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La trasversalità  degli interessi che il caso Cavallerizza riunisce intorno a sé è sicuramente indice dell'affezione dei torinesi verso il Complesso Reale ma è anche, e soprattutto, segnale del rinnovato valore che le comunità  attribuiscono a ciò che è comune
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Torino, caso Cavallerizza Reale

Ciò che è reale è razionale, ciò che è razionale reale non è

La cosa che più stupisce quando si compie la scelta di unirsi al cerchio dell'Assemblea Cavallerizza  è l'eterogeneità  dei partecipanti. Al confronto politico sulla gestione degli immobili e delle politiche culturali della Cavallerizza Reale partecipano settimanalmente tre diverse generazioni: uomini e donne di provenienza e formazione completamente differenti. La trasversalità  degli interessi che il caso Cavallerizza riunisce intorno a sé è sicuramente indice dell'affezione dei torinesi verso il Complesso Reale ma è anche, e soprattutto, segnale del rinnovato valore che le comunità  attribuiscono a ciò che è comune.

cavallerizza reale torino

Nell’epoca della svendita del patrimonio pubblico, la volontà  di partecipazione, la riscoperta della responsabilità  che l’essere cittadino comporta, l’attivismo politico, sociale e culturale vanno letti come segnali, assolutamente positivi, che connotano e definiscono i tempi che stiamo vivendo.

Cavallerizza Reale è considerabile il simbolo torinese dei beni comuni. Era il 2009 quando il Comune ha ceduto alla Cartolarizzazione Città  di Torino S.r.l., il complesso della Cavallerizza, destinando alla vendita a privati un bene riconosciuto patrimonio dell’umanità  e iscritto insieme al resto delle Residenze Sabaude nelle liste dell’UNESCO.
cavallerizza reale torinoIl complesso che originariamente ospitava le scuderie del Re, dopo la cessione del 2009 è rimasto in uno stato di completo abbandono. Macerie sparse negli ex appartamenti dei piani alti, oggetti d’uso quotidiano abbandonati in ogni dove, auto parcheggiate abusivamente nel piazzale, teatri vuoti. Era questo lo stato in cui versavano gli spazi di via Verdi quando nel maggio del 2014, a distanza di 5 anni dalla cessione a CCT, un gruppo di cittadini ha scelto di non stare più a guardare. Centocinquanta persone, riunitesi in assemblea hanno compiuto, allora, la scelta tanto ardita quanto responsabile, di rendere vivi e accessibili gli immobili della Cavallerizza Reale, instaurando un presidio permanente nello storico complesso cittadino. Lo scopo del presidio è stato, dalle origini, quello di risollevare l’attenzione della cittadinanza su un bene percepito ancora come di tutti.

Un’assemblea permanente per la Cavallerizza

Dalla costituzione dell’assemblea ad oggi le sorti della Cavallerizza sembrano, in effetti, aver cambiato direzione. Se a giugno scorso la prospettiva profilata per gli immobili di via Verdi era la vendita a, ipotetiche, lussuose compagnie alberghiere che avrebbero perseguito uno scopo puramente commerciale, oggi le prospettive sembrano quantomeno ridimensionate. Non più appartamenti lussuosi ma più modeste camere per giovani backpakers, sale di danza, teatro e botteghe artigiane. Allo scopo commerciale si accompagnerebbe, dunque, una vocazione culturale e turistica che dovrebbe garantire, almeno in linea di principio, la funzione pubblica del complesso. Le sorti delineate dal Comune, tuttavia, non incontrano il favore della cittadinanza che vorrebbe che gli immobili fossero destinati ad una vocazione culturale, che la proprietà  rimanesse pubblica e che lo spazio Reale non venisse frammentato.

Oggi non esiste nessun progetto sulla Cavallerizza, né esiste un vincolo di destinazione d’uso. Lo scorso 31 marzo si è tenuta a Palazzo di Città  una seduta di Giunta Comunale che ha approvato il protocollo d’intesa che sancisce l’accordo tra diversi enti pubblici e privati tra i quali compaiono: Regione Piemonte, Università  degli Studi, Edisu, Compagnia di San Paolo (azionista d’Intesa S. Paolo: il principale creditore del Comune di Torino), Fondazione Teatro Stabile, Fondazione Teatro Regio, CCT e altri. Il protocollo approvato dal Comune, per la ‘valorizzazione’ della Cavallerizza, non scongiura affatto il rischio di vendita e non vincola in nessuno modo gli eventuali acquirenti nell’utilizzo degli immobili, prefigura, invece, l’alienazione e lascia aperto ogni spiraglio a quei soggetti capaci di contribuire con risorse -finanziarie e non- al buon esito delle operazioni. Il documento, insomma, presentato a porte chiuse, spalanca i portoni agli investitori privati. L’accordo tra istituzioni non trascura però la parola ‘partecipazione’ e promette, ad accordi fatti, un tavolo partecipativo a cui verranno invitati tutti i soggetti interessati, cittadinanza compresa.

Torino sarà  davvero la prima grande città  d’Italia a tutelare i beni comuni?

Mentre il protocollo d’intesa sull’affaire Cavallerizza passa di mano in mano tra i vari firmatari e la comunità  persevera nella cura degli spazi,  l’amministrazione lavora all’approvazione del Regolamento dei Beni Comuni della Città  di Torino. Dopo quattro, silenti, mesi dall’incontro sul Regolamento tenutosi nel Salone d’Onore del Castello del Valentino, sembra che ora il Comune abbia pronta una bozza di Regolamento.
Quel che è certo è che sono 10.000 le firme raccolte fino ad oggi per impedire la vendita degli immobili di via Verdi, tra cui, a centinaia si contano quelle di artisti, intellettuali e attivisti della cultura che rivendicano la Cavallerizza come Bene Comune. E’ certo inoltre che il Regolamento dei Beni Comuni Urbani potrebbe realmente essere lo strumento a partire dal quale instaurare una vera collaborazione tra amministrazione e comunità .
Che il Caso Cavallerizza diventi oggetto di sperimentazione del futuro Regolamento non può che essere un augurio per l’amministrazione e per la cittadinanza ma cosa diverrà  reale per la Cavallerizza resta, per ora, puro pensiero ipotetico. Ciò che è razionale, invece, reale non è.

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