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Beni comuni e amministrazione condivisa Il punto di Labsus

Fontecchio: una comunità in ricostruzione

“Ritrovare a ritroso la Terra su cui viviamo”

È con estremo pudore che affronto alcuni concetti cardine della amministrazione dei beni comuni. È molto facile, nobile e frequente – infatti – evocare partecipazione, responsabilità collettiva, condivisione, beni comuni da parte di chi svolge il ruolo di decisore pubblico.
Da 9 anni sono il Sindaco di un piccolo paese dell’entroterra abruzzese, perfetta area interna d’Italia, isolata, fredda e colpita dal terremoto del 2009. La sfida di un amministratore in un luogo simile è perciò ardua e complicata da tutto ciò che la ricostruzione implica, in una fase storica in cui lo spopolamento e la smobilitazione dei servizi essenziali è impietosa e costante.
Sarebbe facile tentazione, in ambiti così circoscritti, agire con determinazione e velocità, viste le urgenze, le questioni tanto tecniche, assumersi le grandi responsabilità nello spirito dell’eletto che rappresenta gli elettori, senza coinvolgimento ampio.
Condividere, dialogare, partecipare una tantum è relativamente semplice e gratificante; trasformare la sporadicità in una prassi costante e diffusa è effettivamente un’azione complessa e faticosa.
A Fontecchio abbiamo intrapreso 9 anni fa un lungo, lento e nuovo percorso di amministrazione pubblica e di relazione con la comunità. Tutto è iniziato con un percorso di democrazia deliberativa (Borghi attivi) che ha coinvolto tutti i cittadini, nella descrizione dell’atlante identitario e nella elaborazione di “Linee guida per lo sviluppo locale e l’estetica del paese”. Si è trattato di un percorso completamente inusitato e di un esito molto utile all’amministrazione pubblica per l’individuazione della priorità degli interventi ritenuti necessari e importanti. Inoltre si è dimostrato, adottando il documento finale in Consiglio comunale, di riconoscere dignità ai saperi, alle convinzioni e alle aspirazioni di ogni abitante; si è sancita la relazione rispettosa e costante tra rappresentanti e cittadini. Credo che il termine emblematico che è sottinteso a tante azioni differenti che si sono succedute nel tempo nel nostro piccolo comune è RICONCILIAZIONE.
Riconciliazione tra gli abitanti e i luoghi divenuti ostili, tra gli abitanti stessi che vedono sfilacciarsi i legami e acuirsi i contrasti. Incontrarsi, prendersi cura, sentire ogni luogo e ogni bene come proprio, con i diritti di fruirne e i doveri di mantenerlo: sono questi i nostri obiettivi, come amministratori e come abitanti. Dallo scorso ottobre tutto ciò ha trovato anche una espressione fisica e duratura: circa 150 bambini e ragazzi hanno realizzato il simbolo del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto utilizzando pietre, mattoni e tegole provenienti dai cantieri di restauro delle nostre case danneggiate dal terremoto. Al messaggio di armonia dell’installazione in sé, si è aggiunto il valore dei materiali, l’importanza della creazione collettiva, entusiasta e curiosa di tanti studenti, la collocazione in un luogo in cui pavimentazione romana, convento francescano e land art contemporanea hanno trovato una sintesi perfetta.

“Ogni cosa è illuminata dalla luce del suo passato”

La questione che si pone oggi al nostro come agli altri numerosi centri in fase di ricostruzione post terremoto è infatti stringente: come dare prospettive a comunità disgregate e disorientate? Come dare senso nuovo alla fruizione di un patrimonio in cui gli investimenti pubblici sono stati così corposi? Se infatti l’aspirazione a riabitare case e riempire spazi pubblici è comune a tanti piccoli centri d’Italia e d’Europa, laddove si sono concentrati milioni di risorse pubbliche per il restauro e l’adeguamento sismico, l’imperativo morale di dare un seguito all’impegno economico è ancora più pressante. Si riuscirà a non risolvere in mera speculazione privata il valore aggiunto che i nostri centri storici avranno? E a tradurre sicurezza e bellezza in fattore di attrazione e coesione?
Con questo obiettivo anche a Fontecchio abbiamo immaginato di procedere. Innanzitutto cercando di valorizzare la compattezza, la solidarietà, il sentimento di appartenenza degli abitanti. Se la “missione” più delicata e importante di un’amministrazione pubblica è un costante percorso di educazione civica diffusa, l’acquisizione di un senso di responsabilità collettiva, condivisa, assunta sistematicamente dall’intera comunità è presupposto e scopo di tutto l’agire.
Il punto di partenza è quindi l’urgente gestione di un patrimonio comune, di un ricco complesso di valori materiali e immateriali di cui lo Stato si è preso cura e che ora sta a tutti noi mantenere e valorizzare. Si tratta del nostro complessivo patrimonio culturale, l’eredità tangibile e intangibile che costituisce il nostro esistere, appartenere, agire e perpetuarci in un luogo.
La soluzione immaginata per “usare” il patrimonio per la rivitalizzazione del borgo è stato in particolare un progetto di social housing (Casa&Bottega) che utilizza le proprietà pubbliche e private per fornire a giovani nuovi abitanti spazi dove vivere e produrre, insieme con orti urbani e lotti di bosco. Alla parte infrastrutturale si aggiungono servizi legati alla mobilità, alla produzione (assistenza fiscale, e-commerce, marchio etico…) e all’abitare. La risposta dei proprietari alla richiesta di messa a disposizione degli immobili restaurati e non utilizzati è stata molto positiva. E positiva è anche la prospettiva della gestione. Infatti il passaggio ulteriore che lo stimolo all’impegno civico comporta è l’iniziativa imprenditoriale dei residenti. Dallo scorso marzo si è costituita anche a Fontecchio una Cooperativa di comunità: interpretazione più naturale e adeguata per la gestione di tanti servizi utili a tutti, necessari per assicurare condizioni ottimali di vita e lavoro anche in un paese di 350 abitanti, verso quel complesso e difficile cammino della transizione ecologica e solidale dell’economia.

“Riconoscere l’interesse pubblico associato agli elementi dell’eredità culturale, in conformità con la loro importanza per la società”

Nessun elemento fisico può assicurare di per sé una rivitalizzazione di un luogo, se non si può constatare e prospettare una vita di qualità, di relazioni, di vicinanza. La coesione sociale, la vivacità culturale, le iniziative imprenditoriali che si stanno supportando sono il plusvalore che può fare la differenza. Quindi, punto di partenza è stato il riconoscimento di un patrimonio culturale comune, conosciuto e rispettato, poi l’attivazione di iniziative cittadine: la nascita di numerose associazioni, frequenti momenti di socialità, l’adozione di elementi del patrimonio (sentieri, monumenti, immobili) da parte di scuola, parrocchia, associazioni, pro loco, la cooperativa di comunità, appunto.
In tutto ciò l’amministrazione pubblica ha stimolato, suggerito, supportato e ha lavorato ostinatamente su azioni immediate e di lungo periodo che possono assicurare sostenibilità, redistribuzione, partecipazione e memoria. Innanzitutto la ricostruzione e la valorizzazione di una scuola; lavori pubblici coordinati a riqualificare il tessuto urbano e a rifunzionalizzarlo per nuove esigenze; la progettazione partecipata di spazi e luoghi pubblici; la creazione di uno “spazio della memoria”: museo fotografico permanente sul terremoto del 2009 e postazione di educazione alla prevenzione antisismica; la redazione di un piano di protezione civile partecipato; l’adesione e la promozione di un contratto di fiume, di una rete per la gestione sostenibile delle risorse forestali (Foresta Modello); la redazione della Carta di Fontecchio con le associazioni ambientaliste italiane per la revisione della legge sulle aree protette; la partecipazione al coodinamento regionale dell’International Council of Museums (ICOM); l’allestimento di spazi museali; la firma di Convenzioni con Atenei e Accademie per la sperimentazione nei campi dell’archeologia, dell’urbanistica, della terapeutica artistica, del design; il coordinamento di progetti d’area per lo sviluppo dell’economia rurale, la tutela ambientale, la promozione turistica; la promozione ed il supporto a tutte le fasi di attuazione della Strategia delle Aree interne nella nostra Valle; la comunicazione istituzionale, attraverso la partecipazione a convegni e trasmissioni televisive e numerose pubblicazioni.
Il dubbio subdolo che si possa creare uno iato tra amministrazione e cittadini si insinua. Soddisfare le esigenze di una comunità anziana, economicamente pacificata potrebbe essere un lavoro molto semplice. Soddisfare le esigenze contingenti, crearne di nuove, di lungo termine e lavorare per soddisfare anche quelle è un impegno più gravoso, spesso malinteso, perché non ha riscontro immediato, non ha ritorno di consenso e di gratificazione.
Ma se non si bilanciasse la quotidianità con la proiezione verso l’utopia, credo, che il servizio civile svolto dagli amministratori locali perderebbe forza e senso!
Fino al 2013 il procedere con l’approccio fin qui descritto ha sofferto di solitudine e di improvvisazione. 6 anni fa qualcosa ha dato nuovo vigore e, finalmente, il quadro di riferimento ideale al nostro lavoro. In un convegno di Federculture a Ravello abbiamo infatti conosciuto l’esistenza della Convenzione di Faro: Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società. La rivoluzionaria filosofica che ispira il testo, il riscontro trovato con le piccole azioni condotte fino ad allora e la sintonia con i componenti del network in tutta Europa ci hanno immediatamente indotti ad adottarne i principi in Consiglio comunale (primo Comune in Italia) e a diventare parte attiva del board che lavora per la sensibilizzazione e la loro diffusione.
La “necessità di mettere la persona e i valori umani al centro di un’idea ampliata e interdisciplinare di eredità culturale”, l’idea che “ogni persona ha il diritto, nel rispetto dei diritti e delle libertà altrui, ad interessarsi all’eredità culturale di propria scelta, in quanto parte del diritto a partecipare liberamente alla vita culturale”, i concetti stessi di eredità culturale e di comunità patrimoniale sono i principi che finalmente danno coerenza e riscontro al nostro lavoro.

L’eredità culturale è un insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione. Essa comprende tutti gli aspetti dell’ambiente che sono il risultato del l’interazione nel corso del tempo fra le popolazioni e i luoghi” “una comunità di eredità è costituita da un insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici dell’eredità culturale, e che desidera, nel quadro di un’azione pubblica, sostenerli e trasmetterli alle generazioni future.

“L’orgoglio della bellezza non basta”

Un patrimonio culturale ricco e integro e la vivacità sociale della comunità sono i requisiti minimi che ci permettono di svolgere il nostro piccolo ruolo di luogo accogliente, accessibile, ospitale, innovativo, sano e sicuro, dove ogni abitante è protagonista attivo, responsabile e orgoglioso di contribuire al rispetto e all’incremento della bellezza ereditata.