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I beni comuni nella prospettiva dei Critical Legal Studies

Taking Doctrine Seriously: quando il diritto genera nuovi diritti e trasforma la società
Critical Legal Studies

La sezione “Ricerche” pubblica la tesi di laurea di Enrico Maria Pedrelli, dal titolo “Taking doctrine seriously. I beni comuni nella prospettiva dei Critical Legal Studies“, che ha sviluppato una interessante riflessione sui beni comuni nella prospettiva dei “Critical Legal Studies”. Lo studio condotto dall’autore muove da questi due assi tematici, i cui percorsi tendono infine a convergere su alcuni punti chiave. Lasciamo ora a Pedrelli introdurre il proprio contributo che indaga su queste due esperienze del pensiero giuridico e politico.

Premessa

Negli anni Settanta, nel contesto delle Università di diritto statunitensi, nascevano i Critical Legal Studies (Studi Critici del Diritto). Un movimento di giovani giuristi, in particolare di professori, che avevano vissuto gli anni della contestazione e che andavano così a creare nelle accademie un “luogo politico” dove sviluppare una critica comune a ciò che loro definivano essere il “legalismo liberale dominante. Questo movimento, nel corso di una storia non poco travagliata e che arriva fino ai giorni nostri (alcuni dei suoi fondatori sono tutt’ora professori di diritto ad Harvard), ha elaborato dei concetti interessanti e che possono essere applicati anche al dibattito sui beni comuni; al pensiero di Elinor Ostrom in particolare. Può veramente il movimento dei “giuristi critici” dare nuova linfa vitale allo studio dei beni comuni?

Intellettuali europei vs intellettuali statunitensi

La tesi si apre con la conferenza di Roma del 1984, presso l’Istituto Gramsci, dove si tiene un confronto tra due dei principali esponenti e fondatori dei Critical Legal SudiesDuncan Kennedy e Morton Horwitz – con gli esponenti della “stagione critica italiana”, tra i quali spicca il nome di Stefano Rodotà. Il dibattito verte sulla questione dell’identità del giurista, sul ruolo degli intellettuali di sinistra e sul diritto: similitudini e differenze tra i critici statunitensi e quelli italiani si fanno evidenti, per poter meglio comprendere la differenza dei due contesti e i motivi che portarono alla nascita del movimento dei Critical Legal Studies. Se per gli italiani il punto è sempre stato – in un modo o nell’altro – “come influenzare la politica”, i critici statunitensi hanno sposato un altro approccio: “law is politics” (il diritto è politica), dicono, e dunque si fa politica anche e soprattutto nelle Università, e sono attori politici innanzitutto i professori.

La critica al “legalismo liberale dominante”

Dire che il diritto è politica non significa solo evidenziare come il diritto incida sulla società – cosa fin troppo evidente, come è ovvio che il diritto sia uno strumento della politica in senso stretto – ma significa dire che non può esistere una scienza giuridica pura e astratta, e che ogni istituto giuridico discende da una particolare ideologia che, se cambiata, può cambiare il diritto stesso e dunque la società: l’attività dei Critical Legal Studies è dunque rivolta a svelare il carattere ideologico del diritto, dei suoi presupposti, criticandoli e prospettando quindi alternative diverse all’esistente. La tesi illustra la critica al legalismo liberale in generale, la “critica ai giudici” portata avanti da Duncan Kennedy – e cioè la critica all’idea del giudice come soggetto terzo e imparziale, che sarebbe un’idea illusoria in quanto il giudice sarebbe un soggetto politico come tutti gli altri – e infine la “critica totale”: l’elaborazione radicale e del tutto creativa di Roberto Mangabeira Unger, che attraverso le lenti della critica giuridica mira a ricreare una sorta di “teoria del tutto”. L’idea che i Critical Legal Studies sviluppano sul rapporto tra diritto e società deriva così da un approccio decisamente strutturalista – il diritto come ideologia e coscienza che modifica le strutture della società – e sulla scia di ciò la tesi arriva anche a toccare il “problema democratico”. La democrazia è debole perché il potere sulle strutture della società non ce l’hanno solo i politici eletti; da qui l’appello di Unger alla immaginazione istituzionale: il cambiare queste strutture attraverso il diritto, rompendo i vecchi schemi ideologici e facendo emergere pratiche nuove.

Come far emergere i beni comuni

Partendo dal famoso articolo di Garrett Hardin, “The Tragedy of the Commons”, vero e proprio big bang per il dibattito sui beni comunicontemporaneo, la tesi individua tre filoni di pensiero. Il primo è quello post-operaista di Michael Hardt e Toni Negri, che nel 2009 scrivono Commonwealth. Il secondo è quello tutto italiano di Stefano Rodotà, e l’esperienza della Commissione omonima che nel 2007 venne incaricata dal Governo Prodi di riformare il regime dei beni pubblici, inserendo la definizione di “beni comuni” – progetto che fallì per la caduta del Governo, ma la nuova definizione fece comunque scuola. E infine il terzo filone è quello di Elinor Ostrom, che nel 2009 vinse il Premio Nobel proprio per le sue ricerche in campo economico sui beni comuni e sulla loro governance. Ostrom individua dei “principi di progettazione” per un’ottimale gestione dei beni comuni, e si appella al diritto come struttura capace di rendere questa gestione conveniente e dunque di promuoverla, e si appella anche ad un’azione dottrinale capace di dare supporto teorico alla filosofia dei beni comuni.
Su questi due punti si evidenzia la convergenza con i ragionamenti dei Critical Legal Studies. La visione che essi hanno del diritto, come strumento per far emergere pratiche economiche e sociali alternative (immaginazione istituzionale), è perfettamente coerente con questa concezione dei beni comuni. La conseguente visione che i Critici hanno della proprietà, per cui occorre incentivare modi alternativi di organizzazione di essa è esattamente ciò che rappresenta un bene comune. Infine la loro visione della dottrina giuridica, che “va presa seriamente” (da qui il titolo): perché essa può veramente modificare il diritto e così modificare la società.
Questa visione restituisce dunque ai giuristi la degna dimensione del loro impegno politico, e può dare nuova linfa vitale al dibattito sui beni comuni.

Foto di copertina: Cornelia Gatz da Pixabay