Tutti possono contribuire alla sicurezza delle città , ma vanno posti limiti precisi.
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Sicurezza partecipata? Sà¬, ma serve chiarezza

Dopo il lancio di bombe carta contro i locali della “gay street” di Roma, avvenuto il 1 settembre scorso, si torna a parlare di “sicurezza partecipata”. Un concetto che, sebbene sia ancora privo di una definizione chiara e univoca, merita senza dubbio di essere approfondito.

Tentativi di promuovere la partecipazione attiva dei cittadini all’azione di contenimento dei fattori di rischio che producono insicurezza e deteriorano la qualità della vita nelle aree urbane sono stati messi in atto da numerose amministrazioni, sia di centrodestra che di centrosinistra, sia al Nord che al Sud. Si tratta, dunque, di un’esigenza diffusa che alimenta, però, divisioni e scontri non solo tra i due schieramenti politici ma anche all’interno di essi. Il problema nasce dalla natura ancora indefinita che caratterizza il concetto di sicurezza partecipata e soprattutto la sua applicazione pratica.
Un primo significativo passo verso una maggiore chiarezza è stato compiuto con la sottoscrizione del “Patto per Roma sicura” da parte del prefetto di Roma, del sindaco di Roma, del presidente della Provincia di Roma e del presidente della Regione Lazio. Il “Patto”, sottoscritto il 18 maggio 27 e aggiornato il 29 luglio 28, afferma la necessità di “includere nel modello di sicurezza partecipata e sussidiaria tutti i cittadini” e impegna i firmatari “a intensificare forme di collaborazione con le istituzioni scolastiche e con le associazioni di volontariato, sostenendo percorsi formativi di prevenzione dei fenomeni di devianza sociale”; “ad introdurre al lavoro persone ‘senza fissa dimora’, grazie all’opera di cooperative sociali e mediante accordi con le organizzazioni di categoria”; “a proseguire nell’esperienza degli sportelli antiracket e antiusura, d’intesa con l’associazionismo impegnato su questo fronte”; a realizzare “una rete di sicurezza sussidiaria col personale delle diverse società pubbliche che operano nel campo della mobilità”.
Nel concreto la sicurezza partecipata è stata avanzata nei giorni scorsi come risposta agli atti di violenza che hanno colpito la comunità omosessuale romana. Dino Gasperini, delegato del sindaco di Roma per il centro storico, ha affermato: “cominceremo proprio dalla gay street l’attuazione del protocollo ‘sicurezza partecipata’, che affida ai commercianti il controllo del decoro della loro strada in cambio di sconti sulla fiscalità”. Il comitato “Gay street”, da parte sua, si è dichiarato disponibile a prendersi in carico il decoro della via, in collaborazione con l’associazione dei residenti del Celio, precisando però che “la serenità di chi frequenta la strada deve essere garantita dalle forze dell’ordine”.
Se riteniamo che i cittadini abbiano il dovere e il diritto di prendersi cura dei beni collettivi e se consideriamo la sicurezza delle città un bene comune primario, nel senso che rappresenta la premessa essenziale per poter godere di altri beni (quali, ad esempio, il verde cittadino, le attività culturali, il trasporto pubblico) allora non possiamo non considerare desiderabile un coinvolgimento di tutti nella realizzazione di questa che è una precondizione del vivere civile. L’importante è capire come ciò debba realizzarsi e quali limiti non debbano essere oltrepassati.


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