È ormai comune affermare che i dati costituiscano il “nuovo petrolio”. L’espressione richiama anzitutto il valore economico assunto dai dati nell’economia digitale, ulteriormente accresciuto dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’analogia, tuttavia, può essere spinta oltre: mercato digitale e mercato petrolifero appaiono entrambi riconducibili a un modello di capitalismo estrattivo.

Secondo una recente ricostruzione, l’estrattivismo si caratterizza per l’appropriazione di risorse, l’accumulazione del capitale e la concentrazione del potere, il trasferimento di ricchezza tra soggetti e territori e, infine, la capacità di incidere sulle forme di vita umane e non. Tali elementi trovano una significativa proiezione nell’economia digitale: i dati prodotti dagli utenti vengono acquisiti e trasformati in risorse economicamente rilevanti; la loro disponibilità concentra capitale e potere nelle imprese dotate delle infrastrutture necessarie alla loro elaborazione; il valore generato si trasferisce dai soggetti e dai contesti in cui i dati sono prodotti verso chi li sfrutta; l’estrazione dei dati finisce così per condizionare comportamenti e relazioni sociali.
Come noto, il consolidamento di tali poteri digitali ha indotto l’Unione europea a intervenire su più fronti per ridurre le asimmetrie e rafforzare le forme di controllo, secondo un’impostazione regolativa oggi oggetto di parziale revisione. Tuttavia, occorre ricordare che l’UE, in particolare tramite il Data Governance Act (DGA), ha promosso un modello differente da quello estrattivo, fondato sull’intermediazione dei dati. Per comprenderne la portata occorre allora chiarirne i tratti essenziali.

L’intermediazione dei dati nel Data Governance Act

Attraverso la regolamentazione dei servizi di intermediazione si intende affiancare al modello fondato sulla concentrazione dei dati presso i soggetti in grado di estrarne valore un diverso assetto, nel quale la loro condivisione è affidata a soggetti terzi (gli intermediari) chiamati a mettere in relazione i titolari dei dati, da un lato, e i potenziali utilizzatori (utenti dei dati), dall’altro.
L’idea è quella di porre le condizioni affinché la circolazione dei dati possa avvenire in un contesto di maggiore fiducia e controllo da parte di coloro che mettono a disposizione i propri dati, personali e non. Per evitare che anche gli intermediari possano trasformarsi, a loro volta, in nuovi poteri digitali, sfruttando i dati acquisiti, la regolamentazione eurounitaria prevede specifici requisiti di neutralità rispetto all’utilizzazione dei dati intermediati e, più in generale, promuove una separazione tra intermediazione e utilizzo del dato. In questo modo, l’intermediario non può sfruttare i dati raccolti, fungendo invece da guardiano rispetto ai possibili usi fatti da terzi. Il modello qui brevemente descritto ha una serie di pregi. In primo luogo, consente di sopperire ad alcune carenze strutturali del mercato digitale, basti pensare ai limiti del consenso informato al trattamento dei dati personali. L’intermediazione garantisce che un soggetto neutrale verifichi che i dati siano trattati correttamente, senza sopravvalutare l’autodeterminazione informativa dei singoli, troppo spesso limitata o compromessa in un mercato sempre più rapido e caratterizzato da dark patterns. In secondo luogo, sul piano economico si garantisce che i dati siano valorizzati secondo modalità capaci di trattenere almeno una parte maggiore del valore generato all’interno dell’economia europea, anziché alimentare processi di accumulazione facenti capo a grandi operatori stabiliti al di fuori dell’Unione.

Un modello collaborativo: le cooperative di dati

Tra le forme di intermediazione previste dal DGA, particolare rilievo rivestono le cooperative di dati. Si tratta, invero, di un modello già emerso nella prassi prima dell’adozione del regolamento europeo, con esperienze sviluppatesi in settori molto diversi, dalle costruzioni alla telemedicina e ai trasporti (per un’analisi approfondita cfr. questo volume). Il tratto comune risiede nell’organizzazione della circolazione dei dati secondo una logica mutualistica: i dati possono essere condivisi tra i membri, utilizzati nell’interesse comune, messi a disposizione di altre cooperative o trasferiti a soggetti terzi. Il DGA recepisce tale fenomeno attraverso la nozione di «servizi di cooperative di dati», riferita ai servizi di intermediazione offerti da strutture costituite da interessati, imprese individuali o PMI che ne siano membri. La cooperativa di dati non identifica, dunque, una particolare categoria di soggetti o una specifica forma organizzativa: il regolamento definisce piuttosto i servizi di cooperative di dati, che possono essere offerti tramite diverse strutture organizzative. L’elemento qualificante è infatti soprattutto teleologico: tali strutture devono aiutare i membri nell’esercizio dei diritti relativi ai dati, consentire loro di confrontarsi sulle finalità e sulle condizioni del trattamento o negoziare collettivamente tali condizioni. La cooperativa introduce così nell’intermediazione una componente ulteriore rispetto alla semplice neutralità del terzo: organizza collettivamente gli interessi dei soggetti che detengono i dati, riequilibrando l’asimmetria che affligge il loro rapporto con gli utenti dei dati.

Un esempio: WeCity

Un esempio consente di comprendere meglio le potenzialità del modello. Emblematico è il caso di WeCity, società olandese che opera come fornitore di servizi di intermediazione e indicata, tra le attività esercitate, anche come fornitrice di servizi di cooperative di dati, come attestato in un recente report. WeCity opera prevalentemente nell’ambito delle smart cities, mettendo a disposizione una piattaforma attraverso cui amministrazioni e altri attori urbani possono reperire e scambiare dati e servizi. Il modello è significativamente decentrato: i dati rimangono presso la fonte e vengono resi accessibili in forma federata, mantenendo in capo al loro titolare il controllo su destinatari e finalità della condivisione. La piattaforma mira, inoltre, a integrare non soltanto dati comunali, ma anche quelli detenuti da imprese energetiche, operatori del trasporto pubblico e gestori del verde, affiancando all’intermediazione servizi quali registri dei sensori installati negli spazi pubblici, strumenti IoT e attività di armonizzazione dei dati. WeCity dichiara infatti di collaborare stabilmente con diverse amministrazioni nella realizzazione della città intelligente. Il caso mostra così come i servizi di cooperative di dati possano assumere una dimensione territoriale, organizzando la circolazione di risorse informative prodotte da una pluralità di attori locali e mettendole al servizio della gestione di interessi riferibili alla comunità.

Dalle cooperative di dati all’amministrazione condivisa

Il rilievo delle cooperative di dati nei rapporti con le amministrazioni non si esaurisce nella funzione di intermediazione tra cittadini che mettono a disposizione i propri dati e soggetti interessati a utilizzarli. Esperienze come quella appena descritta mostrano una possibilità ulteriore: i dati possono divenire una risorsa attorno alla quale organizzare forme di collaborazione tra amministrazioni, cittadini e altri attori del territorio per la cura di interessi riferibili alla comunità. È in questa prospettiva che il fenomeno delle cooperative di dati può essere maggiormente apprezzato se collocato all’interno del paradigma dell’amministrazione condivisa, fondato sul superamento del tradizionale rapporto bipolare tra amministrazione e amministrati e sulla valorizzazione, ai sensi dell’art. 118, co. 4, Cost., dell’autonoma iniziativa dei cittadini nello svolgimento di attività di interesse generale. Come noto, la Corte costituzionale, nella ormai celebre sentenza n. 131 del 2020, ha riconosciuto nel principio di sussidiarietà orizzontale il fondamento di un ambito di organizzazione delle «libertà sociali» «non riconducibile né allo Stato, né al mercato», ma fondato su relazioni di solidarietà. Pur nella diversità dei contesti, una tensione analoga sembra emergere nelle cooperative di dati: esse possono rappresentare una “terza via” rispetto tanto alla concentrazione delle risorse informative presso grandi operatori privati quanto alla loro gestione esclusivamente pubblica, entrambe suscettibili di tradursi in forme di potere digitale. La dimensione cooperativa valorizza invece forme collaborative di governo dei dati, trasformandoli da asset da estrarre in risorsa condivisa a beneficio della comunità. La riconducibilità delle cooperative di dati all’amministrazione condivisa emerge anche da un lessico comune. Emblematica è la «fiducia», posta dal DGA alla base dei rapporti tra titolari e utenti dei dati e, nell’amministrazione condivisa, tra i principi fondamentali della gestione dei beni comuni, sino a figurare nell’art. 3 del prototipo di regolamento Labsus.

Le cooperative di dati dalla teoria alla pratica

Le potenzialità descritte non devono tuttavia nascondere le difficoltà del modello. Le cooperative di dati devono sostenere costi tecnologici, organizzativi e di compliance, mentre la costruzione di flussi di ricavo sufficienti può risultare difficile, soprattutto quando il valore prodotto è collettivo. Non sorprende che alcune esperienze abbiano incontrato problemi di sostenibilità: emblematico è il caso di Polypoly, società spesso richiamata tra le data cooperatives, assoggettata nel 2023 a procedura di insolvenza. A ciò si aggiunge l’ancora limitata diffusione, nel quadro del DGA, di servizi di cooperative di dati. Queste difficoltà non impongono però di abbandonare il modello. A questo riguardo può essere utile riferirsi all’esperienza dell’amministrazione condivisa dei beni comuni: le prime esperienze incontravano incertezze su responsabilità, assicurazioni, procedure e rapporti con gli uffici, cui si è risposto attraverso una prassi che, partendo dal prototipo del regolamento e dei patti di collaborazione, ha poi affinato il metodo collaborativo. La diffusione di tali strumenti mostra che sperimentazione locale e apprendimento istituzionale procedono insieme, portando a sistemi di amministrazione pienamente sostenibili.
Inoltre, proprio le metodologie sviluppate nella gestione condivisa dei beni comuni possono rappresentare un riferimento per trovare applicazioni utili al modello della cooperativa di dati. In questa prospettiva, le cooperative di dati possono essere lette non come un modello compiuto, ma come un laboratorio aperto di governo collaborativo delle risorse digitali, un nuovo ambito digitale in cui può trovare nuova realizzazione il modello dell’amministrazione condivisa.

Simone Franca è ricercatore (RTD-A) presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento.

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Immagine di copertina: Markus Spiske su Unsplash