L'agricoltura ci salverà , ma non quella biologica. O almeno, non necessariamente...
Il punto di Labsus

Agricoltura, territorio e tecnica

Una relazione non scontata

L'agricoltura può rappresentare lo strumento principale per ripristinare forme di controllo e tutela del territorio, ma per farlo deve utilizzare mezzi e strumenti d'avanguardia e non configurarsi come un ritorno bucolico alla campagna. Niente da eccepire rispetto alla scelta di vita di tornare alla coltivazione dei campi, anzi. Ma se si vuole far passare questa tendenza come quella che ci salverà nei prossimi anni dalla deriva catastrofica dei territori, allora diventa necessario fare degli approfondimenti.

Non si può consigliare o favorire fattivamente il ritorno alla coltivazione dei campi “come ai vecchi tempi”, perché non sarebbe onesto nei confronti di chi ha voglia di cimentarsi in questa attività ex-novo o come ripresa delle proprietà di famiglia. L’ approccio onesto per la promozione di un ritorno alla attività agricola è quello di fornire ai coltivatori contadini gli strumenti adeguati per l’ammodernamento delle loro aziende. La metafora che in maniera azzardata mi sento di fare è quella per cui nessuno di noi si sentirebbe di consigliare ad un amico o parente malato di farsi curare con i metodi dei nostri nonni perché, forse, nell’applicazione di una tecnica medica si sospettano effetti collaterali ancora poco chiari. Per quanto ontologicamente sbagliato possa considerarsi, chiunque al nostro posto o in quello del malato si guarderebbe bene dal rifiutare le cure mediche per come le conosciamo oggi a favore di quelle che si utilizzavano nel ventennio passato. Allo stesso modo ci si dovrebbe guardare bene dal consigliare a chiunque di dedicarsi nuovamente all’agricoltura senza accompagnare questa esortazione con la raccomandazione a fare buon uso di conoscenze tecnico-scientifiche che permettano ai coltivatori di trarre un buon profitto dalla propria attività , con il minimo impatto ambientale.

Il problema dell’uso coscienzioso del territorio e della riduzione dell’impatto ambientale nell’esercizio dell’attività agricola, quindi, è più complesso e sfaccettato rispetto ad una visione che vede le multinazionali come portatrici di un male sconosciuto e diffuso, da combattere con il ritorno all’agricoltura biologica. Purtroppo, il passaggio non è cosìimmediato e diretto, e gli attori del processo sono davvero tanti, ciascuno con le proprie responsabilità a riguardo.

Agricoltura e tecnica

Utilizzando bene i mezzi tecnici dell’agricoltura, alla luce delle conoscenze acquisite negli ultimi decenni e della sensibilità ormai assodata relativamente alle tematiche di sicurezza ambientale, il coltivatore può essere in grado di esercitare un’attività agricola in grado di garantirgli degli utili, nel rispetto del territorio in cui opera. L’agricoltura cosìconcepita permetterebbe il raggiungimento di quello che possiamo chiamare “reddito sostenibile”, un reddito agricolo, cioè, ottenuto con l’oculata gestione delle risorse ambientali di cui si dispone. Un approccio di questo tipo gioverebbe all’intero territorio italiano, troppo spesso trascurato o danneggiato da politiche ambientali inappropriate, che trattano l’agricoltura e la difesa del territorio come due campi distinti di intervento quando essi, in larga misura, coincidono.

Nel corso dei secoli gli agricoltori hanno sempre applicato le tecniche di breeding, di incrocio, selezionando le piante che meglio si prestavano alla coltivazione in un determinato territorio; questo processo è stato poi applicato anche in laboratorio e si è spinto sino all’ottenimento delle piante transgeniche. L’introduzione di geni estranei alla specie che si desidera migliorare e la loro provenienza da altre specie (OGM) o, addirittura, da altre tipologie di organismi (come per esempio batteri) ha reso le piante più resistenti a malattie e avversità .

Grazie alle resistenze acquisite, le piante migliorate si prestano ad essere coltivate in territori dove qualche decennio fa non sarebbe stato possibile ottenere alcuna produzione. Visti cosìgli OGM non sono il male del mondo, semmai restano ancora degli sconosciuti in termini di effetti a lungo termine sull’ecosistema terra. Per questo occorre favorire ed approvare le attività scientifiche volte all’analisi degli effetti indiretti degli OGM nuovi o già approvati, e per far questo occorrerebbe favorire la ricerca indipendente abbassando gli oneri delle sperimentazioni. Attualmente questi processi investigativi vengono portati avanti dai produttori stessi degli OGM che altro non fanno che garantire ciò che hanno costituito, con la successiva verifica della European Food and Safety Authority (in campo europeo). Se i disciplinari produttivi e di controllo non fossero economicamente insostenibili per le piccole e medie aziende o se ci fosse una rete scientifica che le supportasse, il mercato degli OGM forse non sarebbe nelle uniche mani delle multinazionali sementiere.

L’agricoltura nel futuro, il futuro dell’agricoltura

La sinergia creata dalla moderna meccanizzazione e dal miglioramento genetico ha radicalmente cambiato l’agricoltura. In atto non è ipotizzabile tornare indietro su nessuno dei due fronti.

Il futuro dell’agricoltura non sta in una agricoltura biologica di nicchia dove i costi di “affiliazione” agli organismi certificatori e la commercializzazione del prodotto restano proibitivi sia per i produttori che per i consumatori. Un’agricoltura lungimirante e produttiva dovrebbe tendere “naturalmente” al biologico nell’ottica di una riduzione dell’uso e del costo dei mezzi tecnici: irrigazione, concimazione, mantenimento in generale (es: potatura), trattamenti antiparassitari etc.; non esiste una ricetta unica per raggiungere questo obiettivo, però si possono tenere in considerazione alcuni principi fondamentali come quello di coltivare specie il più possibile simili, in termini di corredo cromosomico, a quelle storicamente utilizzate in un comprensorio. Infatti, più una specie è adatta al territorio in cui viene coltivata, minori sono gli input necessari per la sua coltivazione ed il suo mantenimento (meno concimi, meno anticrittogamici, meno acqua). Il problema è che, spesso, le specie più “antiche” meno si adattano alla meccanizzazione delle operazioni colturali, come ad esempio la raccolta e la potatura. E’ lìallora che può intervenire la tecnologia, adattando le specie tradizionali alle esigenze di una agricoltura moderna, modificando ad esempio il portamento delle piante, le loro esigenze idriche, o la resistenza agli stress meccanici.

Ancora, se vogliamo inquadrare il problema in maniera universale, occorre fare alcune riflessioni sul consumo globale di risorse e la loro trasformazione. Analizziamo, ad esempio, la filiera di produzione della carne: un terzo dei cereali attualmente prodotti va destinato alla produzione di mangimi animali, per sostenere continenti che hanno scoperto la carne e vogliono metterla in tavola tutti i giorni. Nel 212 il consumo di carne della Cina è stato doppio di quello USA, con 71 milioni di tonnellate contro 35.

Le specie destinate all’alimentazione animale sono soprattutto mais e soia OGM. Non deve sorprender il fatto che la maggior parte dei mangimi prodotti nel mondo sia OGM. Anzi, occorre sapere che questi mangimi rientrano anche nelle filiere di prodotti DOP.

Le filiere produttive, infatti, sono tutte interdipendenti e non sarebbe possibile, al momento, bandire l’uso di OGM senza influenzare negativamente produzioni di qualità che tanto caratterizzano il made in Italy. Sarebbe auspicabile rivoluzionare il sistema dal basso adottando abitudini alimentari che mutino profondamente l’equilibrio tra domanda ed offerta dei prodotti carnei. Se ciò avvenisse il mercato dei cereali si adeguerebbe e si potrebbero seguire nuove vie produttive e di destinazione d’uso delle superfici coltivate. Maggior importanza sarebbe data a filiere produttive a minor impatto ambientale ed improntate sulla biodiversità¡, che abbiano come centro focale il consumatore e dipendano il meno possibile dalle produzioni animali, cosìavide di input energetici e cosìdifficilmente sostenibili nel lungo termine. I movimenti spontanei di cittadini che sostengono le produzioni a kilometro zero o gli orti compartiti sono un esempio di come una nuova sensibilità verso le tematiche agricole si stia facendo strada e come l’esigenza di gente “educata” ad un consumo solidale possa essere favorita e convogliata verso uno sviluppo capillare che interessi fette di territorio sempre più estese. L’amministrazione pubblica dovrebbe farsi carico della promozione di queste realtà , dando un supporto tecnico reale a chi si senta disposto a correre il rischio di intraprendere o re-intraprendere una attività agricola. Se le esigenze della società civile vengono correttamente interpretate dalla politica, allora sìche si può sperare ancora in uno sviluppo agricolo sostenibile e ad una ripresa cosciente del territorio.

Riferimenti bibliografici e legislativi:

Nove miliardi di posti a tavola. La nuova geopolitica della scarsità di cibo di Lester R. Brown, G. Bologna e D. Tamburrano (212)

Buono, pulito e giusto. Principi di nuova gastronomia, Carlo Petrini (211).

International Service for the Aquisition of Agri-Biotech Applications (sito)

Reg. 1151/212 sui regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari

Reg. 1829/23 e Reg.183/23 su produzione e commercio di OGM per uso umano ed animale

Reg. 834/27 che regola le produzioni biologiche



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