Beni comuni e amministrazione condivisa Il punto di Labsus

I primi 5 anni del Regolamento per i beni comuni: a che punto siamo?

Un bilancio ragionato di un'incredibile sperimentazione

Sono già trascorsi cinque anni da quel 22 febbraio 2014 quando, in una sala gremita e vivace, il Comune di Bologna, Labsus e la Fondazione Del Monte presentarono il primo schema di regolamento sulle forme di collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani.
Moltissime cose sono successe nel frattempo, e neppure noi che eravamo in prima linea in questa sperimentazione potevamo prevedere quale impatto il lavoro avrebbe generato dentro e fuori dalla nostra città.
Le incognite infatti erano molte: il Regolamento sarebbe stato riconosciuto dai cittadini come uno strumento per abilitare e sostenere le loro istanze di partecipazione attiva? E l’Amministrazione, avrebbe trovato la forza di assecondare il cambio di paradigma all’interno di un quadro normativo e organizzativo non concepito per condividere con i cittadini idee e risorse?
Cinque anni di esperienze rappresentano un tempo giusto per tracciare un bilancio ragionato dei successi e dei punti deboli di quella che è nata e ancora va considerata una sperimentazione, come tale bisognosa di attento monitoraggio e costante manutenzione.

Una chiave

Una delle ragioni per cui si decise di elaborare uno strumento normativo per stimolare, raccogliere e sostenere pratiche di amministrazione condivisa era la constatazione che, nonostante il principio di sussidiarietà orizzontale, tali pratiche rischiavano di non avere diritto di ingresso all’interno dell’amministrazione. L’iper produzione normativa, la percezione dei soggetti del controllo alla stregua di entità imperscrutabili, minacciose e vendicative e la costruzione per compartimenti stagni delle strutture organizzative sono i fattori principali che impedivano o rendevano inquieto il transito di tali esperienze all’interno della prassi amministrativa dell’ente locale. Serviva quindi una chiave che, aprendo all’attivismo civico la porta d’ingresso, consentisse al principio di sussidiarietà orizzontale di gettare una sfumatura cromatica nuova, utile ad interpretare e reinterpretare norme, procedure e scelte organizzative.

Una lente

La lettura delle numerose proposte di collaborazione ricevute – circa 750 – e la costruzione dei circa 500 patti che ne sono scaturiti ci hanno consentito di osservare meglio i territori, le comunità che li abitano e le dinamiche sociali che li animano. Questo elemento risulta di fondamentale importanza in un contesto in cui la crisi dei corpi intermedi da un lato e l’affermarsi dell’esasperazione come propellente per l’emersione delle narrazioni territoriali dall’altro rischia di comporre sui tavoli decisionali dell’amministrazione locale un quadro informativo potenzialmente distorto. Ferma restando la necessità per il Comune di adempiere con efficienza ai propri compiti, rifuggendo qualsiasi tentazione di spostarne l’onere sui cittadini, la consapevolezza dell’esistenza di una parte di comunità disponibile ad essere parte attiva nella realizzazione dell’interesse generale aiuta a costruire risposte nuove ed integrate, capaci di connettersi meglio ai bisogni specifici ed effettivi dei territori. E’ importante notare come lo spirito che anima le volontà costruenti dei cittadini, più che a colmare lacune, sia orientato ad incrementare standard o creare ex novo opportunità e soluzioni a fronte di necessità sociali in tumultuosa evoluzione.

Un detonatore

La quantità e la qualità delle energie civiche che si sono manifestate ha determinato un impatto in termini di effetti, materiali ed immateriali, e di processo. Questo impatto, difficile da misurare nel suo complesso, è fatto di tanti cambiamenti, piccoli e grandi, sui luoghi, sulle persone e sulle relazioni. Anche all’interno dell’Amministrazione il Regolamento ha determinato un cambiamento faticoso ma profondo sul modo di relazionarsi con e per i cittadini. Trasversalità ed integrazione mi sembrano i termini più adatti per descrivere l’effetto, ancora a tendere, di questa nuova modalità di lavoro. La trasversalità è l’elemento chiave per contrastare la tendenza dei vari uffici a rinchiudersi in una bolla specialistica immersa in un contesto liquido di informazioni e sollecitazioni che finiranno per essere filtrate solo in funzione del grado di compatibilità che le stesse hanno con il proprio micro clima. L’integrazione, frutto della trasversalità, rappresenta lo sforzo per restituire alla comunità quadri di senso dai quali poter comprendere le politiche in atto, le programmazioni future, i bisogni emersi. Ciò è funzionale per consentire ai cittadini di comprendere quali siano gli effettivi margini entro cui poter esercitare le loro prerogative, avvalendosi degli strumenti della partecipazione di volta in volta ritenuti più adeguati. La gestione delle proposte di collaborazione ha costituito uno stimolo importante verso il consolidamento di modalità di lavoro trasversali e la previsione regolamentare dell’interlocutore unico quale elemento di facilitazione della relazione con i cittadini ha dato, al netto delle immaginabili difficoltà, buona prova di sé.
La valutazione complessivamente positiva dei risultati raggiunti ci pone di fronte alla responsabilità di analizzare gli elementi di debolezza delle pratiche di amministrazione condivisa al fine di indirizzare efficacemente il lavoro che ci attende.

Ampliare la platea

Il Regolamento ci ha consentito di raccogliere e sostenere una serie di progettualità promosse dai cittadini e questo ovviamente è un risultato positivo. E’ evidente tuttavia che le persone disposte autonomamente ad intraprendere un’iniziativa di cura dei beni comuni, facendosi comunque carico di oneri, incombenze e responsabilità, rappresentano un’avanguardia civica dotata di strumenti culturali e sociali peculiari rispetto alla media. Ora, se è vero che i cittadini attivi sono mossi non da astratte finalità filantropiche ma dalla volontà di vivere meglio i luoghi e le relazioni sociali, risulta fondamentale per il Comune diventare più proattivo per avvicinare la disponibilità di queste pratiche ai contesti quotidiani di vita delle persone. Questo sforzo richiede risorse e presuppone scelte organizzative coerenti, ma si colloca perfettamente nelle linee evolutive di un ente locale che voglia fare della partecipazione dei cittadini, nelle sue varie forme, un elemento distintivo e strutturale dell’azione amministrativa.

Saper rendicontare

L’estrema eterogeneità dei soggetti promotori e degli obiettivi perseguiti rendono particolarmente difficile misurare l’impatto complessivo generato dai patti di collaborazione. Il quadro che ne deriva è quindi costituito da tante piccole e grandi esperienze, su ognuna delle quali sono disponibili racconti e riscontri, ma se vogliamo che queste pratiche costituiscano una massa critica in grado di aumentare la loro capacità di penetrazione, occorre configurare nuovi strumenti di misurazione di impatto e comunicarne adeguatamente i risultati. Questo non è un compito che il Comune può efficacemente affrontare da solo ma richiede il coinvolgimento delle comunità nella individuazione, nella implementazione e nel monitoraggio delle soluzioni più adeguate.

Semplificare

L’aver attuato con un regolamento comunale il principio di sussidiarietà orizzontale, se è stata una scelta coerente con il ruolo che l’ordinamento riconosce all’autonomia comunale e con il massimo grado di prossimità che lega questo livello istituzionale alle rispettive comunità, crea inevitabilmente difficoltà applicative stante la necessità di interpretarne i contenuti alla luce del suo peso nel sistema delle fonti. Occorre intensificare gli sforzi per rendere sempre più ergonomico l’innesco e lo sviluppo delle pratiche di amministrazione condivisa. Al netto dei progressi che su questo fronte abbiamo già registrato, la relazione tra Amministrazione e cittadini presenta ancora ampi margini di semplificazione in termini di velocità delle risposte e di adempimenti richiesti. Se focalizziamo l’attenzione sull’essenza autentica di queste pratiche, vale a dire la messa a disposizione da parte dei cittadini di idee ed energie a favore della comunità senza creare barriere alla libera fruibilità dei beni, gli elementi di potenziale frizione con specifiche previsioni normative possono essere superati grazie ad interpretazioni costituzionalmente orientate fondate sulla considerazione che il principio di sussidiarietà concorre, al pari degli altri principi costituzionali, a definire i canoni di legalità dell’azione amministrativa. Ciò non toglie che su alcune questioni – penso in particolare alla rigenerazione civica di immobili inutilizzati – l’intervento del legislatore appaia indispensabile per avviare esperienze su larga scala nella garanzia dei vari soggetti coinvolti. Occorre inoltre semplificare la relazione tra diversi strumenti normativi locali che, ciascuno per la sua parte, mirano comunque al rafforzamento di relazioni sussidiarie con la comunità. Ricondurre all’interno di un quadro regolamentare unitario le relazioni con i cittadini attivi e quelle più tradizionali con il terzo settore rappresenta un obiettivo importante per favorire scambi e connessioni tra mondi che, sia pur diversi, trovano nel principio di sussidiarietà un chiaro riferimento ontologico. Mi pare che la riforma del terzo settore, benché non ancora compiuta, rappresenti una preziosa occasione in tal senso.

In un’epoca in cui appaiono messi fortemente in discussione i fondamentali della democrazia rappresentativa e le esperienze di democrazia diretta pongono spesso il dubbio “si ma diretta da chi?”, le pratiche di amministrazione condivisa possono rappresentare un terreno neutro in cui cittadini consapevoli e amministrazioni credibili costruiscono risposte nuove nelle quali le comunità siano sempre più capaci di riconoscersi.

Donato Di Memmo è Responsabile dell’Ufficio per la Promozione della Cittadinanza Attiva del Comune di Bologna

Foto in copertina: Bogdan Dada su Unsplash