La sussidiarietà senza sapere in azione non è possibile
Il punto di Labsus

I saperi tecnici reinsediati tra i beni comuni

Una nuova forma della conoscenza - 10

Abbiamo già parlato della conoscenza come bene comune ed anche di altre risorse sociali quali la fiducia. Abbiamo visto che conoscenza (saperi in uso ed usabili) e fiducia sono risorse indispensabili per le pratiche di sussidiarietà. E che queste, se riuscite, sono fonti importanti di ricarica sia cognitiva che normativa.

Ora vogliamo focalizzare l’attenzione su una delle forme che la conoscenza assume nelle nostre società: le competenze a carattere tecnico e professionale. In una società in cui scienza e tecnica sono forze produttive, è evidente che le competenze tecniche diventano fondamentali, decisive per il buon esito di molti processi sociali, economici ed istituzionali. Ed anche per la stessa azione collettiva quando è orientata alla produzione di beni pubblici. Le competenze sono prodotte e trasmesse tramite processi altamente istituzionalizzati, sia nei processi formativi di tipo scolastico, sia nell’addestramento on the job e per via esperienziale. Esse sono formattate secondo linee sempre più differenziate di divisione tecnica del lavoro e quindi in sistemi di ruoli tecnici – centrati sulla specificità delle competenze – ma che alla fine diventano anche ruoli sociali, come nel caso tipico delle professioni vecchie e nuove.

Ora questi ruoli si rendono indispensabili perché ogni problem solving sociale o anche individuale deve farvi riferimento. La relazione tra la società nel suo insieme ed anche tra individui e questi ruoli è un affidamento, basato sia sulla necessità di contare su tali competenze, sia sull’affidabilità degli esperti. Individualmente questi possono avere reputazioni variabili, ma importante è anche la reputazione collettiva di una professione, come valutazione collettiva – spesso implicita – del valore sociale delle competenze e della loro utilità per risolvere problemi. Intanto notiamo che questi ruoli detengono competenze – sanno risolvere problemi: d’ingegneria, clinici, giuridici, amministrativi ed altro – e che per questo fatto ricevono un certo grado di fiducia dai singoli e dalla collettività. Sottolineiamo l’intreccio del dato cognitivo (competenza) con quello normativo (affidabilità, fiducia). Vediamo così ancora una volta che i beni virtuali, di natura simbolica, si tengono stretti in una connessione forte e inseparabile.

I ruoli tecnici propongono due problemi: da un lato, come sapere che le competenze siano quelle giuste e adeguate al caso; dall’altro come valutare l’affidabilità professionale nel caso concreto, una nozione che oltre al saper fare implica anche il saper essere (doings and beings, secondo l’espressione di A. Sen). Certamente la trasmissione e formazione di competenze è un processo complicato di esito incerto, mai del tutto compiuto, inesausto e parziale, ma che deve raggiungere almeno un livello socialmente soddisfacente. Ma oltre a ciò siamo interessati a capire se i ruoli tecnici siano socialmente esercitati in forme affidabili e tali da soddisfare esigenze imprescindibili.

Per questo si discute molto di deontologia professionale, di responsabilità sociale dei tecnici, anche di superamento delle corazze corporative che li difendono da una trasparenza sociale sempre più necessaria. Ci sono responsabilità civili e penali per questi ruoli, ma qui interessa di più come si potrebbe ottenere che non sia necessario ricorrere con frequenza a questi strumenti estremi, e che comunque intervengono quando il guaio è già fatto.

Nasce così il problema di come debbano essere concepiti dei processi formativi di competenze, che siano in grado di trasmettere ai nuovi tecnici oltre a competenze adeguate, quella che per semplicità chiamiamo un’etica di ruolo. È ben noto che è più facile trasmettere competenze altamente tecniche, specie se molto parcellizzate, che massime di condotta. Queste poi derivano molto più dall’esempio offerto dai docenti che da formule verbali, per quanto efficaci.

Si è anche lamentato che la crescente divisione tecnica del lavoro implichi appunto la formazione di idioti sociali, cioè di individui molto competenti settorialmente (in ambiti che tendono a restringersi sempre più data la crescita esponenziale del sapere ed anche del sapere applicato), ma privi dello sguardo d’insieme, talora anche dei linguaggi che rendono possibile la transducibilità intersettoriale delle conoscenze, e più ancora privi di ancoraggi solidi a massime di condotta universalizzabili e argomentabili (1).

Il tecnico agnostico, indifferentista, sostanzialmente cinico, alla fine utilitarista e opportunista. Questa è forse un po’ una caricatura derivata dalla figura del burocrate irresponsabile, ma contiene quel tanto di verità che deve giustamente allarmare. Ora siamo qui a scrivere solo perché una serie di tecnici ci ha salvato da una serie di rischi, fisici e morali.
Dopo averli debitamente ringraziati, dobbiamo però esaminare seriamente cosa succede se davvero una parte consistente di questi ruoli non è sufficientemente responsabile, sufficientemente competente, e all’altezza dei compiti del ruolo, non solo tecnici ma anche in senso lato morali. Purtroppo abbiamo delle esperienze negative, ma per tutte cito qui solo il caso delle conseguenze del terremoto de L’Aquila (2).

Il danno sociale prodotto da ruoli tecnici “irresponsabili” è enorme. Quindi è importante ritornare sulla questione dei processi formativi. Non si può tornare indietro verso una più elementare divisione del lavoro, né immaginare che la responsabilità sociale dei tecnici sia staccata da quella della responsabilità delle imprese ed in genere delle organizzazioni, o dal generale clima morale che predomina in un certa fase.

In breve: la corruzione individuale è correlata al clima di lassismo e affarismo prevalente, si nutre delle giustificazioni di senso comune, trova nel particolarismo esteso e dominante degli interessi la sua radice. Quindi occorre evidentemente ripensare i processi formativi in modo che vi abbia spazio e legittimità un discorso sulla responsabilità sociale dei tecnici, e d’altra parte occorre vigilare che i ruoli professionali siano esercitati in modalità coerenti con massime di condotta sociali. A tale scopo certamente è necessaria una ben maggiore trasparenza di quanta ne abbiamo oggi. Come anche forme di vigilanza incrociata oggi del tutto embrionali. Ancora una volta: affidarsi al diritto è troppo e troppo poco (specie data la crisi della nostra giustizia). L’etica, ovvero la “questione morale” nei ruoli tecnici torna importante.

Perché è importante esaminare i ruoli tecnici sotto il profilo delle loro capacità cognitive e professionali e sotto il profilo della loro qualità sociale? Perché essi sono pervasivi e sono troppo importanti per le nostre vite per lasciarli “da soli”. Come nella ricerca scientifica le forme di auto-controllo sono sempre le più efficaci, ma qui c’è il problema che a questi ruoli sono legati interessi, anche cospicui, che inquinano le condotte. Abbiamo dunque bisogno di checks and balances, su solide basi costituzionali, per evitare il peggio (L’Aquila non deve ripetersi) e per garantire un livello soddisfacente di prestazioni.
Come immaginarle è molto difficile e si può sperare intanto su una futuribile cultura della valutazione un po’ più sofisticata e meno aziendalistica di quelle corrente.

In termini teorici ed astratti la questione è chiara, per esempio facendo riferimento al paradigma di Sen, magari completato da M. Nussbaum: si tratta di sviluppare – nei processi formativi formali ed informali – capacità, che sono sia competenze (abilità tecniche), sia auto-nomie o auto-regolazioni.
Ma è un processo molto esigente, anche se lo riferissimo solo a minoranze attive all’interno del sistema dei ruoli. Si dovrebbe coniugare molto di più conoscenza tecnico-pratica e conoscenza morale, regole tecniche e regolazioni sociali, norme sociali e norme giuridiche e così via (3).

Un po’ di questo avviene del resto, e spiega perché i sistemi non collassino o degenerino. Si può qui dire solo questo: nessuna delle riforme pensate ultimamente, ma anche assai prima di Berlusconi, per i processi formativi hanno mai anche solo immaginato questo ordine di problemi. Anzi: esse hanno puntato decisamente alla produzione di cinismo di ruolo e di indifferentismo morale, di cui anche troppo spesso vediamo i frutti perversi e paghiamo i costi.

Ma tutto questo che c’entra con la sussidiarietà? Mi verrebbe voglia di lasciarlo alla fantasia del lettore, ma qui siamo al suo servizio e perciò dico due parole. Intanto, abbiamo a che fare con beni cognitivi e normativi in tutti i sintetici passaggi dell’argomentazione e della tematica. E come abbiamo visto in precedenti contributi i beni comuni virtuali sono il motore della sussidiarietà.
Poi, i ruoli tecnici di diversa natura che convergono nelle pratiche e procedure di sussidiarietà sono molteplici e direi crescenti di numero e di qualificazione.

Il cittadino attivo si incontra con varie figure di esperto, o anche solo di mediatore. Apprende da lui e gli insegna qualcosa. Alla lunga anche il cittadino diventa un po’ esperto, “cultore della materia.
La sussidiarietà senza sapere in azione non è possibile. Quindi essa sollecita acutamente una riflessione sui ruoli tecnici e sulle competenze specialistiche. Fornisce anche nei casi migliori, ma speriamo di più in futuro, contesti capacitanti non solo per i cittadini, ma anche per gli esperti, che ne hanno urgente bisogno (e talora anche voglia).

(1) Sul punto rinvio al recente de Monticelli, La questione morale, Cortina, di cui consiglio vivamente la lettura ai miei 25 lettori.
(2) Rinvio sul punto a quanto ho scritto in Italia sperduta, Donzelli, 211.
(3) Si può vedere Bertoldini (a cura), La cultura politecnica, B. Mondadori, Milano 24.



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