I beni comuni rendono possibile l'ordine sociale, cioè una vita sociale ordinata
Il punto di Labsus

Beni comuni: il significato delle parole

I beni comuni e la loro semantica (2)

I beni comuni sono beni che sono riconosciuti come tali dalla società e dallo stesso genere umano. E sono riconosciuti come beni prima ancora che come risorse economiche. La società cercherà poi di regolare sempre meglio il rapporto tra beni e risorse, con regolazioni spesso molto complesse ed a volte anche contraddittorie. Ma l'elemento fondamentale consiste nella condivisione necessaria, nell'essere i beni comuni il presupposto necessario per la vita sociale di tutti, il fondamento di una vita in comune.

All’inizio di un percorso sui beni comuni le prime domande spontanee sono:
• cosa sono questi beni?
• cosa li distingue da altri beni?
• in che senso sono beni e perché comuni?
Sono stati fatti molti tentativi di rispondere a queste domande soprattutto nell’ambito della teoria economica. Più avanti arriveremo a delle definizioni analitiche, ma è intanto interessante riflettere sulla semantica di queste parole.

I beni sono cose sociali

In primo luogo, i beni sono cose sociali, cioè sono oggetti di un qualche tipo che hanno una funzione sociale o che sono il risultato di processi sociali. Tra le tante cose sono beni quelli che l’uomo apprezza in quanto gli permettono la vita sociale. In quanto presupposti essenziali o come fattori di qualità della vita e in generale come cose che permettono di trattare i problemi sociali. In particolare saranno beni quelli che si prestano a trattare, ridurre, risolvere i problemi sociali. In generale possiamo dire che sono beni quelle cose sociali che ci permettono di lottare contro i mali sociali. E questa descrizione corrisponde anche a ciò che normalmente intende il senso comune con il riferimento a beni: qualcosa che risolve un problema, che soddisfa un bisogno.
Torneremo in un altro intervento sulla questione dei mali sociali. Ma intanto notiamo che una parte di questi mali deriva da processi naturali indifferenti al benessere del genere umano, come nelle cosiddette catastrofi naturali. Un’altra parte importante di mali è di origine sociale, cioè deriva dal modo stesso di funzionare della vita sociale. Anche i beni comuni in parte sono naturali, per esempio l’ecosistema o il clima, in parte sono il prodotto di processi sociali. Bene è una cosa sociale riconosciuta e apprezzato per il suo valore positivo, proprio anche per la sua funzione di contrasto ai mali.

Beni naturali ed artificiali

Guardiamo ancora alla parola bene: si riferisce ad un oggetto con determinate caratteristiche, ma è anche una valutazione, ovvero un valore. Valutazione e valore sono socialmente istituiti. Si capisce perciò che l’universo dei beni varia storicamente a seconda dei valori di riferimento, ma almeno un nocciolo duro di beni è da sempre riconosciuto come patrimonio dell’umanità (secondo la dichiarazione dell’Unesco che si riferisce a beni culturali e ambientali valutati di valore universale). Si tratta di beni o unici o eccezionali per qualche qualità o di altissimo valore strategico per la vita sociale. Un paesaggio, un capolavoro artistico o un ecosistema. Quanto più la società è tecnologicamente primitiva, tanto più dipende da beni comuni naturali. Quanto più è complessa o artificiale tanto più i beni cognitivi e sociali diventano strategici. Ma l’idea stessa di complessità fa capire che in realtà nelle società più sviluppate diventa più forte l’interazione tra naturale ed artificiale, e cruciale l’intreccio tra beni comuni naturali ed artificiali (o cognitivi). Questo è un punto decisivo per la nostra valutazione attuale dei beni e per la definizione di strategie mirate a preservali.

I beni sono (anche, non solo) risorse

Conviene ora notare la distinzione tra bene e risorsa. Un bene diventa risorsa quando diventa fattore produttivo in un processo sociale. Così siamo abituati a dire che un territorio è risorsa per lo sviluppo, in quanto rende possibili certe attività economiche, o produce delle rendite. Oppure consideriamo un mare pescoso come una risorsa, in quanto la sua pescosità (carattere positivo del bene), rende possibile un’attività economica (la pesca) e contribuisce all’alimentazione umana.
Troveremo molto spesso i beni trattati come risorse, soprattutto in una società in cui i beni contribuiscono all’accumulazione e i cui esiti sono misurabili con il denaro. Ma la trasformazione di beni in risorse (economiche) è un problema peculiare che non può essere dato per scontato e che comunque incide sulla natura e sullo status dei beni. Un bene culturale che sia attrattore turistico è esposto ad usura e anche a modificazioni più o meno reversibili. Alle sue riconosciute funzioni o valori sociali e culturali si aggiunge quella economica che può facilmente diventare dominante. Diciamo che i beni comuni sono anche risorse economiche ma che la loro funzione non si può ridurre al loro essere fattore di produzione.

Beni comuni e ordine sociale

Torniamo quindi alla semantica del “bene”. Sottolineiamo in essa la nozione fondante che ciò che una società o il genere umano riconoscono come bene è qualcosa di fondativo, preliminare, essenziale, necessario e non facilmente sostituibile, né riducibile al solo valore economico o di mercato, sebbene anche i valori di mercato siano possibili e dotati di senso solo sullo sfondo di un’ampia enciclopedia di beni riconosciuti come tali, prima ancora di diventare risorse utili e valorizzabili. Ma stiamo parlando di beni comuni, cioè di beni condivisi, anzi di beni che hanno la peculiarità di fondare il legame sociale stesso.
Perciò il discorso sui beni comuni ci conduce al cuore dell’ordine sociale, alla questione: come è possibile l’ordine sociale cioè una vita sociale ordinata, e quindi deliberata, riflessiva, capacitante? Anche per questa ragione è bene evitare all’inizio ogni riduzionismo economico, intendendo subito che i beni sono risorse, termine questo che implica una relazione di utilità. Più specificamente in società dominate dal motivo del denaro e del profitto i beni comuni servono a ricordarci l’esistenza di altre relazioni sia sociali sia tra uomo e natura diverse da quelle del reciproco sfruttamento. Essa esiste senz’altro, come è evidente, ma mentre è chiaro che l’uomo può volgere a suo vantaggio (per esempio per l’attività agricola o turistica) il clima, è anche chiaro che il clima è un presupposto della vita umana sulla terra. Ciò che è presupposto come condizione necessaria non può essere che in parte “appropriata” cioè trattata come risorsa.
Allo stesso modo che, mentre posso dire certamente che io sono il mio corpo, anche perché senza corpo non avrei una mente, non posso dire però di essere il proprietario del corpo che io sono (i sistemi giuridici regolano minuziosamente eventuali parziali relazioni proprietarie tra un sé e il suo corpo, come nel caso della donazione del sangue e degli organi. Non a caso si preferisce qui il dono allo scambio monetario, proprio per evitare l’effetto di mercificazione del corpo umano di suoi organi e parti).

I beni comuni, fondamento di una vita in comune

Un bene comune dunque sarà un bene che è riconosciuto come tale dalla società e dallo stesso genere umano (qui si apre un discorso sui basic needs condivisi per quanto in modalità diverse in tutte le società). E sarà riconosciuto come bene prima ancora che come risorsa economica. La società cercherà poi di regolare sempre meglio il rapporto tra bene e risorsa, con regolazioni spesso molto complesse. Ed anche contraddittorie. L’elemento comune consiste ripetiamo nella condivisione necessaria, nella natura di presupposto necessario per la vita sociale di tutti, nell’essere fondamento di una vita in comune.

La fiducia come bene comune

Si può fare, per chiudere, un esempio. La fiducia è un bene comune in quanto corrisponde a molte delle determinazioni indicate sopra. E’ un bene molto apprezzato, perché quando non ce n’è abbastanza gli scambi sociali diventano difficili o impossibili. Però la fiducia non può essere prodotta ad hoc né sostituita facilmente da meccanismi artificiali, per quanto anche questi si siano gradualmente evoluti. La fiducia disponibile come bene comune è una risultante di tante interazioni in cui qualcuno si è fidato.
La fragilità della fiducia dipende appunto dal fatto che dipende da molti effetti non programmatici dell’agire umano ed è anche facilmente erodibile da parte di defezionisti. Ci sono meccanismi sociali di difesa della fiducia, ma si è sempre in una situazione in cui di fiducia non ce n’è mai abbastanza. Si è spinti sia a fidarsi poco sia a deprecare che non ci si possa fidare.
Eppure la fiducia è onnipresente, si pensi non solo al contratto, ma anche a tutti i rapporti che abbiamo con specialisti di vario genere dai quali non possiamo più prescindere nelle vita sociale. La fiducia è sia un bene globale, che vale a livello sistemico, sia molto locale, in quanto radicata in specifiche relazioni, campi ed ambiti di attività. Ci si fida facilmente nelle cose piccole, ma è proprio nelle grandi che se ne avrebbe più bisogno.
Queste contorsioni descrivono bene i nostri rapporti coi beni comuni: invocati, abusati e deprecati per la loro insufficienza. Gran parte della vita sociale è descrivibile come un gioco strategico tra furbi e fessi. I primi non si fidano, i secondi sì. Il bene comune fiducia è affidato agli esiti di questo agonismo implicito, che però a sua volta è molto segnato dal ruolo delle istituzioni. La fiducia sociale ed interpersonale è infatti molto legata alla nostra fiducia nelle istituzioni. Ma anche le istituzioni sono per molti versi beni comuni. Vedremo perché la prossima volta.



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