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Beni comuni e amministrazione condivisa Il punto di Labsus

Bene Nostro. Il patrimonio culturale oltre la dicotomia pubblico-privato

Nella gestione del patrimonio culturale il reale conflitto è tra interesse privato e interesse pubblico

L’Italia è un paese straordinario, riserva continuamente scoperte e anche sorprese imprevedibili. Il patrimonio culturale è diffuso in ogni luogo, in ogni borgo, nei centri storici, nelle campagne, nelle acque. Molti, però, sono i beni culturali troppo spesso in stato di abbandono. Si pensi alla miriade di piccoli musei, di aree archeologiche, di chiese o palazzi chiusi. È un enorme patrimonio diffuso (vera peculiarità del modello italiano) da decenni condannato al degrado e alla marginalità o, nel migliore dei casi, a una gestione del tutto insoddisfacente, che mai l’amministrazione pubblica sarà in grado di gestire da sola.

La gestione “dal basso” del patrimonio culturale

Per richiamare l’attenzione su questa situazione, il 23 febbraio 2019 si sono svolti a Firenze, nell’ambito di tourismA, la grande manifestazione organizzata dalla rivista Archeologia Viva, gli “Stati Generali della gestione dal basso del patrimonio culturale“’, che hanno visto la partecipazione di un alto numero di rappresentanti (circa un centinaio) di associazioni, fondazioni e società impegnate in tutto il territorio italiano nell’azione di conoscenza, ricerca, tutela, valorizzazione, comunicazione e gestione del patrimonio culturale italiano, con una particolare attenzione alla partecipazione attiva dei cittadini. È stato un momento significativo per far emergere una realtà ancora largamente sconosciuta, che chi scrive va sempre più scoprendo nelle sue peregrinazioni in Italia presentando i recenti libri dedicati al patrimonio culturale [1].
È un mondo fatto di persone competenti, animate da una debordante passione culturale e civile, che si sono “rimboccate le maniche” e si sono messe in gioco, spesso nell’indifferenza generale e anche con l’ostilità delle stesse istituzioni.
Questi esempi di impegno dal basso dimostrano quanto la presunta contrapposizione pubblico-privato rappresenti un falso problema, perché il reale conflitto è tra interesse privato e interesse pubblico (quest’ultimo ovviamente sempre da garantire, anche quando la gestione è affidata a privati). Bisognerebbe, cioè, applicare pienamente quanto prevede l’art. 118 della nostra bella Costituzione, quando afferma che “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Comunità di patrimoni

Grandi e piccole fondazioni, associazioni e piccole società e cooperative, singoli professionisti sono attivi, spesso in maniera scoordinata, senza adeguati supporti. Realtà che operano in silenzio tra mille difficoltà. Lo Stato e le varie istituzioni pubbliche, abbandonando definitivamente la tradizionale concezione “proprietaria” del patrimonio, dovrebbero favorire tali straordinarie energie e le vitali creatività presenti nei vari territori, sostenendo la nascita e il consolidamento delle mille iniziative diverse, indirizzandole, coordinandole, monitorandole.
Non si tratta, infatti, di chiedere un passo indietro da parte delle istituzioni pubbliche, ma, al contrario, uno in avanti, in un’ottica di vero servizio pubblico: si recupererebbero, così, e si curerebbero pezzi di patrimonio culturale restituito a nuova vita; si garantirebbe la pubblica fruizione; si svolgerebbero servizi per le comunità locali; si costruirebbero luoghi di produzione culturale.
La politica dovrebbe saper valutare, apprezzare e sostenere questi sforzi, non con l’assistenza (o peggio con l’assistenzialismo o con fondi assegnati “a pioggia”), ma con un’azione di coordinamento e indirizzo, con la rapidità delle autorizzazioni, con la trasparenza delle procedure.
Il patrimonio culturale, nello spirito della Convezione di Faro (che il nostro Parlamento continua colpevolmente a non ratificare), dovrebbe essere al centro dell’azione delle “comunità di patrimoni”, che proprio tali iniziative dal basso possono attivare, e potrebbe e dovrebbe favorire anche nuove occasioni di lavoro qualificato e di economia sana e pulita, come il caso delle Catacombe del Rione Sanità di Napoli dimostra in maniera esemplare.

Il laboratorio napoletano

Napoli è, sotto questo profilo, un laboratorio particolarmente interessante: in una recente ricerca del collega Stefano Consiglio dell’Università di Napoli Federico II sono state censite non meno di 60 realtà impegnate nella sola Napoli in attività di gestione dal basso di beni culturali; l’esame più approfondito di 40 di queste realtà ha indicato il coinvolgimento lavorativo di circa 260 operatori, oltre a volontari e stagisti, e un monte di attività che hanno mobilitato circa 8 milioni solo nello scorso anno. Si tratta, quindi, di un fenomeno tutt’altro che marginale, anche sotto il profilo occupazionale ed economico, che sottolinea la qualità e l’efficacia dell’azione svolta da numerosi soggetti presenti a Napoli come in ogni parte del territorio italiano nel recupero di beni culturali e paesaggistici, spesso condannati all’abbandono e al degrado, nella loro restituzione alle comunità locali, nell’inclusione sociale, nella creazione di occasioni di lavoro qualificato e di promozione di forme di economia sostenibile, di promozione sociale, anche in termini di sicurezza e di vivibilità di porzioni di città e di territori e di miglioramento della qualità della vita.
In uno dei frequenti soggiorni napoletani, chi scrive ha potuto visitare nell’arco di un paio di giorni di piacevole vacanza insieme ad alcuni parenti e amici, alcuni di questi monumenti e musei gestiti “dal basso”: prima al Rione Sanità per una visita alle catacombe ottimamente gestite dalla cooperativa sociale La Paranza e per un bell’itinerario tra i monumenti e i palazzi del quartiere; poi la visita di un altro monumento da pochi giorni recuperato e riaperto alla fruizione pubblica dall’Associazione Respiriamo l’Arte, la chiesetta di santa Luciella dei Librai, nota per essere la chiesa dei pipernieri (i lavoratori della pietra di piperno, che temevano i danni alla vista provocati dalla loro attività: ecco spiegata la dedica alla protettrice degli occhi); infine, la scoperta dello straordinario Museo delle arti sanitarie all’Ospedale degli Incurabili, con una ricca collezione donata da alcuni medici appassionati di storia della medicina. È stata una di quelle esperienze esaltanti, che comunicano positività e passione, nelle quali al piacere della conoscenza di pezzi pregevoli e sconosciuti di patrimonio culturale, normalmente inaccessibili, si associa l’entusiasmo nello scoprire competenze e passioni.

Non solo valore culturale

Casi come quelli napoletani sono diffusi dappertutto in Italia e capita a tutti di scoprirne sempre di nuovi. Ad esempio, a Palermo un grande monastero di clausura, dedicato a Santa Caterina di Alessandria, chiuso da anni e ora gestito dall’Associazione Pulcherrima Res, che non solo organizza le visite al monastero ma ha anche allestito un punto vendita di dolci realizzati con le antiche ricette segrete delle suore di clausura: grazie ai proventi non solo si garantisce un’occupazione ad alcuni operatori e si effettuano lavori di sistemazione del monastero, ma si gestisce anche una mensa per i poveri.
In tutte queste esperienze, infatti, il valore scientifico e culturale delle iniziative messe in campo si arricchisce anche di risvolti socio-economici rilevanti, in termini di occupazione, di creazione di piccole forme di economia, di valorizzazione di competenza altrimenti mortificate, di sicurezza e recupero anche di soggetti a rischio, di partecipazione attiva della comunità locale.
Tutte le istituzioni pubbliche, centrali e periferiche, dovrebbero conoscere, valorizzare e sostenere lo straordinario patrimonio di energie, passioni e competenze presenti nel Paese, impegnate, in varie forme, nella “promozione dello sviluppo della conoscenza e della ricerca” e nella “tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione” (art. 9 della Costituzione).
Ecco perché, a partire dagli “Stati Generali”, si sta cercando di dare vita a una rete nazionale, con referenti regionali, costituita dai soggetti impegnati nella gestione dal basso del patrimonio culturale, nella quale coinvolgere il maggior numero possibile di realtà.
Solo una rete nazionale potrà, infatti, dare più forza a ogni componente di questo sistema, condividere buone prassi e opportunità, scambiare e diffondere esperienze.

Giuliano Volpe è Professore di archeologia e rettore emerito dell’Università di Foggia, componente e presidente emerito del Consiglio superiore “Beni culturali e paesaggistici’” del MiBAC.

Foto di copertina di Elena Taverna

[1] G. Volpe, Patrimonio al futuro. Un manifesto per i beni culturali e il paesaggio, Electa, Milano, 2015; Id., Un patrimonio italiano. Beni culturali, paesaggio e cittadini, Utet, Novara, 2016; Id., Il bene nostro. Un impegno per il patrimonio culturale, Edipuglia, Bari 2019. Ho illustrato alcuni casi di gestione dal basso in particolare in Un patrimonio italiano, pp. 87-180 e anche in Id., La gestione dal basso del patrimonio culturale: viaggio nell’Italia migliore, in Il patrimonio culturale di tutti, per tutti, a cura di C. Ingoglia, Edipuglia, Bari 2018, pp. 21-51.