Coabitiamo con una classe dirigente di cui non ci fidiamo... per quanto tempo ancora?
Il punto di Labsus

Coabitiamo, ma non ci fidiamo

La crisi del governo Prodi è pericolosamente diversa dalle altre, perché fra elettori ed eletti ormai c'è un baratro di sfiducia, diffidenza, risentimenti.
I signori del Palazzo stanno cercando una soluzione per uscire in qualche modo da una situazione che loro stessi hanno creato, ma il vero problema di cui dovrebbero urgentemente preoccuparsi è come ridare a noi fiducia nella nostra classe dirigente. Un impegno di lunga lena, mentre il Paese è smarrito.

In una Repubblica parlamentare, come la nostra, tutto il sistema dei pubblici poteri si fonda su un duplice rapporto di fiducia.
Da un lato, la fiducia degli elettori nei confronti dei propri rappresentanti eletti in parlamento, dall’altro la fiducia di questi ultimi (o meglio, della loro maggioranza) nei confronti del governo.
E’ un flusso di fiducia ascendente, dagli elettori agli eletti, a chi governa.
Che si interrompa l’ultima parte di questo flusso fiduciario rientra nella fisiologia delle istituzioni parlamentari, tant’è vero che diversi governi sono caduti per questo motivo. Del resto il voto di fiducia è lo strumento normale per verificare la tenuta di un governo ed il suo rapporto con il parlamento.

Anche la fiducia è un bene comune

Ma ciò che rende questa particolare crisi di governo pericolosamente diversa dalle altre è l’interruzione totale del flusso di fiducia che partendo dagli elettori dovrebbe arrivare agli eletti e attraverso questi al governo.
Tutte le rilevazioni condotte in questi ultimi mesi dicono la stessa cosa. Gli italiani non si fidano più di nessuno di coloro che in teoria dovrebbero dirigere il Paese, nelle istituzioni ma anche fuori da esse. Invece danno fiducia alle associazioni di volontariato, forse perché vedono nei volontari quel modello di comportamento disinteressato e solidale che vorrebbero fosse di tutta la classe dirigente.
Diceva Guido Carli, quando era governatore della Banca d’Italia, che il principale bene pubblico di cui i governanti devono prendersi cura è la fiducia dei cittadini, perché senza fiducia non si investe, non si fanno programmi, non si rischia.
E invece la nostra classe dirigente, di destra e di sinistra, è riuscita in pochi anni nel capolavoro di distruggere quel poco di fiducia nelle istituzioni che gli italiani, da sempre scettici nei confronti della politica, erano faticosamente andati maturando dal dopoguerra in poi.

“Noi” e “loro”

Adesso fra gli elettori e coloro che in teoria dovrebbero rappresentarli nelle istituzioni c’è un vuoto attraverso cui non fluisce più quell’energia silenziosa che fa la forza delle democrazie, la fiducia nei confronti della classe dirigente.
Ormai da tempo siamo “noi” da una parte, “loro” dall’altra, lontani, separati da un abisso di diffidenza, risentimenti, persino disprezzo.
Certamente tutto questo non è giusto nei confronti di coloro, pochi o tanti che siano, che nelle istituzioni lavorano seriamente, avendo come riferimento il bene comune e non il tornaconto individuale. Ma in questa fase l’opinione pubblica non è più disposta a fare distinguo, di “loro” non ci si fida più.
Siamo un popolo senza classe dirigente, anzi, peggio, coabitiamo con una classe dirigente di cui non ci fidiamo, ma per quanto tempo ancora potrà durare questa situazione?
La risposta la conosceremo nei prossimi mesi. Una fase si è chiusa e la lunga transizione che dura dall’inizio degli anni Novanta in un modo o nell’altro sta per terminare, anche se nessuno in questo momento può dire quali saranno i nuovi equilibri su cui si assesterà il Paese.



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