Negli ultimi anni si stanno sviluppando su tutto il territorio nazionale centinaia di organizzazioni per la promozione dello sport inteso come diritto di cittadinanza, accessibile a tutti senza discriminazioni e rispettoso dei valori tradizionali
Il punto di Labsus

Dai rioni sport popolare e di comunità

Concludiamo l’approfondimento sullo sport popolare, analizzato attraverso la teoria dei beni comuni, esaminando i concetti di cultura e tradizione sportiva ed alcune esperienze di sport di comunità . Negli ultimi anni infatti si stanno sviluppando su tutto il territorio nazionale centinaia di organizzazioni per la promozione dello sport inteso come diritto di cittadinanza, accessibile a tutti senza discriminazioni e rispettoso dei valori tradizionali. Palestre popolari, squadre di calcio fondate sull’azionariato popolare, in alcuni casi vere e proprie polisportive rappresentano i presidi comunitari di una cultura sportiva immune alle logiche mercantili.

Educazione sportiva e cultura popolare

Se è vero che l’attività ludico-motoria favorisce la coesione sociale e lo sviluppo della persona, questo diventa possibile solo attraverso il rispetto di alcune semplici norme che rendono qualsiasi sport una palestra ideale per allenare il corpo e la mente: rispetto dell’avversario e di conseguenza delle regole della competizione, disciplina, motivazione e spirito di sacrificio.

Negli ultimi quarant’anni le competizioni sportive, soprattutto quelle più popolari dal punto di vista mediatico e quindi maggiormente coinvolte nelle logiche di mercato, ci hanno abituato a spettacoli indegni (doping, corruzione e calcio-scommesse); non c’è campionato di calcio o Giro d’Italia/Tour de France che non si svolga nel sospetto di irregolarità .
I valori autentici e genuini dello sport ormai hanno quasi abbandonato i palcoscenici più blasonati. Un’eccezione a questi contesti degradati, sempre parlando di grande pubblico, è forse rappresentata da discipline come il rugby, la boxe e le arti marziali.

Probabilmente proprio la loro natura “violenta” (in questi casi infatti oltre alla competizione e alla rivalità entra in gioco anche lo scontro fisico), impone agli atleti un rispetto maggiore dell’avversario.
Uno scenario diverso contraddistingue le tante realtà territoriali “minori” che continuano invece con ostinazione a tramandare l’etica sportiva come elemento fondante; in questo caso la distanza tra i campetti di periferia e i grandi stadi più che fisica è morale.
In questi spazi lontani dalla luce dei riflettori lo sport ritrova la sua dimensione autentica, quella di pratica popolare alla quale tutti hanno diritto; la cultura sportiva, a differenza di altre forme di cultura, infatti si apprende solo praticando con dedizione un’attività fisica.

Sono numerosi i centri sportivi che si avvalgono di ex atleti, diventati allenatori ed educatori con l’obiettivo non solo di insegnare come si pratica uno sport ma di trasmettere il loro bagaglio di esperienze alle nuove generazioni.
La cultura sportiva infatti si sviluppa su tre livelli: nell’abitudine di praticare attività motoria; nell’insieme di regole morali che disciplinano ogni forma di sport; nella combinazione di tradizioni, insegnamenti, memoria storica che mantiene in vita qualsiasi disciplina sportiva.
Se le grandi imprese sportive presenti nell’immaginario collettivo sono entrate a far parte di quella che viene definita cultura popolare, anche le tradizioni delle discipline sportive dovrebbero entrare a far parte a pieno titolo della nostra cultura; poche attività infatti riescono a “coltivare” e a far germogliare (fisicamente e mentalmente) le persone, in particolare i giovani, come lo sport.

Nuovi spazi urbani autogestiti nelle periferie delle città

Una sintesi dei quattro profili (salute, aggregazione sociale, integrazione, cultura) presi in esame è rappresentata dalle cosiddette palestre popolari, sorte negli ultimi dieci anni in molte città italiane. Quasi tutte le palestre popolari nascono come emanazione di soggetti sociali vicini ad ambienti di “sinistra” e spesso gli spazi dove si svolgono i corsi non sono stati progettati per le attività sportive. Si tratta infatti di capannoni abbandonati, locali a destinazione commerciale di proprietà dei Comuni vuoti da anni, case sfitte di enti pubblici rimaste inutilizzate: spazi occupati, rigenerati e restituiti alla comunità .

Su questi punti sono necessarie due precisazioni. Riguardo il primo aspetto riteniamo fondamentale il fattore “accessibilità “; tutte le esperienze che verranno citate non presentano alcun vincolo (ad esempio iscrizione a partiti o a movimenti) per l’accesso ai servizi ma sono state realizzate, è necessario riconoscerlo, grazie all’impegno di tanti ragazzi attivi politicamente. Senza il loro contributo i quartieri delle nostre città avrebbero meno servizi di interesse generale; per ammissione degli stessi protagonisti di queste esperienze alcune palestre inizialmente avevano una forte connotazione politica, poi con il passare del tempo i corsi sono stati aperti ai territori e la gente che partecipava ha chiesto di variare l’offerta che era orientata prevalentemente a discipline come la boxe e le arti marziali.

In merito alla pratica delle occupazioni crediamo invece che non possa essere riconosciuta come un’azione legittima a prescindere, in ogni occasione, ma al tempo stesso riteniamo sia necessario recepire le esigenze sociali che generano questo tipo di azioni, anche con una certa urgenza. Quello delle occupazioni è un fenomeno crescente che le istituzioni e la politica devono analizzare, comprendere in quanto sintomo di disagio, di mancanza di luoghi di aggregazione e di servizi e incanalare verso soluzioni condivise. Nel caso di occupazioni di patrimonio pubblico è infatti evidente che se mancano le risorse economiche per gestire determinati spazi, considerati anche i vincoli di bilancio a cui sono soggetti i Comuni, forse è preferibile permetterne la gestione a quei cittadini che decidono di rendersi responsabili e di prendersene cura, producendo welfare e servizi di interesse collettivo, piuttosto che lasciarli degradare.

Nel caso in cui invece ad essere occupato fosse un patrimonio privato bisognerebbe considerare anche l’aspetto determinante della rendita fondiaria, regolando il mercato immobiliare come accade in Europa con l’obiettivo di disincentivare il non uso, anche perché allo stato attuale molti beni privati rischiano il deperimento.

Palestre popolari e sport di comunità

Le palestre popolari si contraddistinguono dai luoghi tradizionali dove praticare attività sportiva soprattutto perché sono svincolate dalle logiche di mercato e del moderno fitness dedito al culto dell’immagine; i prezzi “popolari” permettono inoltre l’accesso anche alle fasce economicamente più svantaggiate.
Dal punto di vista della cura civica dei beni comuni è importante sottolineare la doppia valenza di spazio fisico rigenerato e messo al servizio della comunità e di spazio di coesione ed inclusione sociale. Alla riappropriazione degli spazi della propria città si affianca spesso, intorno al recupero e alla difesa delle tradizioni sportive anche locali, lo sviluppo di un senso comunitario di appartenenza.

Ultimo dato, anche questo determinante: la creazione di nuovi posti di lavoro. Sono infatti luoghi autogestiti dove poter praticare sport con professionalità sotto la guida di laureati in scienze motorie (alcuni atleti hanno raggiunto livelli di assoluta eccellenza, conquistando titoli mondiali nella kickboxing, o titoli nazionali nel pugilato) nel rispetto delle ambizioni personali e della competizione; ma sono soprattutto nuovi luoghi di aggregazione a disposizione dei quartieri, spesso di periferia. Le palestre popolari sono frequentate prevalentemente da giovani tra i 16 ed i 35 anni, ma poiché non mancano corsi di yoga, di pilates, di shiatsu, di danza o di kung fu per bambini, sono riuscite ad attrarre anche casalinghe, anziani e bambini.

Il successo di questi nuovi spazi urbani è determinato proprio dal fatto di aver conquistato la fiducia degli abitanti dei quartieri, di aver coinvolto persone che non hanno nulla a che fare con i centri sociali o con le politiche portate avanti dagli animatori delle palestre, di avere collegato “pezzi” della società che spesso faticano a trovare forme e luoghi dove esprimersi.

Le esperienze romane

Possiamo citare come esempi la palestra realizzata a Bologna dal Teatro Polivalente Occupato e frequentata da studenti universitari e migranti, l’esperienza di Cinecittà dove i corsi di boxe e kickboxing sono frequentati dai ragazzi dei campi rom, oppure la Dante di Nanni a Torino dove gli atleti possono e devono essere presenti nei vari momenti dedicati all’organizzazione e alla pulizia della palestra stessa, la polisportiva San Precario a Padova; ma ce ne sono tante altre.

Roma in particolare nell’ultimo decennio è stata teatro di numerosi progetti di questo tipo; vale la pena ricordare la palestra Valerio Verbano al Tufello, nata nel 2005 dopo l’occupazione di un locale di ex caldaie che è stato totalmente ristrutturato dai ragazzi del quartiere; l’esperienza di SCUP; la palestra popolare Quadraro, nata dall’occupazione di alcuni locali sotterranei in via Treviri abbandonati da 44 anni; la palestra popolare di Colle Salario nata all’interno della scuola di Largo Monte San Giusto che con ordinanza dall’Assessorato alla Casa è stata cambiata d’uso e utilizzata come abitazione provvisoria per i nuclei familiari in emergenza abitativa; la palestra popolare di San Lorenzo in via dei Volsci nata nel 2001 conosciuta in particolare per i risultati ottenuti nella nobile arte del pugilato.

In conclusione è interessante fare riferimento anche all’esperienza della squadra di calcio Ardita San Paolo, fondata nel 2011 a Roma sud (sulle stesse basi sta nascendo proprio in questi giorni l’Atletico San Lorenzo sempre a Roma), i cui principi rispecchiano perfettamente quelli delle palestre popolari come si può leggere dal suo manifesto. La particolarità dell’Ardita è rappresentata dal fatto di essere stata fondata e strutturata dai suoi stessi tifosi che hanno l’opportunità di diventare soci e di partecipare collettivamente all’organizzazione della società , che non ha scopo di lucro. Questo è stato possibile grazie ad un progetto di azionariato popolare ideato con l’obiettivo di “creare una squadra che faccia davvero sentire tutti quanti parte di qualcosa, con vero senso di appartenenza”.

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