"Non è il privato che si vuole sostituire allo Stato, ma è il privato che cerca di collaborare per avere un mondo migliore"
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Il mecenatismo del terzo millennio: da Venezia a Ercolano passando per Roma

Quando lo Stato manca di risorse ecco che i privati intervengono per i beni culturali

colosseo_piccoloDiego Della Valle a Roma, David Packard a Ercolano, Renzo Rosso a Venezia, sono solo alcuni dei privati che decidono di investire sul patrimonio culturale nazionale e non. In un momento storico come questo è importante comprendere la necessità di una stretta e virtuosa collaborazione tra pubblico e privato per la cura condivisa dei beni culturali.

In un momento di crisi economica, in cui il settore dei beni culturali, centrale in un paese come l’Italia, ha fortemente risentito dei tagli della spesa pubblica, un reciproco arricchimento fra pubblico e privato potrebbe essere la soluzione per “salvare” dal degrado pezzi storici della nostra nazione. In tale contesto, al fine di finanziare gli interventi pubblici di tutela e valorizzazione dei beni culturali, è stato tentato di attrarre fondi privati essenzialmente attraverso due sistemi.

Il primo è quello delle erogazioni liberali, consistente in donazioni effettuate da privati e imprese che decidono di destinare all’arte una parte delle proprie risorse e che dà luogo al fenomeno del cosiddetto mecenatismo culturale. L’altro è quello delle sponsorizzazioni del bene culturale da parte di privati, attraverso le quali il privato, a fronte di un corrispettivo da pagare, acquisisce il diritto di utilizzare l’immagine o il nome del bene a proprio vantaggio, in varie forme.

Rispetto alle erogazioni liberali, le sponsorizzazioni presentano ovviamente il vantaggio di consentire un ritorno di immagine per lo sponsor e di garantirgli un vantaggio commerciale, motivi, questi, che danno spesso adito a forti critiche.

Ma in entrambi i casi il vero beneficiario dell’intervento privato non risulta essere proprio il bene culturale?

Pubblico e privato insieme per il Ponte di Rialto

Sarà la Otb-Only The Brave, la holding che fa capo a Renzo Rosso e che controlla marchi e aziende di moda, a finanziare l’operazione di restauro del Ponte di Rialto, monumento simbolo della città di Venezia, per la cifra di circa 5 milioni di euro. A maggio, infatti, è stato firmato il “contratto di sponsorizzazione per il puro finanziamento delle attività riguardanti la progettazione e l’esecuzione dei lavori” da parte di Renzo Rosso e Manuel Cattani, direttore della Direzione ai lavori pubblici.

Il comune di Venezia si occuperà della progettazione e della direzione dei lavori, nonchè della realizzazione del restauro, mentre lo sponsor finanzierà l’operazione ricavandone un ritorno d’immagine. Con la sponsorizzazione, infatti, l’azienda di Rosso si è garantita una serie di benefit, tra cui la possibilità di organizzare un evento a piazza San Marco e due al Palazzo Ducale, facendo però attenzione a non “invadere i luoghi” e a proporre “cose più creative e meno inquinanti possibili”. Lo stesso Rosso ha già annunciato che se al termine dei lavori, previsto per febbraio 216, dovessero rimanere fondi a disposizione, questi rimarrano in dotazione alla città per altri interventi di recupero.

Spiega, infatti: “Ho sempre pensato che sia un dovere civico di tutti quello di restituire alla comunità una parte del proprio successo. Credo di essere il modello di una visione moderna, innovativa e socialmente consapevole di fare impresa, e che tra le mie responsabilità ci sia anche quella, ad esempio, di preservare il patrimonio artistico della mia nazione”. Ed ha specificato che “non è il privato che si vuole sostituire allo Stato, ma è il privato che cerca di collaborare affinchè si possa dialogare per avere un mondo migliore”.

Un virtuoso esempio di collaborazione tra pubblico e privato, a detta del vicesindaco Sandro Simionato, che a coloro che criticano la sponsorizzazione risponde che “la città di Venezia è nostra, ma anche del mondo: è quindi un dovere fare tutto il possibile per mantenerla e migliorarla”.

L’informatica finanzia il restauro di Ercolano

Nasce nel 2 l’Herculaneum Conservation Project, un progetto collaborativo tra il Packard Humanities Institute e la Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei, per la salvaguardia del sito di Ercolano.

David Woodley Packard, figlio del magnate dell’informatica, da 12 anni finanzia la manutenzione e il consolidamento del sito archeologico dell’antica città vesuviana ed ha erogato fino ad oggi circa 18 milioni di euro. Un’attività filantropica allo stato puro, svolta senza aspettative di utili o ritorni di immagine, ma solo per amore della cultura.

Nel 21 vengono avviati i primi rilievi ed esperimenti atti a garantire la conservazione del sito archeologico nel lungo termine, con particolare attenzione all’Insula Orientalis, scelta nel 22 come caso di studio. La metodologia scelta è stata, infatti, quella di “imparare facendo” in un’area specifica, garantendo in questo modo che fossero i problemi del sito a guidare le scelte operative. Contemporaneamente viene avviata una campagna di conservazione su tutto il sito e alla Soprintendenza e alla Packard Humanities si affianca la British School di Roma che, attraverso un contratto di sponsorizzazione stipulato nel 24, ottiene il mandato di intraprendere in regime di autonomia gestionale, amministrativa e finanziaria una serie di interventi sul sito. Grazie alla gestione diretta dei lavori è stato possibile affrontare anche interventi pianificati dalla Soprintendenza fino a quel momento soggetti alla formula della donazione a rimborso.

In questo modo, avviata la conservazione di emergenza nelle aree a rischio, sia sulle strutture archeologiche sia sugli apparati decorativi, con la copertura delle domus, il ripristino di strade e marciapiedi, il restauro degli affreschi e il consolidamento delle mura, l’antica città ha ritrovato un po’ alla volta il suo splendore.

Per la sostenibilità di lungo periodo risulta fondamentale la collaborazione con gli enti e le comunità locali e internazionali. Il comune di Ercolano ha dunque invitato a lanciare un’iniziativa in tal senso, realizzata nel 27 con la creazione del Centro Herculaneum. Un centro per attività professionali, culturali e divulgative, collegate al patrimonio storico-archeologico di Ercolano, che opera in settori-chiave quali partecipazione, formazione, ricerca e accessibilità .

Filantropo allo stato puro, Packard ha infine deciso di aprire una fondazione italiana per continuare il restauro. La “Fondazione istituto Packard per i beni culturali”, che ha sede a Pisa, sarà operativa il mese prossimo, quando la Prefettura di Pisa ne approverà lo statuto. Tale fondazione gestirà direttamente l’Herculaneum Conservation Project e subentrerà in tutti i rapporti legali con il ministero dei Beni Culturali. Il responsabile, l’avvocato Michele Barbieri, spiega: “invece del contratto di sponsorizzazione useremo lo strumento della donazione liberale, senza nulla in cambio”. E aggiunge che “i soldi raccolti negli Usa arriveranno direttamente alla fondazione italiana, che svolgerà un’azione filantropica nei settori dell’archeologia, dell’arte e si occuperà di portare avanti il lavoro avviato su Ercolano”.

Un Colosseo “griffato” Della Valle

“Una buona notizia per Roma, alla vigilia della Notte dei Fori” scrive Ignazio Marino su Twitter. Questa la reazione del sindaco di Roma dopo che il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso del Codacons contro l’assegnazione al gruppo Tod’s di Diego Della Valle della sponsorizzazione dei restauri dell’anfiteatro Flavio, dando il via libera ai lavori da un valore di circa 25 milioni di euro.

Tuttavia il Codacons ha già annunciato che ricorrerà in Cassazione, ritenendo troppo basso il prezzo della sponsorizzazione rispetto al valore del monumento e contestando i diritti di sfruttamento accordati alla Tod’s. In effetti dal contratto di sponsorizzazione, firmato nel gennaio 211 da Diego Della Valle e dall’allora commissario dell’archeologia di Roma Roberto Cecchi, si evincono benefici rilevanti, tra cui la possibilità di realizzare in esclusiva un logo raffigurante il Colosseo. Ma l’imprenditore rassicura che non abbinerà l’immagine del monumento ai suoi prodotti e cederà il retro del biglietto d’ingresso ad associazioni umanitarie. Ha lanciato, anzi, una sorta di appello affermando che “è la cultura che permetterà di fare passi avanti al paese e gli imprenditori presenti nei rispettivi territori dovrebbero considerare il sostegno al restauro del patrimonio di Pompei, Venezia e Firenze, prima che venga in mente a finanziatori esteri”.

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