" Il welfare come luogo dello spreco e della richiesta di risorse dello Stato dovrebbe diventare il posto dove ricostituire i legami sociali (Mauro Magatti, Sociologo Univ. Cattolica) "
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Economia sociale: numeri e obiettivi del terzo settore che si fa impresa

La sussidiarietà come leva per nuove forme di attività economica

Presentati i risultati a Roma lo scorso maggio, la Fondazione Roma offre riferimenti da cui partire per un nuovo modello di Stato sociale.

115mila? Un numero positivo

115mila. “???” potreste domandarvi, cominciando così. No, non si tratta di un simbolismo alla Dan Brown, o dei salmi dell’Apocalisse, che poi erano 144mila. E per fortuna non è un numero che deve farci preoccupare, anzi.

Si tratta di quella galassia di imprese che oggi, dati alla mano, credono in una nuova concezione dello Stato Sociale, superano la distinzione tra il pubblico dello Stato e il privato dei privati liberisti, e credono in un interesse pubblico che parte dai fini, non dalla natura giuridica di chi vuole raggiungerli e realizzarli.

Fini quali la cultura come conservazione del patrimonio, l’istruzione per la formazione di capitale umano, ma anche sanità ed assistenza: questi i campi che sembrano calamitare l’attenzione di queste realtà emergenti, finite nei mesi scorsi sotto la lente di un progetto presentato lo scorso maggio, e promosso dalla Fondazione Roma con il contributo del Centre for the Anthropology of religion and cultural change dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – Facoltà di Sociologia.

Economia sociale: la crisi come difficile punto di partenza

Entrando nel cuore del progetto, spiccano la chiarezza dei problemi di partenza, e i motivi della crisi che fanno incagliare gli ingranaggi del sistema. Il tutto comincia da una necessità strisciante ed urgente di modificare i principi del Welfare State, che applicato in tutto l’Occidente da più di mezzo secolo, cozza sempre di più con le ristrettezze imposte dal contenimento del debito pubblico. D’altra parte l’urgenza si articola su quattro fronti: spendere meglio con più controlli; intervenire presto prevenendo; più competenze e meno improvvisazione; mettere da parte i pregiudizi verso le novità e le scommesse. In fondo la crisi presenta due significati: prendere atto che ciò che esisteva non può più funzionare, l’obbligo di cercare strade diverse, comunque. L’importante è il principio, e lo studio sembra offrire un motto valido e coinvolgente: destatalizzare socializzando. Quindi dipendere meno dalle risorse dello Stato, e considerare il sociale come rete di legami, di rapporti, che dal basso e sfruttando ogni risorsa e ogni capacità all’interno della comunità (conoscersi per ciò che si fa e non per ciò che si è), ricostruiscano nel lungo periodo i sani valori delle istituzioni di base dell’Italia, che il Presidente del Censis Giuseppe De Rita inquadra con precisione: famiglia, scuola, religione, politica.

Economia sociale: la crisi come opportunità da sfruttare (e già sfruttata)

Dalle parole ai fatti? Il rapporto non viene meno alla domanda chiave del discorso, che scendendo dai cieli della teoria, ci porta ad esperienze vissute ed efficaci: la Cooperativa Apriti Sesamo del Consorzio Nausicaa di Roma, attiva nei servizi alla famiglia e ai bambini in interazione con le amministrazioni; i progetti per l’occupazione sostenuti dalla Caritas diocesana di Palestrina; il Punto comune allestito dal comune viterbese di Soriano nel Cimino, dove lo Stato fa da momento di contatto tra famiglie e neo imprenditori.

La sfida è doppia, secondo le conclusioni del documento: da un lato far conoscere la sana convenienza del concetto di impresa sociale, dall’altro l’impegno a fare proseliti, e ad esportare questo modello di economia sussidiaria in altri momenti dell’attività produttiva: dal settore immobiliare attraverso fondazioni sociali al business spesso “in nero” badanti, tanto per citare i casi più scottanti.

C’è quindi da pensare. E da fare.



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