Il principe, il rospo ed i beni comuni

- 7 ottobre 2015

Cosa sono i beni comuni? Per anni abbiamo risposto a questa domanda dicendo che i beni comuni sono quei beni che “se arricchiti arricchiscono tutti, se impoveriti impoveriscono tutti”. E’ una risposta che funziona bene come “griglia” per capire se un bene può essere considerato bene comune oppure no. Per esempio la scuola, intesa come bene comune materiale (l’edificio) e immateriale (l’offerta formativa), è certamente un bene che se arricchito arricchisce tutti, se impoverito impoverisce tutti. Per la stessa ragione anche la legalità è un bene comune immateriale. Ma anche i dialetti lo sono, alla luce di questa definizione, perché la loro straordinaria varietà ci rende tutti più “ricchi” culturalmente, mentre la loro perdita ci renderebbe più “poveri”.

La definizione della commissione Rodotà

Un’altra definizione possibile di beni comuni è quella della Commissione presieduta da Stefano Rodotà e nominata dal Ministro della giustizia nel 2007 per riformare le norme del Codice Civile relative ai beni pubblici. Secondo la Commissione, sono beni comuni “quei beni a consumo non rivale, ma esauribile, come i fiumi, i laghi, l’aria, i lidi, i parchi naturali, le foreste, i beni ambientali, la fauna selvatica, i beni culturali, etc., i quali, a prescindere dalla loro appartenenza pubblica o privata (in realtà quasi sempre pubblica, a parte i beni culturali), esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo delle persone e dei quali, perciò, la legge deve garantire in ogni caso la fruizione collettiva, anche in favore delle generazioni future”.

Il Regolamento introduce un elemento nuovo

Entrambe queste definizioni sono utili e colgono aspetti importanti dei beni comuni, ma entrambe considerano tali beni in maniera astratta, come se i beni comuni fossero delle entità a se stanti che producono, non si sa bene come, effetti positivi o negativi sulla vita delle persone.
La diffusione in tutta Italia del Regolamento sulla collaborazione fra cittadini e amministrazioni per la cura dei beni comuni, presentato circa venti mesi fa a Bologna, ha introdotto un elemento nuovo che a sua volta influisce sulla definizione dei beni comuni. Esso ha infatti consentito di inquadrare giuridicamente le attività di cura dei beni comuni finora compiute spontaneamente dai cittadini attivi, regolando con precisione ruoli e responsabilità rispettive dei cittadini e delle amministrazioni e dando durata nel tempo alle attività di cura, sviluppo e rigenerazione.
Il Regolamento, in altri termini, ha creato un legame duraturo e strutturato fra la comunità composta dai cittadini attivi ed i beni comuni materiali e immateriali oggetto del loro intervento. Così facendo, ha reso evidente qualcosa che fino ad ora era rimasto in qualche modo sullo sfondo, cioè il legame essenziale che si crea fra una determinata comunità insediata in un territorio ed un determinato bene comune.

Fra comunità e bene comune c’è un legame essenziale

Tale legame è essenziale da due punti di vista. In primo luogo da quello della cura del bene stesso, perché come abbiamo detto altre volte i beni comuni sono al tempo stesso locali e globali e dunque soltanto la comunità nel cui territorio quel bene si trova può concretamente prendersene cura. Innanzitutto per vivere meglio essa stessa, ma anche per consentire a tutti gli altri esseri umani presenti e futuri di godere eventualmente di quel bene.
In secondo luogo, il legame fra una determinata comunità e un determinato bene è essenziale perché è la comunità che, dando vita ad un’attività di cura condivisa di quel bene, identifica quel bene (pubblico o privato) come un bene comune, cioè un bene che produce sulla vita delle persone gli effetti individuati nelle due definizioni riportate sopra, quella di Labsus e quella della commissione Rodotà.
Detto in altro modo, dietro ogni bene comune c’è una comunità.

Due categorie di beni pubblici, dal punto di vista dei cittadini

Abbiamo detto che la comunità identifica, anche implicitamente, un certo bene pubblico o privato come bene comune nel momento in cui comincia a prendersene cura. Ma, sebbene questa affermazione sia valida per entrambi i tipi di beni, per quanto riguarda i beni privati la questione è particolarmente complessa, anche perché va a toccare quello che Stefano Rodotà in suo saggio definì anni fa il “terribile diritto”, cioè il diritto di proprietà privata.
Tralasciamo dunque per il momento il ruolo che una comunità può avere nel definire un bene privato come bene comune e facciamo riferimento soprattutto ai beni pubblici, che per definizione dovrebbero avere uno scopo di pubblico interesse. Questi ultimi, se ci si pone dal punto di vista dei cittadini attivi che intendono prendersene cura, si possono distinguere in due categorie, quelli abbandonati o sottoutilizzati e quelli per così dire in piena “attività di servizio nell’interesse pubblico”.

I beni pubblici abbandonati

Quelli cui si pensa di solito quando si parla di cura condivisa dei beni comuni sono i beni pubblici abbandonati, di cui il nostro Paese (ma non solo il nostro) è pieno. Non esistono studi attendibili sui beni pubblici abbandonati o sottoutilizzati, ma tutte le stime indicano che si tratta di un fenomeno di proporzioni enormi, con centinaia di migliaia, forse milioni di beni immobili non più utilizzati dalle amministrazioni pubbliche centrali e locali per i fini per cui erano stati costruiti e dunque ora abbandonati o sottoutilizzati.
Spesso si tratta di edifici anche pregevoli dal punto di vista architettonico, con enormi spazi vuoti, costosissimi da restaurare e di cui nessuno sa realmente cosa fare. E intanto, secondo la nota teoria delle finestre rotte, producono degrado e abbandono.

Una favola per aiutare a capire

Ma come fa una comunità ad identificare uno di questi beni pubblici abbandonati come bene comune? Qual è il percorso seguito, quale potere viene esercitato?
Il modo migliore per capirlo è far ricorso ad una favola, quella del principe che a causa di un maleficio diventa un rospo, ma poi una principessa lo bacia e lui ridiventa un principe.
Immaginiamo una scuola elementare in un paese di montagna alcuni anni fa. Era piena di bambini, di allegria e di vita, un bene pubblico pienamente al servizio della sua comunità. Quella scuola, seguendo lo schema della favola, era veramente un principe.
Ma arriva il maleficio sotto forma del calo demografico, in quella comunità nascono meno bambini, tenere aperta quella piccola scuola di montagna costa troppo, viene chiusa e lentamente degrada. La scuola, sempre nello schema della favola, a questo punto è diventata un rospo.
Passa qualche anno e la comunità che vive in quel paese decide che è un peccato che la loro ex scuola elementare sia ridotta in quelle condizioni. Si crea un’associazione, si trova qualche finanziamento e tutta la comunità si attiva per rimettere in ordine l’edificio della ex scuola elementare per farci qualcosa di utile per tutti. Nello schema della favola, la principessa bacia il rospo e lo trasforma di nuovo in principe!

Una nuova identità come bene comune

Quella scuola era un bene pubblico abbandonato. Diventa un bene comune nel momento in cui la comunità lo “riconosce”, per così dire, come bene comune, dandogli una nuova identità come bene di tutti, non più come bene pubblico, cioè del comune o dello Stato. E questa nuova identità non è un fatto meramente nominalistico, non è una classificazione in un registro, bensì deriva da un’azione, da un intervento molto concreto e reale che, oltretutto, deve durare nel tempo, affinché il bene rimanga un bene comune.

Dall’interesse pubblico all’interesse generale

C’è un altro aspetto importante dell’intervento della comunità sul bene pubblico abbandonato che si capisce ricorrendo di nuovo alla favola. Il rospo grazie al bacio della principessa ridiventa un principe, ma non è più lo stesso di prima, perché mentre era un rospo ha fatto delle esperienze che come principe non avrebbe mai fatto. Applicato alla realtà, questo vuol dire che la ex scuola elementare diventata bene comune grazie all’intervento della comunità non è più la stessa di quando era un bene pubblico in piena attività di servizio alla comunità.
Diventando un bene comune cambia identità ma soprattutto cambia il suo modo di essere utile alla comunità. Prima aveva una funzione di interesse pubblico, adesso ha una funzione ancora più ampia, di “interesse generale”, per riprendere la disposizione dell’art. 118 ultimo comma della Costituzione. E non è la legge a decidere quale debba essere e come debba estrinsecarsi tale funzione, bensì sono i cittadini stessi che di quel bene si stanno prendendo cura.

Cura, non manutenzione

Adesso forse è più chiaro in che senso diciamo che dietro ogni bene comune c’è una comunità. E’ l’azione di cura della comunità che trasforma il bene pubblico abbandonato in bene comune. Anche per questo non usiamo mai, per descrivere quello che fanno i cittadini attivi, il termine “manutenzione” ma sempre il termine “cura”, perché ci si prende cura di qualcosa di fragile, come può essere un cucciolo, un bimbo o, appunto, un bene pubblico abbandonato.
In sostanza, la comunità si assume una responsabilità verso un certo bene ma prima di tutto verso se stessa. E, come tutte le responsabilità, anche questa dura nel tempo e comporta che l’impegno di cura sia costante e duraturo in modo da garantire che il bene comune rimanga tale nel corso del tempo.

La Scuola Di Donato a Roma

Dunque, prendendosi cura di un bene pubblico abbandonato una comunità lo identifica, molto concretamente, come bene comune. Ma si può applicare lo stesso schema anche ai beni pubblici per così dire in piena “attività di servizio nell’interesse pubblico”?
Forse sì, come dimostra l’esempio della Scuola Di Donato di Roma, nel quartiere Esquilino. In questa scuola primaria da circa dieci anni l’Associazione genitori organizza tutti i pomeriggi, dalle ore 16.00 alle ore 22.00, decine di diverse attività. Quindi, come dice uno dei fondatori dell’Associazione genitori, la Scuola Di Donato dalle ore 8.00 alle ore 16.00 è un bene pubblico, dalle ore 16.00 alle ore 22.00 è un bene comune. O meglio, rimane un bene pubblico, al cui interno però in quelle ore dei cittadini attivi si prendono cura di quel bene comune immateriale che è l’offerta formativa. E’ come se il bene comune immateriale di cui si prendono cura i cittadini attivi si “accendesse” soltanto in certe ore, per poi “spegnersi” in altre, in attesa di “accendersi” di nuovo.
Rispetto al caso del bene pubblico abbandonato questo evidentemente è molto più complicato, anche perché il bene pubblico al cui interno i cittadini si prendono cura del bene comune immateriale “offerta formativa” rimane soggetto alla disciplina giuridica dei beni pubblici, così come coloro che vi lavorano continuano ad essere dipendenti pubblici. Ma se si riesce, come nella Scuola Di Donato, a trovare delle soluzioni funzionali ed organizzative adeguate alla complessità della situazione, questo tipo di esperienze potrebbe diffondersi con grande vantaggio per intere comunità.

Una magia, un carisma

C’è un’ultima, grande questione (per la verità ce ne sarebbero molte, ma per il momento ci concentriamo su questa). A che titolo, con quale legittimazione, una comunità può, prendendosene cura, “riconoscere” un bene pubblico abbandonato come bene comune? Un bene pubblico è tale in virtù di una norma di legge, ma un bene comune, in virtù di quale potere una comunità di cittadini può decidere che esso è tale?
Una possibile risposta sta nell’art. 118 ultimo comma, che legittima i cittadini ad attivarsi nell’interesse generale, perché prendersi cura di un bene pubblico abbandonato è sicuramente un’attività di interesse generale. Un’altra possibile risposta sta nell’art. 3, 2° comma, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono non soltanto il pieno sviluppo della persona umana, ma anche l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla vita politica, economica e sociale del Paese. Prendersi cura di un bene pubblico nell’interesse generale è sicuramente una forma di partecipazione alla vita del Paese.
Ma forse la risposta vera alla questione della legittimazione è un’altra, non giuridica. Perché nella favola il rospo baciato dalla principessa ridiventa principe non in virtù di un potere, ma di una magia. E infatti i cittadini attivi non esercitano un potere, ma un carisma.

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