Il capitale sociale aiuta la produzione di beni pubblici indispensabili
Il punto di Labsus

Sul capitale sociale come bene comune

Un bene comune che racchiude norme sociali, reti, fiducia (5)

Tra i beni comuni uno dei più evocati negli anni recenti è il capitale sociale. È una pentola in cui ribollono variamente mescolati: norme sociali (quelle effettivamente praticate quotidianamente), reti (aperte o chiuse, corte o lunghe), fiducia (relazioni fiduciarie ed affidamenti di vario tipo, specie in rapporto alle istituzioni e ad altre figure di autorità). Inoltre, il patrimonio di competenze umane e organizzative, la logistica del sociale, specie a livello locale. È abbastanza intuitivo che il capitale sociale sia costituito da una miscela di beni reali e virtuali, a carattere organizzativo, normativo e cognitivo. In un successivo contributo spero di mostrare come il capitale giochi la sua parte nelle pratiche di sussidiarietà.

Il discorso sul capitale sociale – nel suo essere risorsa per l’azione privata e per quella collettiva ed istituzionale – è il seguente (ci riferiamo a contesti locali, perché i più adatti a rilevarne le funzioni, senza escludere che possa esistere un capitale sociale globale).

Nelle società locali, che si sono andate consolidando spesso nel corso di una lunga storia, sono presenti potenziali di sviluppo. Si tratta, nell’ordine, di: > beni comuni ambientali, l’insieme dell’ecosistema antropizzato di cui la società locale è parte; > capacità umane nella forma di esperienze, linguaggi, skills, professionalità ed etiche di ruolo, capacità di relazione sociale; > caratteri collettivi, in quanto non riducibili a tratti individuali, quali la disponibilità al rischio, il contare sulle proprie forze, la capacità di creare coalizioni anche con forze all’esterno della società locale, codici di condotta collettivamente condivisi, relazioni fiduciarie, “tessuto sociale” come forma di coesione ed integrazione, in genere a partire dalla famiglia ma che può estendersi anche molto lontano. Un aspetto importante di questi caratteri collettivi è la condivisione di norme morali e comportamentali (dai criteri di onestà alla buona educazione, dal rispetto delle leggi al rifiuto di farsi giustizia da sé), perché questa componente costituisce un’infrastruttura morale coesiva che dà il tono a tutta la vita sociale. Per evitare reificazioni, si deve anche sottolineare che molti di questi beni o tratti hanno un’esistenza quasi virtuale, cioè li si “vede” solo nei casi critici, mentre normalmente fanno parte delle ovvietà quotidiane e sfuggono spesso alla stessa consapevolezza degli attori. Il loro insieme costituisce il senso comune locale, articolato in diverse culture di appartenenza (per gruppi di età, professioni, settori economici, quartieri…), che in età moderna sono soprattutto culture di organizzazione (d’impresa, di partito, di amministrazione pubblica…).


Nella crescita
i beni diventano capitale

L’aspetto più critico di tutto questo patrimonio è il seguente: questi beni (come capacità individuali o come tratti collettivi) sono potenziali, che si realizzano e si manifestano solo nelle opere, individuali o collettive, cioè nei prodotti del lavoro e dell’interazione sociale. E’ da questi risultati, che risalendo indietro noi identifichiamo quei caratteri o qualità come beni (o anche mali, in dipendenza dalla loro natura: per esempio la fedeltà a un partito può spingersi fino alla faziosità ostile e violenta, l’identificazione con un gruppo può far accettare forme di omertà, il senso comune locale può “legittimare” pratiche illegali, ecc.). Ora, nelle società locali vi è sempre stato mutamento, anche prima che l’economia e la tecnologia moderne agissero come forze di trasformazione e di accelerazione del tempo storico. Ma solo dentro la crescita quei beni assumono lo status di capitale, cioè di bene da valorizzare e che valorizza altri beni in un processo di produzione di valori di scambio. Quando parliamo di quei beni come capitale sociale intendiamo dire che essi ormai stanno dentro un processo di crescita e vengono valutati in base al loro contributo alla crescita stessa. La crescita – per darne una definizione non tecnica ma pertinente al nostro contesto – è l’insieme di quei mutamenti economici e sociali che misuriamo in termini di aumento percentuale del PIL annuo, di crescita dell’occupazione o di mutamenti nella composizione nella forza lavoro, in termini di aumento del benessere materiale e quindi del reddito pro capite. Nella crescita, o accumulazione, si ha formazione di mercati, scambi di merci, primato del denaro come mezzo di scambio, lavoro inteso come produzione di merci e di valori monetari.

Utili, utilizzabili, trasformabili

Il punto importante è che nella crescita colpiscono due fenomeni correlati: 1. Squilibri ed esternalità, 2. Trasformazione dei beni (di ogni genere e natura) in merci. Si tratta proprio degli aspetti più rilevanti per un discorso e per una strategia del capitale sociale. Infatti, squilibri ed esternalità – in sostanza impatti differenziali e trasformazioni irreversibili – richiedono la mobilitazione delle capacità locali per far fronte ai punti critici. In genere tale mobilitazione è possibile solo con l’intervento del “centro” (lo stato-nazione moderno) che opera con mezzi generalizzati e astratti quali la legge e il denaro (fiscalità). Quando questi mezzi incontrano le dotazioni e le capacità locali, le trasformano, perché essi sono oggetto di governo e di amministrazione e devono adattarsi alle regole di un gioco diverso da quello in cui erano tradizionalmente inserite. La trasformazione consiste nel considerarle risorse cui attingere – o eventualmente anche da distruggere, come è avvenuto nei casi di industrializzazione forzata dall’alto con le cattedrali nel deserto. Esse interessano in quanto sono utili, utilizzabili, trasformabili. Questo impatto – descritto spesso in sociologia come colonizzazione dei mondi vitali – è potenziato da una trasformazione parallela, quella dei beni in capitale e in merce. La crescita, come è stata spesso descritta dall’economia, opera uno scambio tra beni “gratuiti”, fuori mercato, e beni scambiati sul mercato, sia nel senso di trasformare beni in merci, sia nel senso di sostituire merci a beni. Tali scambi sono accettati e percepiti come benefici perfino dalla popolazione sfruttata o finora esclusa, in quanto promessa di un miglioramento progressivo del livello di benessere. E’ quanto si constata nei paesi “in via di sviluppo” nei quali è in corso una crescita molto forte, si pensi all’India e alla Cina.

Non solo capitale, ma bene condiviso

Vediamo allora che l’insieme dei beni raccolti sotto l’etichetta “capitale sociale” appare in due forme: come patrimonio, specialmente di una società locale, e come capitale sociale. Nel primo caso esso è un bene comune e aiuta la produzione dei beni pubblici indispensabili. Nel secondo caso, a rigore, è piuttosto una risorsa nel processo economico di crescita del sistema locale. Sfumature, certo, ma rilevanti per ogni discorso sui beni comuni, che insiste appunto sulla differenza tra cose sociali che appaiono simili. Perché diversa è la funzione e quindi lo sono anche gli esiti.
Per chiarire ancora questo punto: parliamo di capitale sociale quando quei beni (capacità, dotazioni, ecosistemi…) sono coinvolti in un processo di valorizzazione e di crescita. E’ evidente che con questo slittamento semantico lo statuto di tali beni cambia, in quanto d’ora in poi sottoposti al test della possibile valorizzazione sul mercato. E’ ben noto l’argomento di senso comune che dice “che ce ne facciamo delle bellezze naturali se non producono reddito (lavoro, rendite…)”.
Più precisamente: parliamo di capitale sociale quando siamo consapevoli che è in corso tale trasformazione e ci chiediamo se il processo è sostenibile, se è “giusto” in termini di coesione sociale, se esso pone problemi di governance diversi dal puro affidarsi a processi anonimi come il mercato, se non richieda un supplemento di “voce”, cioè di capacità riflessiva e di deliberazione razionale. Accettando la terminologia che fa scomparire sotto i nostri occhi proprio i beni cui attribuiamo valore intrinseco (si tratti di un panorama o di una virtù individuale), accettiamo la sfida di porsi in atteggiamento riflessivo, quindi di apprendimento possibile, di correzioni eventuali, di governance praticabile per garantire che il patrimonio di beni collettivo non sia solo capitale in una funzione di produzione, ma bene condiviso per la capacitazione di tutti.



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