e all’adozione del welfare civile, fondato sull’idea che non solo l’ente pubblico, ma tutta la società deve farsi carico del welfare. “Da un lato, l’ente pubblico non può continuare a pensarsi come unico ed esclusivo titolare del diritto-dovere di erogare servizi di welfare e, specialmente, del potere di definire da solo i modi di soddisfacimento dei bisogni individuali […] Dall’altro lato, gli enti del Terzo settore devono cessare di rappresentarsi come soggetti del parastato oppure come soggetti solo funzionali alla filantropia d’impresa. Al contrario, essi devono mirare a uno status di completa indipendenza – che è cosa ben diversa dalla separazione – sia dalla sfera pubblica sia da quella del privato commerciale”.
La qualità e la completezza degli articoli fanno di questo numero della rivista un contributo importante al dibattito sul futuro dell’economia sociale e sui mutamenti culturali che essa sarebbe in grado di innescare. A volte una nuova visione del mondo non è semplicemente auspicabile, ma anche possibile a partire da processi già in atto che chiedono solo di essere riconosciuti nella loro attualità.



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