Sembra che i beni comuni si nascondano un po' ovunque.
Il punto di Labsus

Fenomenologia dei beni comuni

Dove si nascondono i beni comuni? (4)

Possiamo provare a dare un'idea meno astratta dei beni comuni, considerandone diversi e di diverso tipo, per mostrare sia la loro ubiquità, sia la loro centralità in ogni processo sociale. Illustrerò brevemente un bene comune “naturale”, un bene comune artificiale, e infine sottolineerò la presenza dei commons proprio dentro a beni privati.

Il clima

Viviamo in un’epoca di mutamenti climatici. In attesa dell’imminente nuovo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, l’opinione pubblica è allertata da tempo sul fatto che sembra essere in corso un mutamento che comporta molti rischi. Tale mutamento se non causato, certamente è accelerato dalle pressioni umane sull’ambiente, specie dai consumi energetici basati sul petrolio. Prendiamo il clima come cosa data, e sappiamo che il genere umano si adatta a una grande varietà di situazioni. Il clima come fatto locale e globale è un bene comune in quanto necessariamente condiviso. Esso inoltre per lo più è anche un fattore che condiziona e caratterizza gli insediamenti umani e le attività economiche possibili. Sui mutamenti climatici di lungo periodo antecedenti ovviamente l’uomo non poteva farci niente.

Su quello attuale invece la situazione è diversa: da un lato perché la pressione umana sull’ambiente è almeno una concausa. E in secondo luogo perché saremmo in grado di intervenire attivamente, almeno per evitare alcune conseguenze dannose o addirittura per facilitare il ritorno a un’evoluzione meno squilibrata e per noi rischiosa. Il clima come dato ambientale è un presupposto tacito, per lo più non si va oltre un’occhiata al meteo. Le attività umane sono adattate al clima, specie quelle che più ne dipendono come l’agricoltura e il turismo. Le piccole oscillazioni non ci preoccupano, anzi fanno parte della definizione pratica di clima. Condividiamo il clima ed anche il suo mutamento. Esso, prodotto da una miriade dispersa di fonti inquinanti, è uno stato aggregato globale, che si manifesta in modo differenziato regionalmente: qui più come desertificazione, là più come innalzamento del livello del mare, altrove ancora come fenomeni meteo di inusitata violenza. Condividiamo il clima come bene ed anche come male, quando il suo mutamento produce danni anche irreversibili. Il clima dipende almeno in parte dall’uomo oggi: ecco allora che un bene comune globale naturale si trasforma in un “male” (problema) necessariamente condiviso, e derivato dall’interferenza non calcolata tra processi naturali e tecnologia (artificio e intelligenza) umana. Da qui il discorso di una responsabilità dell’uomo verso il clima che ha alterato. L’uomo ha abusato delle capacità di assorbimento (si potrebbe dire: sopportazione) di quel sistema ipercomplesso che è l’interazione terra-atmosfera da cui deriva appunto il clima.

Da qui il problema di governance del clima e delle sue conseguenze: come strategia di riduzione del danno e del rischio, nella prima fase, e poi sempre più come strategia di adattamento dei sistemi umani a un clima che non può più essere quello di una volta. Beni comuni sociali (saperi scientifici e tecnici, organizzazione, capitale sociale ed altro) vengono mobilitati per curare, se possibile, e se non è già troppo tardi, i danni inflitti a un primario bene comune, dal quale dipende non solo la sussistenza, ma anche la sopravvivenza del genere umano. Tanto per capire bene “a cosa servono” i beni comuni.

Si parla delle nostra società come di società delle reti

Alle tradizionali reti sociali locali si sono aggiunte le reti translocali, e soprattutto le reti virtuali secondo il modello internet. Gran parte della vita sociale e soprattutto degli scambi economici si svolge in rete. Ciò comporta anche la digitalizzazione dei media e dei contenuti. Le reti sociali ed artificiali sono in parte costruite deliberatamente, in parte evolvono spontaneamente. Tramite loro alcune funzioni sono svolte in modo formale, altre invece sono latenti e producono effetti a distanza. I singoli sono più o meno attivi, più o meno importanti. La logica di rete tende all’orizzontale, ma effetti di polarizzazione e gerarchizzazione sono sempre in corso.

Le reti sono enabling, ma possono anche creare dipendenze.
Le reti fanno parte del capitale sociale locale e translocale e permettono o impediscono molto di rilevante. Le reti sono beni comuni in quanto (a) le reti sono presupposto della vita sociale e degli scambi; le diamo per scontate come disponibili almeno fino a un certo punto, ma non si parte mai da zero; (b) in rete accediamo a un’enciclopedia quasi illimitata di beni, in parte privati in parte comuni (e in miscele sempre più stravaganti). Ma il bello di una rete è il suo essere percorribile senza troppi ostacoli, divieti, privative ed esclusive. La rete è un bene comune che ci immette in un universo di altri beni. (c ) consideriamo, infine, che la rete ci trasforma: nuove relazioni, nuovi contenuti, nuovi skill. L’effetto capacitante (od anche incapacitante, allora è un male sociale) è rilevante, come l’effetto socializzante. La rete permette l’agire cooperativo, sebbene lasci la libertà di defezionare, incentiva molto un atteggiamento pro-attivo almeno nel senso di metterci qualcosa di sé. La rete svolge una funzione importante, specie quella virtuale, nel mostrarci la natura stratigrafica del reale, moltiplica i punti di riferimento e di osservazione, nell’insieme ha un effetto di differenziazione dell’identità e ostile a ogni identificazione fondamentalista.

Si consideri come le reti si autoregolano. In parte si affidano a processi autopoietici, sempre un po’ lontani dall’equilibrio, ma anche autocorrettivi. In parte sollecitano tutte le risorse cognitive e motivazionali per una riflessività di rete, di cui possiamo oggi leggere solo le prime manifestazioni. La democrazia deliberativa sarebbe impossibile senza reti sociali e virtuali. Ci godiamo come bene comune l’accessibilità alle reti, la rete come medium ricco di possibilità, e infine gli effetti socializzanti ed anche di genesi d’innovazione che riscontriamo ad ogni fine di giro. La rete ha una sua ecologia, tra fragilità e resilienza. La rete come networking attivo ha la sua sociologia. Le infrastrutture tecnologiche che permettono una rete sono oggi un misto di privato, pubblico e comune. Ma ciò che conta è che la vita in rete è comune. Per la possibilità traslattiva per cui un bene comune si trasforma-rovescia-miscela con un altro, stare in rete è stare dentro la genesi e riproduzione di una molteplicità di beni comuni. Il link è un legame sociale, non è mai solo di un singolo, è sempre anche proprietà di tutta una rete, in comune.

I commons dentro i beni privati

La sicurezza. Non parliamo di sicurezza urbana, perché in tal caso sarebbe evidente il suo carattere di bene comune che dipende da comportamenti singoli e dai loro effetti aggregati e come bene pubblico è affidato alle funzioni istituzionali delle forze dell’ordine. Parliamo di un aspetto poco visibile, ma pervasivo: la sicurezza intrinseca degli oggetti che usiamo. Queste cose sono al 99% di proprietà privata. E diamo per scontato che siano tutte appropriabili. Questa casa è mia, questa auto, questo cellulare e questo libro. Sul regime giuridico di questi beni non ci sono dubbi. Se ci sono registri pubblici obbligatori, come per l’auto o nel caso del catasto immobiliare, è dovuto a motivi fiscali. Questi beni però incorporano molti beni comuni “invisibili”.

Nel caso dell’auto possiamo parlare della sua sicurezza intrinseca. Si tratta del fatto che essa è costruita in modo da evitare o ridurre certe conseguenze negative: la sicurezza è passiva se riguarda il modo di costruzione (una scocca resistente agli urti) o attiva come nel caso dei freni e dell’airbag. L’auto oggi incorpora molta più sicurezza di prima, grazie al progresso tecnologico, alla competizione tra marchi alle regolazioni sempre più stringenti degli stati e in Europa della UE. Auto che non corrispondano a certe caratteristiche di sicurezza intrinseca non possono essere commercializzate. In caso critico devono venire ritirate dal mercato. Ma la sicurezza dell’auto è un fatto che riguarda sia il proprietario-conducente, sia gli altri conducenti nel traffico, ed anche estranei al traffico auto come i pedoni o magari i gatti. Se l’auto è sicura (corrispondente diciamo ai migliori standard) allora essa è sicura sia per me che per gli altri. Se poi una flotta di auto in circolazione in città è mediamente più sicura oggi di quanto non lo fosse 1 anni fa, allora si ottiene il bene comune – effetto aggregato della security media delle singole auto – di una minore incidentalità o di sue minori conseguenze. Si ricordino le minuziose prescrizioni – spesso disattese da genitori incoscienti – che riguardano il trasporto dei bambini in auto. Esse sono perfino paternalistiche, perché non si fidano giustamente della cultura del rischio dei genitori e sono più severe proprio per questo. Dov’è il bene comune nascosto nella sicurezza della mia auto? Sta negli standard e nelle regole che definiscono i livello minimo di sicurezza necessario (sono norme rivolte ai costruttori e agli utenti). Sta nell’effetto aggregato di un parco auto più o meno sicuro. Sta negli effetti di benessere derivati da minore incidentalità (che si riverbera poi in minori costi sociali, minore spesa pubblica sanitaria e fiscalità generale). Ogni bene privato incorpora, specie se tecnologico, una quantità consistente di bene comune, sotto questo profilo,. E poi più il bene è sofisticato, ossia incorpora conoscenza, esso diventa comune in quanto un oggetto intensamente cognitivo è un oggetto intensamente sociale. Vi partecipa molto capitale umano, sociale e istituzionale, anche solo indirettamente. Il diritto privato autorizza, a certe condizioni, a dire: “questo è mio”. Ma l’analisi sociale rivela che ogni bene privato – in quanto vi sia incorporato lavoro umano – necessariamente include una componente di bene comune (e specificamente anche di bene pubblico, se si tratta di specifiche tecniche formali o doverose come nel caso delle indicazioni obbligatorie in materia di alimenti).

Non ci illudiamo sul privato: anche beni privati hanno bisogno di beni comuni e sono possibili solo sulla base di questo universo condiviso. Un altro esempio potrebbe essere quella della sicurezza da rischi idrogeologici o sismici. Il nostro Paese è spesso devastato da questi rischi, con gravi costi sociali ed umani. Ma l’impatto dell’evento catastrofico dipende molto dalla materia cui si applica. Semplificando molto: se gli edifici sono a regola d’arte, se nel caso sono anche a norma antisismica, se la manutenzione è buona, se non cedo all’impulso appropriativo estremo di costruirmi la casa (abusiva) nell’alveo di un fiume o proprio su una faglia sismica, allora le conseguenze saranno minori o minime. Anche nel caso de L’Aquila è lo stato dell’edilizia a spiegare l’entità dei danni, più che l’entità del sisma. Ma abitazioni sicure sono tali per chi le abita e le possiede, ma anche per chi vi passa sotto. Un quartiere di case sicure è più sicuro collettivamente, anche qui si verifica l’effetto aggregato. E anche solo sapere che le città sono sicure (in questo senso più ingegneristico che sociale) è un bene comune, che accresce la vivibilità, il senso dei luoghi, il benessere, a loro volta – oltre che qualità private – beni intrinsecamente e intensamente collettivi, comuni.

Sembra che i beni comuni si nascondano un po’ ovunque. In una società di individualisti possessivi essi fanno paura: si teme per la propria proprietà, si teme che si venga chiamatati a render conto. Ma abbiamo già versato troppi soldi e troppe lacrime per chi – tenendosi stretto la proprietà: auto o casa – ha dimenticato che essa era fatta anche di beni comuni, cioè di legami sociali, di responsabilità, di implicazioni condivise. Si è parlato di pursuit of loneliness (perseguimento dell’isolamento nella società di massa). I beni comuni fanno paura – agli incoscienti – perché ri-socializzano.

Riferimenti essenziali

(a) Sul climate change:
Rapporti dell’IPCC, scaricabili dal sito www.ipcc.ch
ISSI, Rapporto 27 – lo sviluppo sostenibile in Italia e la crisi climatica, Edizioni ambiente, Milano, 27

(b) Sulle reti:
Barabasi A.-L. , Link, Einaudi, Torino 24
Castells M., La nascita della società in rete, Bocconi, Milano 28
Donolo C., “Reti come beni comuni”, parolechiave, 34, 25

(c) Sui commons dentro i beni privati:
Dasgupta P., Benessere umano e ambiente naturale, V&P, Milano 21
Donolo C., “Ri-regolare l’auto” e “La costruzione di standard come processo politico e istituzionale”, in L’intelligenza delle istituzioni, Feltrinelli, Milano 1997
Lipparini A. La gestione strategica del capitale intellettuale e del capitale sociale, il Mulino, Bologna 22
Rullani E., Economia della conoscenza, Carocci, Roma 24
Sen A., L’idea di giustizia, Mondadori, Milano 21



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