La fragilità come tratto dominante dei beni comuni
Il punto di Labsus

Identificare i beni comuni

I beni comuni presi sul serio (3)

Per imparare ad apprezzare in tutta la sua portata il ruolo dei beni comuni nella vita sociale conviene partire da una visione ampia e da una definizione non ristretta. Intuiamo che essi sono importanti per la qualità della vita, per il buon funzionamento delle istituzioni, per la sostenibilità dei processi. Sappiamo anche che molti beni comuni si prestano ad essere trattati come risorse in processi economici e che perciò nelle nostre società l'interesse per i beni comuni è soprattutto di carattere proprietario. Proprio per questo una nozione ampia e alta dei beni comuni è il modo migliore di contrastare questa tendenza che li metterebbe a rischio.

I beni comuni non sono tanto cose che abbiamo in proprietà comune, quanto aspetti e componenti della vita sociale che o necessariamente dobbiamo condividere, o dobbiamo riconoscere come presupposti indispensabili per l’agire sociale. Mettiamo l’accento meno sui regimi proprietari – che poi ci conducono immediatamente alla questione della valorizzazione – e più sui regimi di governo o regolativi. Siamo chiamati a decidere insieme come vogliamo condividere gli effetti positivi dei beni comuni e quindi come li vogliamo “governare”. Qui il termine significa principalmente: come evitare che essi si degradino (e l’appropriazione privata è una forma di degrado) e come garantire che di beni comuni ci sia sempre abbondanza per noi e per le generazioni future.

I "connotati" sociali dei beni comuni

In questa prospettiva i beni comuni vengono in primo luogo riconosciuti per la loro funzione generale nei processi sociali, per come contribuiscono direttamente o meno alla produzione dell’ordine societario, a legami sociali, a condizioni di benessere e di giustizia. A questo livello si vede che essi si tengono, nel senso di essere collegati, intrecciati, interconnessi, con possibilità di supplenza reciproca in certi casi, e di mutuo aiuto. Come localmente un bene può in parte essere sostituito da un altro, così però un danno inflitto a un dato bene può ritrasmettersi a tutta una serie di altri. Prova della forte connessione che esiste tra tutti i beni comuni, tra tipi distinti e sottoclassi, tra livelli e scale. Questa connessione è un tema che meriterà di essere trattato distintamente in un’altra occasione.

Facendo un passo avanti, possiamo poi considerare i caratteri specifici dei singoli beni o di loro classi. Questi tratti saranno o caratteri di tipo ecologico (ciò che distingue una zona umida da un banco di pesca, il clima globale dal microclima locale), o qualità intrinseche apprezzate dal genere umano (spesso esse contribuiscono direttamente alla sussistenza dell’uomo o sono condizioni necessarie per la vita dell’uomo sulla terra); o qualità di cose sociali (prodotti dell’interazione e del storia umana) che la mente umana ha prodotto, o è in grado di apprezzare o di riconoscere come qualcosa che vale, per il singolo come per l’intero genere mano. Poiché i beni comuni sono innumerevoli si può capire che quei tratti o caratteristiche saranno le più diverse. L’indagine scientifica ha sempre più precisato in cosa consistono, come si riproducono, cosa avviene nella interazione umana con tali beni con quelle caratteristiche. Così la nozione di impronta ecologica o di carrying capacity o di sostenibilità tengono conto dei caratteri dei beni, della loro posizione funzionale nell’universo dei beni comuni, e di come le caratteristiche intrinseche reagiscono a fronte di determinate modalità umane e sociali di interazione (uso, sfruttamento, valorizzazione, cura).

…e quelli economici

Infine, possiamo considerare l’intersezione tra modalità di uso sociale dei beni comuni ed alcune loro caratteristiche intrinseche. Due componenti appaiono qui rilevanti: (a) il grado di escludibilità del bene, cioè la misura in cui sia possibile – a partire da caratteri intrinseci – variare il potere di disposizione sul bene stesso, in funzione di diversi scopi e interessi. Si andrà dall’esclusività totale (è del tutto possibile “isolare” il bene dal resto, permettendone la fruizione a uno solo o a più “proprietari”) all’impossibilità di esclusione, quando il bene – per sua natura e/o per le tecnologia di esclusione disponibili – non possa essere isolato, confinato, “murato”. In questo caso il bene resta “di tutti”, in comune. Nel caso opposto estremo abbiamo le varie forme della proprietà privata. (b) Altro carattere strategico è poi la “fruibilità congiunta”. Ci sono beni che più di altri rendono possibile il godimento condiviso, e beni che difficilmente possono essere -. almeno contemporaneamente – goduti da più. In questo caso abbiamo il godimento esclusivo di uno o al polo opposto un bene che resta a disposizione di tutti, in quanto tutti ne possono godere senza danno reciproco. Per lo più in questo caso ci saranno comunque delle soglie di “affollamento”, poiché al crescere del numero degli utenti diminuirà il grado di fruibilità o almeno di piacere nell’uso, come conosciamo dal caso di una spiaggia sempre più affollata.

Questi due tratti non servono tanto a definire socialmente cosa sono i beni comuni, quanto a precisare come devono essere pensati i dilemmi di regolazione e di governo che li riguardano, avendo riguardo all’interazione tra caratteri intrinseci e il gioco dei fattori escludibilità/fruizione congiunta.

La "funzione societaria" dei beni comuni

Con l’escludibilità e la fruizione congiunta arriviamo sul terreno dei beni pubblici. Gli economisti hanno individuato nei caratteri: non escludibilità (almeno non a costi accettabili) e possibilità di fruizione congiunta i tratti caratteristici di beni che sono pubblici in quanto difficilmente producibili dal mercato. E perciò in via di principio assegnati piuttosto (ma con grande variabilità storica) alla mano pubblica.
Quei caratteri in altri termini servono a distinguere ciò che può diventare privato e quindi anche merce da quanto, diciamo per sua natura, è renitente a questa trasformazione. Ma il senso di quelle categorie è di creare una classe residuale di beni “fuori mercato”. Si tratterà di beni senza valore economico (come l’aria) o condivisibile solo per tutti insieme indistintamente (come la difesa nazionale). A parte che l’evoluzione tecnologica (che comprende anche lo statuto giuridico) modifica la situazione sia di esclusività che di fruizione, questi caratteri servono a discriminare tra mercato e non mercato. Mentre certamente verranno utili al momento della governance dei beni, tali tratti non mi sembrano risolutivi rispetto al problema di una valutazione della funzione societaria dei beni comuni, che mi sembra invece l’ottica che dovrebbe prevalere. Solo essa infatti ci permette di cogliere tutta la ricchezza dei beni comuni nella vita sociale, senza ridurli da subito allo status di risorse valorizzatili.

La fragilità dei beni comuni

I beni comuni sono qualcosa che vogliamo e/o dobbiamo condividere (come del resto l’altra faccia della luna: i mali comuni). Se non lo facciamo la vita sociale diventa hobbesiana. Non si tratta quindi di cosa da poco. Nella crisi ambientale e climatica stiamo iniziando ad apprezzarli appunto come beni in comune. E così pure avviandoci verso una società della conoscenza riconosciamo il rilievo essenziali dei beni artificiali prodotti dalla mente umana. E di tali beni, se dovessimo proprio indicare un tratto dominante e di assoluto rilievo per la vita sociale, direi la loro fragilità: i beni naturali, specie gli ecosistemi sono fragili, facilmente perturbabili dall’azione umana. Sono anche robusti e resilienti, ma non oltre una certa soglia, che spesso l’uomo ha superato. I beni artificiali, frutto dell’intelligenza e della cultura, sono anch’essi fragili, pensiamo alla fiducia e al bisogno che abbiamo di relazioni fiduciarie e di come sia facile guastarle anche solo per distrazione o opportunismo. Eppure anche il capitale sociale a suo modo è resiliente e robusto, ma non oltre certe soglie. Ecco allora in sintesi: i beni comuni sono qualcosa che ci comunica il senso del limite, della soglia da rispettare, la necessità dell’autoregolazione umana. Governare i beni comuni – come insegna E. Ostrom – è imparare ad autogovernarsi. Questo sguardo sui beni comuni ci permetterà in un’altra occasione di vedere il contributo dei beni comuni alla sussidiarietà come governabilità degli eco e socio sistemi locali, ciascuno al livello appropriato.

Le giuste relazioni nella famiglia dei beni comuni

Cogliamo la complessità della situazione, ed anche la difficoltà di discriminare, considerando che negli stati moderni una serie di beni sono costituzionalmente garantiti ed affidati principalmente alla gestione pubblica. L’insieme di questi beni costituisce i beni pubblici in senso proprio. Di essi fanno parte gran parte dei beni comuni. Altri sono beni meritori, cioè che meritano – data la loro riconosciuta funzione civilizzatrice – il sostegno pubblico per la produzione e la fruizione. Queste categorie non sono mutualmente esclusive e sono dei modi per vedere i beni sotto prospettive diverse e plurali. In prima approssimazione si può tener ferma questa relazione: beni comuni ∩ beni pubblici ∩ beni meritori, dove ∩ indica l’inclusione logica come sottoinsieme nella classe che precede. I beni comuni sono un modo cruciale per intendere la complessità sociale e il ruolo della varietà delle cose nelle nostre vite. Non oscuriamoli con definizioni riduttive.

Riferimenti essenziali

AA.VV., Beni privati, beni pubblici, beni comuni, ESI, Roma 21
Mattei U. e a., Invertire la rotta – idee per una riforma della proprietà pubblica, il Mulino, Bologna 27
Ostrom E., Governare i beni collettivi, Marsilio, Padova 25
Sarkozy Report: http://www.stiglitz-sen-fitoussi.fr/en/index.htm
Stiglitz J.E., Economia del settore pubblico, Hoepli, Milano 1993
Stiglitz J.E., Il ruolo economico dello stato, il Mulino, Bologna 1992



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