Sussidiarietà 1997-2007

Il tempo della sussidiarietà

Un ' idea che riemerge a più riprese fino alla definizione del 2001

L’articolo 118 ultimo comma è frutto di un confronto tra diverse realtà durato oltre un decennio.
Ma è anche la risposta positiva e attiva dei cittadini alla crisi delle istituzioni e alle carenze del sistema di welfare.

La sussidiarietà orizzontale, così come sancita dall’articolo 118 ultimo comma della Costituzione, è figlia di visioni, culture e tradizioni diverse, fra loro anche conflittuali. È la storia di un’idea, in fondo, quella che Giuseppe Cotturri – tra i ‘padri’ della formulazione costituzionale – traccia nel suo saggio introduttivo al primo rapporto curato da Labsus. Testo che riprende la sua relazione a convegno di Urbino Soggetti e culture della sussidiarietà, tenuta nel novembre 26, con alcuni tagli e diverse integrazioni.

Il 118 come superamento di visioni di parte

La riflessione sul tema della sussidiarietà si fa strada nell’ultimo decennio del novecento, attraverso una volontà del legislatore di riconoscere e sostenere le autonome espressioni della società civile. Dietro questa scelta si nasconde, in realtà, una non celata concorrenza anche tra le diverse forme di volontariato e di associazionismo, ciascuna delle quali ha lavorato più per l’affermazione di propri spazi che in vista di un principio generale. Un paradosso, giustamente segnalato dal saggio di Cotturri, riguarda da un lato l’affacciarsi del Terzo Settore nella legislazione in forma ‘strutturata’, dall’altro l’affermazione, attraverso l’articolo 118, del riconoscimento dell’autonoma iniziativa dei cittadini, che colloca la cittadinanza attiva tra le forme di manifestazione della sovranità popolare al pari delle istituzioni rappresentative. “Il principio affermato nel 118.4 insomma – scrive Cotturri – non è il compimento naturale di un percorso lineare: ne è il rovesciamento, l’inaspettato granello di sabbia nel motore, che apre scenari nuovi”.

Tra politica e partecipazione

È proprio a questo spazio che si apre, a questo percorso non lineare, che sono dedicate le pagine di Cotturri, che raccontano la storia dell’emergere di un’idea di cittadinanza attiva in alternativa a quella di un volontariato che occupa spazi lasciati vacanti dalle istituzioni statali. Un’idea che si affaccia, sotto la spinta delle associazioni e di alcuni politici, in bicamerale nel 1997-98, ma che non riesce ad affermarsi allora. E che, sorprendentemente, riemerge quasi parola per parola nella formulazione definitiva dell’articolo 118 ultimo comma della Costituzione nel 21. Il decennio in questione è, non va dimenticato, quello segnato da ‘mani pulite’ e dalla ‘spallata referendaria’. Ma anche, come sottolinea giustamente Cotturri, quello della crisi dei sistemi di welfare pubblico con la ricerca conseguente di vie alternative alle inefficienze dello stato. Uno scenario nel quale acquista assoluta centralità la dimensione locale che, come spiega il saggio, “sembrava riassumere in modo pregnante l’intreccio delle questioni: riforma dello stato accentrato, riforma del rapporto pubblico-privato, riforma del welfare locale”.

Un laboratorio di esperienze

È proprio sul territorio che si rintracciano quelle iniziative che segnano, nelle parole di Cotturri, quel “fare quotidiano di centinaia di migliaia, talvolta milioni di cittadini che da un quarto di secolo nel nostro paese, come in altri tra quelli più avanzati, hanno profuso risorse proprie, materiali e di intelligenza, acquisendo competenze altrimenti insostituibili, per la produzione e preservazione di beni comuni, la tutela associata dei diritti, la qualità delle relazioni sociali, accanto e ben oltre quanto pubblici bilanci e apparati burocratici possano dare”. Quel modello, insomma, di “amministrazione condivisa” che genera capitale sociale. Questo spiega in parte come mai, nel 21, nel momento in cui si intraprese una riforma in senso federalista dello stato, la classe politica abbia accolto e riconosciuto il ruolo della società civile. “Credo infatti – scrive Cotturri – che sia proprio il combinarsi del principio di sussidiarietà verticale (avvicinare ai cittadini, nei Comuni, la responsabilità istituzionale primaria dell’intervento pubblico) con la sua accezione orizzontale (favorire quel che autonomamente i cittadini possono fare), che rende credibile il disegno”. Un “movimento circolare” che è fatto di un apprendere insieme di governanti e governati.

In allegato il saggio di Giuseppe Cotturri


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