Possiamo uscire dalla crisi migliori di come ci siamo entrati. Dipende solo da noi.
Il punto di Labsus

Tre password per entrare nel nuovo anno

Come trasformare la crisi in un'occasione di crescita

Conoscere le parole d’ordine, le password, è indispensabile se non si vuole essere esclusi dallo spazio che esse proteggono.
Anche l’accesso al nuovo anno appena iniziato, questo 2009 così minaccioso, dovrebbe essere protetto da password, in modo che chi si accinge ad entrarvi sia pienamente consapevole di cosa l’aspetta e di come ne dovrebbe percorrere i giorni.
Ne proponiamo tre, di parole d’ordine. Ci possono aiutare ad opporre alla crisi quella "reazione vitale" che ci ha chiesto il Presidente della Repubblica.

E’ usanza antica quella di chiedere la parola d’ordine a chi vuole entrare in uno spazio delimitato e controllato. Le sentinelle la chiedevano a chi si avvicinava all’accampamento o alla fortificazione, i moderni software la chiedono a chi vuole entrare in uno dei tanti spazi virtuali protetti appunto con password di vario tipo.
In entrambi i casi conoscere le parole d’ordine, le password, è indispensabile se non si vuole essere esclusi dallo spazio che esse proteggono.
Anche l’accesso al nuovo anno appena iniziato, questo 29 così minaccioso, dovrebbe essere protetto da password, in modo che chi si accinge ad entrarvi sia pienamente consapevole di cosa l’aspetta e di come ne dovrebbe percorrere i giorni.
Ne proponiamo tre, di parole d’ordine, fra loro intrecciate.

Solidarietà

La prima parola d’ordine per il nuovo anno dovrebbe essere solidarietà, intesa nella sua accezione originaria, dal latino solidus, che vuol dire “intero, compatto, unito”, da cui per estensione il significato di "coesione sociale, reciprocità".
Perciò pagare in solidum era il termine con cui si indicava l’obbligazione da parte di un individuo, appartenente ad un gruppo di debitori, di pagare integralmente il debito.
E’ in Francia, con la Rivoluzione del 1789, che il termine solidarietà ha assunto la valenza odierna di sentimento di fratellanza che devono provare tra di loro i cittadini di una stessa nazione libera e democratica.
E’ a questa idea di solidarietà come fratellanza che deve essersi ispirato il Presidente della Repubblica quando nel suo discorso di fine anno ha detto che ci aspetta una grande prova: “quella della nostra capacità di unire le forze, di ritrovare quel senso di un comune destino e quello slancio di coesione nazionale che in altri momenti cruciali della nostra storia abbiamo saputo esprimere. Ci riuscimmo quando dovemmo fare i conti con la terribile eredità della seconda guerra mondiale : potemmo così ricostruire il paese, far rinascere la democrazia, stipulare concordemente quel patto costituzionale che è ancora vivo e operante sessant’anni dopo, creare le condizioni di quella lunga stagione di sviluppo economico e civile che ha trasformato l’Italia. E ci riuscimmo ancora quando più tardi sconfiggemmo il terrorismo”.

Uniti contro la crisi

In questa accezione la solidarietà diventa una parola d’ordine che ci riguarda tutti. Non è soltanto la solidarietà nel senso più diffuso del termine, cioè quella che chi sta meglio deve provare verso chi sta peggio, di cui pure ci sarà gran bisogno per aiutare tanti vecchi e nuovi poveri.
E’ soprattutto la solidarietà intesa come fratellanza fra pari, uniti nella resistenza contro un comune avversario, la crisi economica.
Dobbiamo essere solidali fra di noi non solo perché è giusto ma molto più semplicemente perché è l’unico modo per affrontare una crisi di queste dimensioni. Questa è la più grave crisi degli ultimi 8 anni, una grande ondata a cui si può resistere solo opponendo un fronte compatto. Chi pensa di potersi salvare da solo si illude.
Ma dobbiamo essere solidali anche nel senso di considerarci tutti obbligati in solidum verso gli altri uomini e verso il pianeta, ricordandoci che noi abitanti dell’Occidente consumista abbiamo contratto molti debiti sia verso il resto dell’umanità presente e futura, sia verso il pianeta le cui risorse abbiamo così sconsideratamente saccheggiato.

Sobrietà

Ecco perché la seconda parola d’ordine per accedere con consapevolezza al nuovo anno è sobrietà.
Il significato etimologico di “sobrietà” fa riferimento ad una persona che non si ubriaca, quindi che sa apprezzare il vino senza abusarne al punto di perdere il controllo di sé. Essere sobri non vuol dire pertanto fare a meno dei beni, bensì usarne con moderazione, per non danneggiare se stesso e gli altri.
Ma la sobrietà non è solo auto limitazione nell’uso dei beni, che pure è necessaria se non vogliamo distruggere il mondo. È anche e soprattutto uno stile di vita. Uno stile fatto di semplicità e di rispetto verso gli altri: evitare gli sprechi, rispettare la natura, non sentirsi padroni del mondo, ma averne cura.
È il contrario di quella esasperata centralità dei propri desideri per cui in nome della loro soddisfazione tutto è permesso, fino a dominare i beni e le persone, secondo il principio per cui "tutto ciò che mi è possibile fare è, per ciò stesso, buono".
Non per nulla la sobrietà si accompagna alla giustizia, anzi, è una delle forme che può assumere la giustizia.

Usare, non abusare dei beni

Oggi non possiamo più accettare la definizione che gli antichi Romani davano del diritto di proprietà, inteso come ius utendi et abutendi, “diritto di usare ed abusare”. Dei beni è giusto usare, ma non abusare, per il semplicissimo motivo che il mondo non è nostro, ci è soltanto dato in uso per un tempo limitato e abbiamo il dovere morale di trasmetterlo alle generazioni che verranno dopo di noi in condizioni migliori di quelle in cui ci è stato dato.
La crisi ha provocato e ancor più provocherà molte sofferenze e situazioni di povertà. Non sono frutto del caso, ma della cupidigia umana. Se negli anni dal 22 al 26, l’ultimo periodo in cui l’economia americana ha avuto una crescita, l’1 per cento (l’uno per cento!) della popolazione americana ha sequestrato (non c’è altro termine possibile per indicare quello che è successo) i due terzi della ricchezza prodotta in quel periodo, vuol dire che nel nostro sistema c’è qualcosa di profondamente sbagliato.
Ecco perché per entrare nel 29 ci vuole la parola d’ordine della sobrietà, insieme con quella della solidarietà. Perché se non vogliamo ripetere gli stessi errori è indispensabile che usciamo da questa crisi (perché prima o poi ne usciremo) consapevoli che i beni non sono importanti in sé, ma per ciò che ci consentono di fare e di essere.

Sussidiarietà

Infine, la terza parola d’ordine è sussidiarietà, dal latino subsidium afferre, “portare aiuto”.
Nell’antica Roma le legioni subsidiarie erano formate da truppe fresche che nelle retrovie attendevano di dare il cambio alle truppe che combattevano in prima linea. In Italia oggi le truppe fresche sono i cittadini, sono loro che decideranno le sorti della battaglia contro la crisi.
Lo ha detto il Presidente della Repubblica nel suo discorso di fine anno. Possiamo farcela, ha detto, come ce l’abbiamo fatta altre volte. Ma dipende da tutti, non solo dalle forze politiche “anche se è essenziale che queste escano da una logica di scontro sempre più sterile… Sono chiamate alla prova tutte le componenti della nostra società, l’insieme dei cittadini che ne animano il movimento, in una parola l’intera collettività nazionale. Questo è lecito attendersi dalle generazioni che oggi ne costituiscono la spina dorsale: un’autentica reazione vitale come negli anni più critici per il paese".


Possiamo farcela

Il Presidente auspica una “reazione vitale” perché sa che noi italiani siamo bravi a reagire alle emergenze (un po’ meno a gestire l’ordinaria amministrazione, ma questo è un altro discorso).
E in effetti per superare la crisi seguita alla sconfitta militare ed alla caduta del fascismo furono essenziali gli “spiriti animali”, la voglia di riscatto di un’intera generazione che dopo anni di guerra e di stenti si buttò a capofitto nella ricostruzione per raggiungere livelli di vita migliori. Tra il 195 ed il 1973 i redditi degli italiani triplicarono. Non eravamo ancora ricchi come i tedeschi ed i francesi, ma comunque milioni di italiani per la prima volta in vita loro uscirono dalla miseria.
Gli anni Settanta e in parte anche gli anni Ottanta furono invece gli anni cupi, gli “anni di piombo”. Ogni mattina si apriva la radio con angoscia, aspettando la notizia di un altro attentato. Cambiavano le etichette che i terroristi apponevano alle loro azioni, ma la ferocia ed il disprezzo per la vita umana erano le stesse da entrambe le parti. Tenemmo duro, non ci lasciammo impaurire né distrarre dai nostri doveri ed alla fine ne uscimmo senza neanche troppi danni al sistema delle libertà fondamentali.

I nemici fuori e dentro di noi

Oggi ciò a cui dobbiamo reagire non sono, come nel dopoguerra, le distruzioni materiali e morali ereditate dalla guerra. Né, come negli anni di piombo, la follia omicida di piccoli gruppi di esaltati. Oggi gli avversari a cui dobbiamo opporci sono da un lato fuori di noi e si chiamano disoccupazione, impoverimento, riduzione di opportunità, dall’altro sono dentro di noi e si chiamano sfiducia, incertezza, paura del futuro.
Sono avversari temibili, ma non più di quelli che abbiamo già affrontato e vinto in passato. E anche questa volta, come nella ricostruzione postbellica, la risposta dipende essenzialmente da noi cittadini, perché noi abbiamo le risorse, le capacità e le idee che saranno risolutive per vincere questa battaglia.
Siamo noi cittadini le truppe sussidiarie, quelle da chiamare in campo quando lo scontro volge al peggio. Lo scrivevamo già nel maggio 26 in una lettera aperta all’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi, ricordandogli da un lato che i cittadini sono portatori di competenze che potrebbero dare un contributo prezioso alla rinascita di un Paese stanco e sfiduciato, dall’altro che senza la collaborazione dei cittadini le istituzioni non ce la possono fare a risolvere i sempre più numerosi e difficili problemi del vivere quotidiano.

La Costituzione ci aiuta

La Costituzione, affermando che le istituzioni debbono favorire "l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà " (art. 118, ultimo comma), legittima finalmente i cittadini ad essere soggetti attivi e quindi a prendersi cura, insieme con le istituzioni, dei beni comuni.
Ed il bello di questa nuova forma di libertà solidale e responsabile fondata sulla sussidiarietà è di essere alla portata di tutti, perché essere cittadini attivi non richiede chissà quali doti o competenze, né l’iscrizione ad associazioni di volontariato o simili. E’ sufficiente fare cose concrete, anche molto semplici, prendendosi cura di beni il cui mantenimento ed arricchimento è nell’interesse di tutti.

La sussidiarietà è un progetto

Per questo oggi è possibile "ripartire dai cittadini, con i cittadini", fondando sulla sussidiarietà una nuova alleanza fra istituzioni e cittadini contro la crisi. Un nuovo patto, come quello che Roosevelt propose all’America in un momento altrettanto drammatico.
Se infatti migliaia di cittadini, in tutta Italia, si mobilitassero prendendosi cura dei beni comuni insieme con le amministrazioni, in una sorta di quotidiana "manutenzione" del Paese, l’effetto complessivo sarebbe straordinario, sia in termini di crescita del livello della convivenza civile, sia in termini pratici, di miglioramento della qualità della vita di tutti.
Sarebbe come un’iniezione di ricostituente per un organismo debilitato, perché una società con una forte presenza di cittadini attivi è una società in cui tutti vivono meglio ma è anche una società più competitiva, in quanto la cittadinanza attiva è un fattore potente di innovazione dell’intero sistema.
Sotto questo profilo più che un principio o una parola d’ordine la sussidiarietà è un progetto. Un progetto per una società di cittadini attivi, responsabili e solidali.

Universal and Voluntary Citizen Service

Lo sa anche il nuovo Presidente degli Stati Uniti che se non si mobilitano i cittadini non si esce da questa crisi.
In un articolo intitolato "L’Obama-sussidiarietà", pubblicato quando ancora non si sapeva chi sarebbe stato eletto, abbiamo documentato dettagliatamente le varie misure che Obama ha previsto nel suo programma per mobilitare le energie di tutti i settori della società americana, dagli studenti ai pensionati, dagli insegnanti ai veterani di guerra.
Obama lancerà dalla Casa Bianca una vera e propria chiamata all’attivismo civico per gli americani, convinto che essi siano pronti a servire la collettività, ma che non gli sia stato chiesto in maniera sufficientemente chiara o che non sappiano come fare a prendersi cura dei beni comuni.
Per questo ha elaborato un piano diretto a favorire la cittadinanza attiva. Si chiama Universal and Voluntary Citizen Service e si articola attorno a tre grandi progetti: incoraggiare il servizio civile per affrontare le grandi sfide contemporanee, tra cui il cambiamento climatico e l’estensione della copertura dei servizi sanitari e scolastici; integrare l’educazione all’attivismo civico nei programmi scolastici ed universitari così che gli studenti al termine del loro percorso formativo abbiano accumulato almeno 17 settimane di servizi per la comunità; espandere la capacità delle organizzazioni nonprofit di innovare ed espandere i programmi di successo al resto del Paese.
Obama fa leva su quella straordinaria tradizione americana di selfgovernment che tanto colpì Tocqueville nel suo viaggio in America. Noi possiamo altrettanto efficacemente far leva da un lato sulla legittimazione costituzionale del principio di sussidiarietà, dall’altro sulla disponibilità di moltissimi cittadini, già in più occasioni dimostrata, a mobilitarsi per il bene comune.



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