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Nelle dotazioni del soggetto entrano sia beni privati, che beni pubblici, che beni comuni
Il punto di Labsus

Sui beni e sulle capacità 

La sussidiarietà  come processo di capacitazione.9

In questo sito, come in genere tra i promotori di una sussidiarietà bene intesa, essa viene valorizzata come un processo di capacitazione di soggetti sociali ed istituzionali. Praticando la sussidiarietà essi mettono alla prova le proprie capacità progettuali e interattive e in questa esperienza sia la produzione di beni pubblici che la cura di beni comuni assumono un rilievo crescente. E sempre più evidente agli occhi stessi dei soggetti. In molti casi può trattarsi di una riscoperta dopo anni di euforia (privatizzazioni) e di tacito oblio del ruolo dei beni comuni. Ora molte situazioni critiche, si pensi solo all'acqua o alla conoscenza socialmente utile, ci ricordano la centralità di tali beni per ogni vita associata e – come abbiamo spesso sottolineato – per lo stesso successo della sussidiarietà.

Concentriamo l’attenzione sul nesso beni-capacità. Seguendo il paradigma di A. Sen vediamo che i beni appaiono nella funzione di produzione di capacità (che sono libertà positive). Essi sono dotazioni. In primo luogo sono una dote per il singolo attore. Ma una popolazione di attori variamente dotati si trasforma in una risorsa sociale. Nel senso che il trattamento di questioni collettive della più diversa natura richiede che gli attori coinvolti possano contare su e valorizzare le loro dotazioni. Tra queste in posizione preminente troviamo alcuni beni privati, materiali e virtuali, per esempio la casa o il capitale sociale individuale. Ma la dotazione di un soggetto è visibilmente più ampia, in quanto includerà anche la fruibilità di beni pubblici (beni che producono utilità private, ma che sono gestiti da una pubblica autorità), e la disponibilità di beni comuni (dal linguaggio fino all’ecosistema). Molti di questi beni sono talmente insiti nel contesto dell’azione o talmente evidenti nella loro natura di presupposto di ogni agire che spesso l’attore non ne è compiutamente consapevole. Come quando utilizziamo un sistema di trasporto pubblico urbano, o apriamo il rubinetto, o ci abituiamo al clima di una città.

In generale sappiamo che il godimento di beni privati è dipendente dalla disponibilità di appropriati beni pubblici. Per esempio, l’uso dell’auto privata presuppone un sistema viario e un sistema di controllo del traffico in regia pubblica. Gli alimenti di cui abbiamo bisogno quotidianamente sono tipici beni privati, che però incorporano una quota di beni pubblici nella forma di “sicurezza alimentare”. E così via. Dovremmo abituarci a considerare i diversi beni nelle loro differenze – in parte intrinseche in parte dipendenti da fattori storici – ma anche come un continuum in cui le tre dimensioni “privato-pubblico-comune” sono variamente intrecciate. Il primato assegnato nei processi economici ma anche nell’ordinamento giuridico alla proprietà privata ostacola questo modo di vedere più processuale ed anche realistico. Anche il liberale più estremo concede che non è possibile proprietà privata senza stato di diritto, e questa ammissione in realtà cela la grande complessità dei beni non privati che così vengono evocati.

Qui a noi interessa sottolineare che nelle dotazioni del soggetto entrano sia beni privati, che beni pubblici, che beni comuni. Certamente tra loro vi può essere una certo grado di sostituibilità: mi muovo in città con auto privata in assenza di un affidabile sistema di trasporti pubblici. Per contro, se non posso contare su una piena responsabilizzazione di un soggetto privato, posso supplire con modeste dosi di paternalismo pubblico, come quando metto un avviso di pericolo per un gradino. Ma il punto centrale è che sia per gli individui che per i gruppi sociali è meglio che le dotazioni conservino un carattere plurale, evitando la riduzione al polo privato. Questa è una tendenza accentuata nelle nostre società, ma contraddittoria, in quanto i beni privati sempre più complessi di cui disponiamo richiedono in proporzione una crescita della componente pubblica e comune, come si vede nell’aumento ipertrofico delle regolazioni per oggetti complessi, oppure nei nessi sempre più stretti identificati anche normativamente tra merci e ambiente.

È anche abbastanza ovvio che la stessa fruibilità di beni privati è dipendente dal patrimonio di beni pubblici e comuni accessibili. Ora proprio questa accessibilità o disponibilità è legata a un altro fattore dei processi di capacitazione: i titoli ovvero i diritti. In concreto, per esempio, il diritto alla salute, a un ambiente vivibile, a beni culturali fruibili, alla formazione. Come si suol dire, questi diritti devono essere azionabili, cioè effettivamente esigibili o almeno deve esistere un percorso giurisdizionale per reclamarli. Una debolezza del nostro sistema istituzionale, e in particolare di quello giudiziario, è che il loro malfunzionamento rendono incerta questa azionabilità o esigibilità. Possiamo dire che i titoli sono moltiplicatori dell’efficacia delle dotazioni nei processi di capacitazione. Vale appena il caso di sottolineare quanto diritti, istituzioni, giurisdizione siano a loro volta beni comuni virtuali e normativi. In ogni caso la reale interazione tra dotazioni e titoli decide sull’esito dei processi di capacitazione.

Se guardiamo a queste considerazioni nella prospettiva della sussidiarietà, intesa non tanto come principio costituzionale, quanto come pratica sociale ed istituzionale capacitante, vediamo quanto in essa sia centrale una relazione produttiva tra titoli e dotazioni. Qui l’argomento di Sen, rivolto in origine al singolo individuo, si amplia a un intero processo socio-istituzionale. Ben inteso, la capacitazione avviene nelle menti dei singoli attori, ma quello che conta è il risultato aggregato, l’effetto sotto-prodotto collettivo.

Qui si può parlare di eventuale capacitazione di soggetti plurali, che possono essere gruppi di cittadini associati o invece uffici o agenzie pubbliche. La capacitazione è un processo di apprendimento in cui si sviluppano skill, competenze anche tacite, si modificano preferenze, e in certa misura muta la visione delle cose. Diventa più ampia, più profonda, più condivisa. Un processo tentato e non sempre riuscito anche nei tanti piani strategici urbani o nei progetti integrati di matrice comunitaria. Come si può notare, la capacitazione così intesa si avvicina molto a pratiche di democrazia deliberativa, o alla voice hirschmaniana. Con questa Hirschman intendeva tutte le forme di argomentazione, protesta, verifica dei poteri sulla base di conoscenze e affermazioni razionali. Voice è il conflitto delle argomentazioni e delle interpretazioni, proprio di un contesto di democrazia vivace e vissuta in presa diretta.

Si vede dunque che i beni, ma qui soprattutto quelli pubblici e comuni, sono condizioni essenziali anche per le capacitazioni che possono avvenire, come tutti auspichiamo, dentro i processi ispirati alla sussidiarietà. E qui vale sottolineare che, da un lato, diventando più capaci, i cittadini riscoprono il ruolo, troppo spesso dimenticato ed emarginato, dei beni pubblici e comuni nelle loro vite. E dall’altro contribuiscono alla loro riproduzione, che per tanta parte non può essere affidata solo alla mano pubblica. Più in particolare, nella società della conoscenza cresce il ruolo dei beni comuni cognitivi, mentre nel global change (=globalizzazione+mutamento climatico) l’attenzione al governo dei beni comuni ambientali diventa strategico. Tutto ciò si riverbera dentro alla sussidiarietà come processo, quando sono in gioco sostenibilità, vivibilità, riduzione di rischi. Ce lo segnalano anche tante recenti rivolte popolari e sindromi nimby.

Vedere la sussidiarietà come pratica capacitante e in grado di riscoprire e riprodurre beni comuni: non è male come prospettiva.



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