L ' Italia disciplinata da una vecchia legge del 1912, è una vera e propria " fabbrica di stranieri "
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Diritto di cittadinanza a chi nasce in Italia

E ' quello che chiede la società civile al seminario " Nati qui "

L’associazione “Più Culture” ha organizzato un seminario, al quale ha partecipato anche il Prof. Gregorio Arena Presidente di Labsus, per approfondire e sensibilizzare sulla questione della cittadinanza delle seconde generazioni, cioè di coloro che essendo nati in Italia da genitori stranieri, si ritrovano ad essere stranieri in patria.

La conferenza

Lunedì 3 novembre 29, la facoltà di Scienze della comunicazione della Sapienza di Roma ha ospitato il seminario “Nati qui. Diritto di cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia” organizzato dall’associazione Più Culture. L’incontro, presieduto dal vice preside della facoltà Bruno Mazzara, ha avuto come fulcro l’aperto dibattito con tutti i presenti ed ha ospitato come relatori Mohammed Abdalla Tailmoun, portavoce nazionale di “G2 Seconde generazioni”, l’Onorevole Roberto Zaccaria membro della Commissione “Affari costituzionali” della Camera dei Deputati ed il professor Gregorio Arena, Presidente di Labsus.

Una legge troppo vecchia

A seguito della proiezione del film “Sei del mondo” di Camilla Ruggiero, Mohammed Abdalla Tailmoun ha chiarito alcuni aspetti della vigente legge sulla cittadinanza sottolineando come, sebbene questa sia stata riformata nel 1992, trova le proprie origini nel lontano 1912, epoca affatto diversa dall’attuale, durante la quale l’Italia si trovava ad essere terra di emigrazione verso altri continenti.

L’inadeguatezza della legge vigente si evidenzia soprattutto riguardo al modo in cui disciplina la cittadinanza delle seconde generazioni, cioè di tutti coloro che pur avendo entrambi i genitori di origini straniere, sono nati in Italia. Sebbene non molti ne siano a conoscenza, bisogna sapere che questi ragazzi, a tutti gli effetti italiani perché in Italia sono nati, cresciuti, in Italia hanno studiato e hanno tutta la loro vita, non sono considerati cittadini della Repubblica. Hanno una sola possibilità di essere riconosciuti tali, nell’arco di tempo che va dal diciottesimo al diciannovesimo compleanno, dimostrando la residenza continuativa e la regolarità del soggiorno dei genitori. Come si può immaginare, riuscire a rintracciare tutti gli incartamenti relativi ai diciotto anni di permanenza in Italia è molto difficile, cosa complicata ancor di più dalla scarsa informazione e dalla scarsa efficienza della burocrazia. Inoltre se questi ragazzi, in cerca della propria cultura, passano qualche tempo nel paese di origine la cosa diventa praticamente impossibile.

La “fabbrica di stranieri”

Così si produce l’assurdità: persone nate, cresciute e che hanno il proprio futuro in Italia, finita la minore età che gli garantisce ampi diritti, diventano adulti immigrati, rischiano di essere considerati “irregolari” e di essere rispediti nel paese di origine…Ma quale paese di origine se sono nati, cresciuti in Italia? Costoro non sono legati a nessun altra nazione se non quella che gli ha dato la cultura, non conoscono il paese di origine dei genitori, non ne conoscono la lingua.

Ecco dunque che l’Italia, per colpa di questa vecchia legge, si trova ad essere una vera e propria “fabbrica di stranieri”.

Jus sanguinis e jus soli

Questo perché la norma in questione è legata al principio dello jus sanguinis, legge del sangue, alla quale si dovrebbe e potrebbe contrapporre lo jus soli, legge della terra. Gregorio Arena ci ricorda infatti come la scelta dello jus sanguinis abbia le proprie origini nel periodo in cui l’Italia esportava emigrati in tutto il mondo e quindi, per mantenere i legami delle famiglie di origini italiane con il nostro paese, fu naturale applicare questo principio. Diversamente, grandi paesi scarsamente popolati, come per esempio l’Argentina o gli Stati Uniti, bisognosi di immigrazione per produrre quella crescita che li ha portati fino ad oggi, applicavano (ed applicano) il principio dello jus soli, così da garantire a chi decideva di rimanere nei loro confini, di far nascere una famiglia regolarmente e stabilmente.

Stranieri in patria

Oggi abbiamo 6. bambini nati in Italia da genitori di origini straniere, fra pochi anni saranno milioni. Consentirgli, tramite la legge della terra, di avere la cittadinanza italiana non è importante soltanto per motivi di solidarietà o convivenza, ma è semplicemente una questione di giustizia e logica. Cos’altro dovrebbero essere se non italiani?

I Parlamentari di buona volontà

Intanto il mondo politico si sta muovendo; lo conferma l’Onorevole Roberto Zaccaria sottolineando come gli approfondimenti e i negoziati dovranno portare per fine 29, inizio 21 ad un testo da discutere in Parlamento. Per ora in Camera ci sono 12 progetti di legge, tra cui il progetto bi-partisan Granata-Sarubbi, controfirmato da vari parlamentari “di buona volontà” di diversa provenienza politica.

Richiamando l’importanza della mobilitazione su questi temi della società civile, l’Onorevole spiega anche come sia importante, per raggiungere il principio dello jus soli, disciplinare diligentemente le regole per la stabilità dei genitori, introducendo anche prove per la naturalizzazione, che consentiranno di creare la base per una solida legge tramite la quale non ci siano più impedimenti a considerare italiani coloro che nascono in Italia.

La cittadinanza: un patto

La cittadinanza deve infatti essere un patto e non un premio, deve essere concessa a coloro che nella propria vita collaborano alla costruzione del nostro Paese. Tramite il principio dello jus soli inoltre si potrà regolare in maniera adeguata e con rinnovato vigore la situazione di tutti gli stranieri attivi in Italia.

La conferenza ha trovato tutti concordi nel ritenere questo il momento di rimboccarsi le maniche e darsi da fare affinché sia possibile, nel futuro prossimo, regolare una situazione inadeguata e fare finalmente giustizia per il bene dell’Italia e dei suoi cittadini.



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