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Beni comuni e amministrazione condivisa

I Laboratori civici: per uno sviluppo locale fondato sui beni comuni

Emergono capacità  e competenze dei partecipanti di essere interpreti dello " spirito dei luoghi " in cui vivono, acquisendo e trasmettendo anche agli altri un'identità  collettiva

Se la domanda di fondo di tutto il progetto Costruire comunità , liberare energie  è stata " come condividere con i cittadini e le istituzioni la cura dei beni comuni rendendo tutto questo una normale prassi amministrativa " , i Laboratori svolti sui territori della Lombardia hanno dato alcune risposte importanti. Alcune esplicite, altre tacite. Talora inaspettate, ma nitide e sorprendenti.

Le riunioni dei laboratori, ossia di quegli incontri tra cittadini, associazioni, istituzioni, centri di servizi del volontariato svolti in ambiti non ” formali ” organizzati in collaborazione con Labsus nei territori in cui si è svolto il progetto, hanno concretamente ” prodotto ” l’elaborazione di mediamente 10 proposte di patti di collaborazione in ogni ente locale. Ma noi di Labsus volevamo capire meglio, con coloro che vi hanno partecipato, cosa ritenessero veramente utile da proporre su altri territori, sulla base dell’esperienza acquisita. E con questo obiettivo abbiamo organizzato, nell’ambito del nostro piano di monitoraggio e valutazione, alcuni focus group con i partecipanti ai laboratori. Dall’ascolto delle persone emergevano non solo indicazioni esplicite, ma anche un racconto collettivo, talora implicito, che non ci attendevamo. Un racconto solo in parte consapevole ai singoli, ma espressione del loro insieme. Ed è proprio su questo che vorremmo puntare la nostra attenzione e vediamo di spiegare perché.
Sapevamo già  che i laboratori avevano avuto un elevato grado di efficacia rispetto agli obiettivi del progetto iniziale, utilizzando e leggendo alcuni semplici ” indicatori ” , tra cui non solo il   numero delle proposte di patto che ne sono scaturite (il doppio di quanto era atteso dai principali interlocutori istituzionali interpellati all’inizio del progetto), ma anche altri indicatori, come il numero di cittadini attivi coinvolti direttamente o indirettamente, anch’esso superiore alle aspettative (circa 600 cittadini stimati coinvolti direttamente e 125 associazioni); il grado di soddisfazione rilevato nei laboratori (84% molto e moltissimo soddisfatto); il grado di collaborazione percepita e disponibilità  a divenire guida (oltre l’80% dei presenti); ecc.

Oltre gli indicatori: un’identità  collettiva

Ma nei focus group di valutazione abbiamo constato qualcosa di qualitativamente diverso che ogni indicatore da solo non avrebbe mai potuto dirci e che andava oltre anche alle parole ed i racconti dei singoli. Si tratta di una sorta di ” foto di gruppo ” che si compone sotto gli occhi di chi ascolta e che rivela una identità  collettiva: emerge infatti la capacità  e le competenze dei partecipanti ai laboratori di essere interpreti dello ” spirito dei luoghi ” in cui vivono acquisendo e trasmettendo anche agli altri, questa identità . Chi si occupa di ripulire un giardino, di abbellire una piazza dove magari oggi si spaccia, un sottopasso sporco e lurido, una scuola decadente, ama quei posti perché vi ritrova un’identità  propria e collettiva: quella del luogo stesso, lo ” spirito ” del luogo, con tutta la sua storia. Esattamente come se fosse una persona: essi ne valorizzano la personalità , il carattere. Ogni bene comune del territorio ne rappresenta un tassello fondamentale. E il laboratorio è la sede dove confluiscono i protagonisti della cura di quei beni comuni, di quella identità  che essi ricompongono, collettivamente. Si afferma infatti da parte di alcuni partecipanti che il valore aggiunto dei laboratori è stato quello di mettere intorno ad uno stesso tavolo, in una stessa stanza, cittadini diversi e dipendenti pubblici, in un ambiente spesso non istituzionale, svelando innanzitutto a loro stessi una dimensione ” corale ” della cura dei beni comuni: attraverso i beni comuni essi in effetti curano l’insieme, ossia la comunità  ed il territorio. Si tratta di una ” calda coralità  civile ” , come qualcuno l’ha nominata, che ha in sé anche i germi delle capacità  ” produttive ” di un territorio: un ambiente civico ” speciale ” in cui si sviluppa l’ ” humus civico ” dei partecipanti che siedono ai tavoli, mettendo al centro non più i singoli beni comuni di cui si curano, ma anche il loro insieme, evidenziando le loro connessioni. Così, man mano che competenze e saperi confluiscono nella ” calda coralità  civile ” di ogni tavolo laboratoriale, si sviluppa una sorta di ” coscienza collettiva del territorio ” in cui gli aspetti produttivi, sociali e personali, si mescolano con altri di tipo culturale, dando origine, intorno ai beni comuni, anche a ulteriori  capacità , competenze e attività  connesse. Queste attività  non sono separabili dalle proposte di patti di collaborazione che nei tavoli confluiscono.
Le proposte di patti che scaturiscono dai tavoli sono infatti avanzate da gruppi di cittadini, singoli o associati, che già  – per propria iniziativa autonoma – si prendono cura di uno specifico bene, ma vi sono anche nuove proposte di patti che sorgono dalla mescolanza di competenze e saperi che confluiscono nei laboratori, dando origine a proposte caratterizzate da forti innovazioni basate sull’integrazione e l’intersettorialità  di competenze.  Non solo.  Si evidenziano anche patti o proposte che creano o lasciano aperti spazi per altre attività  di tipo più spiccatamente ” produttivo ” :  i ragazzi e le associazioni dell’Arsenale di Pavia, l’Hub dell’arte di strada di Varese, il ” mercato ” dei prodotti della terra che prima era incolta ed abbandonata di Monza, come molti altri tipi di realtà  confluite nei laboratori, sviluppano attività  che rappresentano anche una sorta di ” indotto ” dei beni comuni. Questo ” indotto ” manifesta una stretta connessione tra gli aspetti produttivi, associativi e sociali, di comunità , intorno a quegli stessi beni comuni del territorio. In modi interconnessi indissolubilmente. Si tratta di attività  produttive che sono il contrario di quelle date dai grandi investimenti. Anzi, un ” indotto ” che forse i grandi investimenti potrebbe addirittura ” schiacciare ” , come ha detto uno degli intervistati. Si tratta di piccoli investimenti richiesti (per materiali, per spazi, per attrezzature: comunque necessarie) quindi si tratta di un ” indotto ” a bassa intensità  di capitali, ma ad alta intensità  invece di lavoro e soprattutto di saperi e conoscenze locali.

In conclusione, questi tipi di ” patti ” e anche di attività  produttive ” indotte ” , espressione di quella ” calda coralità  civile ” che è rappresentata dai tavoli dei laboratori, lasciano intuire nuove grandi potenzialità , se governate e valorizzate anche in termini di ” sviluppo locale ” . Non solo perché creano comunità , ne rafforzano l’identità  e le potenzialità , ma anche perché, per tale via, favoriscono un tipo di sviluppo locale ” endogeno ” , se cosìpossiamo chiamarlo, fondato sui beni comuni. E’ questa una delle indicazioni emerse per un modello stabile e duraturo non solo di amministrazione condivisa, ma anche di sviluppo locale. Partendo dalla creazione di spazi nuovi, extra-istituzionali, come sono appunto i laboratori di cittadinanza.

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