In Italia un futuro migliore è possibile: è una questione di prospettive
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Bilancio partecipativo, l’icona della sussidiarietà

Presentazone del libro di Yves Sintomer e Giovanni Allegretti

Democratizzazione, sensibilizzazione, modernizzazione amministrativa. La presentazione del volume “Bilanci partecipativi in Europa” ha offerto il pretesto per discutere delle molteplici finalità dello strumento creato a Porto Alegre 20 anni fa e diffuso ormai in tutto il mondo. Ma l’Italia non è l’America latina e l’Europa si muove in direzione opposta rispetto alle altre grandi potenze. Tra manifestazioni di entusiasmo e disillusioni, le esperienze personali dei partecipanti e le risposte degli autori.


Il bilancio partecipativo è a tutti gli effetti uno degli esempi più evidenti e più noti della volontà di procedere da un ‘dire no’ a un ‘fare con’. Ne sono convinti gli autori del volume “Bilanci partecipativi in Europa” (Ediesse editore, 29) Giovanni Allegretti e Yves Sintomer: il primo è un urbanista, ricercatore presso il Centro di studi sociali dell’Università di Coimbra, il secondo è professore di sociologia politica all’Università di Parigi VIII e fa ricerca nella capitale francese e a Berlino. Alla sala della Mercede della Camera dei deputati, in occasione di un’iniziativa promossa fra gli altri dal Centro di studi e iniziative per la riforma dello stato (Crs), hanno discusso del libro rappresentanti di realtà istituzionali e associative, ciascuno con la propria esperienza da raccontare.

Testimonianze e opinioni

“Il bilancio partecipativo è una pratica fortemente dipendente dal contesto”. La parola d’ordine del professor Ernesto d’Albergo, dell’Università la sapienza di Roma, è glocale: “Questo libro rappresenta un’analisi scientifica, segnala analogie e differenze, fa capire che ogni forma di partecipazione ha un carattere distintivo” . Da qui un’amara constatazione: “Le esperienze nostrane hanno dimostrato che minore è la portata in gioco, quindi più è alto il grado di prossimità istituzionale, più efficace è il processo decisionale condiviso. Le poste in gioco rilevanti invece non possono essere toccate differentemente da quanto accade in America latina”.

Una testimonianza ‘agrodolce’ è offerta da Susanna Fantino, presidente del Municipio Roma IX, ossia di quella realtà istituzionale che propone il bilancio partecipativo pur non godendo dell’autonomia di bilancio. “E’ il potere centrale che alloca le risorse”. E allora qual è il senso di tale pratica? “Questo libro così come la nostra attività ha un valore pedagogico. Il cittadino sa che il suo impegno non servirà a nulla perché non è il municipio a decidere. Partecipare tuttavia non significa esclusivamente democratizzare perché la condivisione delle scelte significa far aumentare la consapevolezza del cittadino”.
Sul concetto di modernizzazione amministrativa insiste invece Luigi Nieri, assessore al bilancio e alla partecipazione della regione Lazio. “La Regione non amministra perché questo compito spetta ad altre istituzioni, se lo fa ci riesce male perché è quella più lontana dai cittadini. Il nostro ruolo è andare in aiuto delle amministrazioni locali per renderle più attive. Pochi sanno che nel Lazio più di 1 comuni hanno avviato processi di partecipazione. Ma bisogna costantemente combattere con chi ti risponde che la tv non l’ha detto”.
“L’ottimismo dal fallimento” è la massima con cui Anna Paola Peratoner si presenta. E’ ex consigliera delegata al bilancio partecipativo del Comune di Udine. Ex per l’appunto, due lettere che esprimono un significato amplio e illuminante: “Sono stata coordinatrice del progetto di costruzione del bilancio partecipativo ad opera di un gruppo della società civile, mi sono convinta ad entrare in politica ma, pur essendo stata la più votata nella lista Sinistra Arcobaleno, l’incarico di assessore è andato a chi lo ricopriva in passato perché a quest’ultimo erano andate male le elezioni. Ho accettato la delega alla partecipazione ma quando si è trattato di nominare i 1 delegati di quartiere, il Pd ne ha imposti 8”. Da qui le sue dimissioni.
“Anche la partecipazione di pura facciata ha un gran valore- esordisce Angelo Cirasino, responsabile comunicazione della Rete nuovo municipio- ma bisogna distinguere fra movimenti virtuosi e movimenti viziosi, vedi le ronde. Una realtà sicuramente lodevole è quella della confederazione elvetica: qui si va oltre la pura facciata ed è stato notato come l’autorealizzazione dei cittadini sia molto maggiore”.
Parola agli autori

Yves Sintoner
e Giovanni Allegretti tengono a precisare che il libro è il risultato di una ricerca collettiva, in fieri perché verrà pubblicata in diversi paesi, finanziata dalla fondazione dei sindacati tedeschi. Il professore francese traccia un’analisi comparativa: “In Europa abbiamo assistito ad una dinamica dei bilanci partecipativi molto diversa rispetto all’America latina: nel primo caso top-down, nel secondo bottom-up perché, se nel vecchio continente il tempo della partecipazione è iniziato molto prima ma la raccolta è avvenuta quando l’impulso si era ormai esaurito, in America del Sud un movimento sociale molto ampio ha accompagnato i cambiamenti”.

Per Allegretti anche la giustizia sociale deve essere un fine dei bilanci partecipativi: “Si discute sempre di mobilità, cultura, ambiente, mai di welfare. In questo campo è come se ci fosse un dualismo tra società civile e politica. Se si creasse l’impulso a partecipare anche su questi temi, si genererebbe un movimento di solidarietà, perché si scoprirebbe anche il bisogno di chi ci sta attorno”.

Al deputato del Pd Walter Tocci una conclusione condivisa e già esposta da diversi ospiti: “Se si osserva la situazione italiana dall’alto, verso chi ci governa, le prospettive sono angoscianti, eppure le radici sono ancora solide: a differenza di molti altri paesi c’è una grande partecipazione della società civile, ciò che ci permette di guardare al futuro”.



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