Una prospettiva di mobilitazione per i lavoratori dell'economia digitale e di tutela “collettiva” rispetto ai diritti contenuti all’interno del GDPR

Il mondo del lavoro è al centro di imponenti trasformazioni. Il fattore che più sembra incidere sulla nuova conformazione del lavoro è la digitalizzazione: tante professioni nel giro di alcuni anni sono divenute irriconoscibili. Basti pensare a come sono cambiate le modalità di consegna del cibo, soprattutto nelle grandi metropoli, con migliaia di rider che sfrecciano per le strade giungendo fin nelle case dei clienti. Oppure si guardi il mondo dei trasporti urbani, con i taxisti sempre più frastornati dall’esplosione di grandi piattaforme come Uber o Lyft.
C’è, poi, la sconfinata galassia delle piattaforme di “crowdworking”, che emettono chiamate di lavoro all’immensa folla (“crowd”) di utenti del web, i quali possono candidarsi allo svolgimento delle prestazioni più varie. Si passa da compiti elementari, come etichettare un’immagine o un file audio, a lavori più complessi, come traduzioni, progetti di grafica, attività di docenza.
Ad accomunare questa folta schiera di piattaforme sembra essere la loro capacità di mediare le relazioni fra lavoratori e utenti, che ha favorito un’espansione dei mercati di riferimento. Ordino un hamburger da McDonald’s attraverso un’app di food-delivery come Glovo o Deliveroo, prenoto un passaggio per l’aeroporto utilizzando Uber, richiedo un lavoro di grafica attraverso Upwork. Tra l’utente e il lavoratore c’è la piattaforma, che facilita i collegamenti e ti toglie una serie di impacci.
È stata questa, del resto, la narrazione di cui più le piattaforme si sono servite, negli ultimi anni, per celare i caratteri che nel frattempo andavano concretamente assumendo le relazioni da esse mediate. In particolare, esse si sono impegnate a nascondere la componente “attiva” degli strumenti informatici: la piattaforma deve essere concepita come un luogo neutro, semplice “marketplace” che mette in contatto venditori e clienti, senza intromettersi fra loro. I lavoratori delle piattaforme sono presentati come freelance, artefici del proprio successo o fallimento. La piattaforma non è responsabile dei tuoi scarsi guadagni come autista su Uber: i tuoi insuccessi sono dovuti, evidentemente, alla tua scarsa empatia coi clienti, alla tua non adeguata dinamicità, o ad altri tuoi sbagli.

Oltre la retorica della neutralità

Per troppo tempo queste retoriche hanno celato l’effettiva logica di funzionamento delle piattaforme: tutt’altro che semplici interfacce fra utenti, esse hanno maturato sempre più raffinate capacità nell’orientamento delle relazioni e, in particolare, nella direzione della forza lavoro. Le strategie di cui le piattaforme si avvalgono per intervenire nelle relazioni e favorire una migliore corrispondenza delle prestazioni lavorative ai gusti e ai bisogni degli utenti sono innumerevoli. Basti pensare ai dispositivi di raccomandazione: Uber, ad esempio, propina numerosissimi consigli, rilevazioni, suggerimenti di spostamento ai propri autisti, presentandoli come calcoli neutri che possono aiutare il famoso micro-imprenditore, padrone del proprio destino, a farsi largo fra i suoi concorrenti. In realtà questi meccanismi si inseriscono in complessi ecosistemi diretti a “forzare” e orientare i comportamenti, rispondendo alle esigenze dei clienti.
Oppure si guardi ai sistemi “reputazionali” con cui vengono valutate le prestazioni lavorative: nella maggior parte delle piattaforme, ogni lavoratore occupa un “ranking” in base alle valutazioni e ai giudizi degli utenti. Anche in questo modo, la piattaforma si deresponsabilizza senza rinunciare al proprio ruolo “direttivo”: piuttosto, estende enormemente le dimensioni oggetto di valutazione, affidando le sorti del lavoratore al buon cuore dei clienti.
Ed ecco che il micro-imprenditore, così magnificato dalle retoriche digitali come novello innovatore schumpeteriano, si trova ben presto a fare i conti con la propria impotenza. Subordinato ai capricci dell’algoritmo e degli utenti, è costretto a barcamenarsi per sbarcare il lunario, alle prese con una competizione forsennata per racimolare qualche soldo.

La logica “classificatoria” del controllo algoritmico 

Eppure, i meccanismi che abbiamo descritto si inseriscono entro più complessi sistemi di controllo, che hanno pressoché egemonizzato l’economia delle piattaforme digitali, minacciando in maniera sempre più violenta i diritti fondamentali degli utenti. Alla base di questi dispositivi c’è l’estrazione e l’uso dei dati che ogni giorno produciamo nelle nostre interazioni virtuali. Sull’analisi dei dati si fondano strategie algoritmiche di previsione ma anche di orientamento delle decisioni e dei comportamenti, che riescono sempre più spesso a toccare le corte profonde dell’identità e delle inclinazioni personali degli utenti.
L’intelligenza artificiale lavora attraverso classificazioni: in base ai miei gusti e alle mie preferenze sarò classificato all’interno di uno o più gruppi. Ad esempio, potrò essere inquadrato all’interno del gruppo con la passione per il basket, che si inserisce nel più ampio gruppo degli amanti dello sport. Il controllo esercitato sul singolo utente sarà il risultato dell’incrocio fra le varie strategie dirette a ciascuno dei “gruppi” entro cui egli viene classificato.
Le strategie di controllo messe in atto sulle piattaforme di lavoro, allora, riproducono – intensificandole – alcune più generali tendenze in atto all’interno della più vasta galassia delle piattaforme digitali. L’autonomia del soggetto, in questo quadro, è minacciata ben prima che egli acceda al lavoro: ad essere sotto attacco sono la sua personalità e le sue inclinazioni. Queste divengono il bersaglio di complesse strategie di potere che hanno l’obiettivo di indirizzare i comportamenti in una molteplicità di ambiti, rendendoli compatibili con gli obiettivi di guadagno di queste ultime.

Nel controllo algoritmico sono implicati dimensioni ed interessi collettivi

Se la giurisprudenza ha fatto grossi passi avanti sul fronte del riconoscimento dei diritti dei lavoratori delle piattaforme, più complessa è la situazione che riguarda, più in generale, la condizione degli utenti nell’orizzonte digitale. In Italia, le ultime pronunce giurisprudenziali che hanno avuto ad oggetto la qualificazione dei lavoratori delle piattaforme (rider e autisti in particolare) sono andate in direzione di una decostruzione del paradigma dell’autonomia. Riconoscendo la funzione direttiva della piattaforma, si è andati verso il riconoscimento della natura subordinata dei rapporti di lavoro.
Tuttavia, questo potrebbe non bastare, visto il potere di penetrazione delle piattaforme. La garanzia dei diritti dei lavoratori è possibile a condizione di assicurare alla persona il controllo sui propri dati, all’interno del complesso degli ambiti relazionali segnati dall’intermediazione delle piattaforme digitali.
La normativa europea sulla protezione dei dati personali ha fatto numerosi passi avanti da questo punto di vista: in particolare, il GDPR (General Data Protection Regulation) prevede la possibilità, per l’utente, di esercitare la propria sovranità sui dati personali che lo riguardano, riconoscendogli una serie di diritti. Essi, però, hanno un’impostazione fortemente individualistica, essendo tarati sull’iniziativa del singolo utente. Eppure, nel controllo algoritmico, come abbiamo visto, sono implicati dimensioni ed interessi collettivi, che rischiano così di non essere adeguatamente rappresentati. L’autonomia della persona può essere garantita a condizione di incidere sull’architettura complessiva delle infrastrutture digitali, permettendo alle persone di partecipare alla regolazione istituzionale delle relazioni.

Un nuovo modello collaborativo di regolazione dell’orizzonte digitale

Emerge qui la necessità di immaginare degli strumenti di co-regolazione, che permettano agli utenti di partecipare attivamente alla definizione di regole adeguate alla garanzia dei diritti fondamentali, agendo “a monte” rispetto alle logiche di funzionamento delle piattaforme digitali. In questo quadro si inserisce la possibilità di immaginare una via sussidiaria alla regolazione dell’economia delle piattaforme, che si collochi oltre il perimetro dello stato-nazione, entro l’orizzonte digitale.
Particolarmente interessante potrebbe essere l’attivazione di un canale di “Amministrazione condivisa” entro il quale singoli e formazioni sociali possano collaborare con le istituzioni pubbliche alla realizzazione delle condizioni migliori per la difesa dei diritti fondamentali nell’economia digitale. All’interno di un modello collaborativo di questo genere, potrebbero essere valorizzate le azioni di quelle organizzazioni non profit, come ProPublica, lo European Digital Rights, l’Algorithmic Justice League o l’AI Now Institute, impegnate nella decifrazione delle strutture algoritmiche e nel contrasto, anche attraverso azioni giudiziarie, dei trattamenti dei dati che producono discriminazioni o ingiustizie. Potrebbero inoltre trovare ospitalità quelle esperienze di “platform cooperativism”, che contrappongono alle piattaforme monopolistiche tipiche del capitalismo delle piattaforme dei modelli di governance a carattere democratico e inclusivo, in cui il lavoro e le relazioni siano organizzate in maniera cooperativa.
Alcune indicazioni in direzione di una valorizzazione della dimensione collettiva della protezione dei dati sono arrivate, a livello europeo, dall’adozione del Data Governance Act, in cui viene introdotta anche la possibilità di istituire delle “cooperative di dati”. Tale possibilità, però, deve necessariamente inserirsi all’interno di un modello di governance più complesso, in cui le dinamiche collaborative siano concretamente sostenute e valorizzate.
Un modello di Amministrazione condivisa può offrire una prospettiva di mobilitazione e tutela “collettiva” rispetto ai diritti contenuti all’interno del GDPR. Inoltre, esso dovrebbe avere la possibilità di intervenire ad un livello che preceda i concreti effetti dei trattamenti algoritmici, investendo la stessa regolamentazione degli spazi digitali e, in particolare, delle relazioni mediate da piattaforme. Si articolerebbe, così, un processo di democratizzazione delle istituzioni, che attualizzerebbe quella prospettiva di un “costituzionalismo” dal basso già preconizzata da Stefano Rodotà, realizzando una nuova mediazione fra sovranità e autodeterminazione.

Giacomo Pisani è dottore di ricerca in Diritti e Istituzioni e ricercatore presso Euricse (Trento). Si occupa di nuove forme di welfare, lavoro, beni comuni, teoria sociale del diritto. Tra le sue pubblicazioni, “Piattaforme digitali e autodeterminazione”, Mucchi, Modena, 2023.

Foto di copertina: Brett Jordan su Unsplash

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