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I beni confiscati alle mafie come beni comuni

L'amministrazione condivisa come scenario di rigenerazione
Legalità

I beni immobili confiscati alle mafie, ad oggi, costituiscono un numero incredibilmente elevato di occasioni di rigenerazione partecipata del territorio sparse nelle nostre comunità. Il presente Labsus Paper affronta questo tema di forte attualità, individuando nell’amministrazione condivisa uno strumento di rigenerazione sociale e urbana, in grado di permettere alle comunità colpite dal fenomeno mafioso di riappropriarsi di beni sottratti illecitamente alla collettività mettendoli al servizio della cittadinanza attiva e del bene comune.

Urgenza del dibattito e ricerca di nuove proposte

L’urgenza di affrontare il tema dei beni confiscati – immenso nelle sue implicazioni concrete sui nostri territori tanto quanto in quelle simboliche di presidio della legalità – risiede nella necessità di pensare a nuove soluzioni e strumenti che siano in grado di rendere questi beni di natura criminale il prima possibile fruibili alla comunità in cui sono inseriti, per evitare una “tragedia” di questi beni comuni, cioè un loro uso indiscriminato o peggio un loro disuso come spesso accade.
Ad oltre vent’anni di distanza dalla legge 109/1996 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati, possiamo affermare che la destinazione sociale di questi beni allo scopo di un loro ritorno alla comunità sia la strada giusta da perseguire; tuttavia, le difficoltà oggettive riscontrate in tutti questi anni in una loro riassegnazione dopo la fase di confisca (tra le altre, lunghezza dei procedimenti, deperimento del bene, scarsità di interessati all’assegnazione del bene, costi, occupazione abusiva) lasciano aperto uno spazio per nuove riflessioni e proposte.

Beni confiscati come beni comuni

La chiave di lettura proposta in questo contributo mira a rivedere i beni confiscati alle mafie nell’ottica dei beni comuni: i beni confiscati, infatti, possono configurarsi come nuovo ambito di sperimentazione per l’amministrazione condivisa attraverso azioni di cittadinanza attiva e partecipazione, grazie alla legittimazione del principio di sussidiarietà orizzontale (art. 118 ultimo comma della nostra Costituzione). Lo strumento pratico, semplice e funzionale che si vuole proporre nel dibattito tanto quanto sul campo è quello del Patto di collaborazione tra cittadini attivi e pubblica amministrazione. Il patto di collaborazione, estrapolato dal suo contesto di amministrazione condivisa su un bene comune, può facilmente essere applicato anche su un bene confiscato. Come non considerare interesse generale infatti il contrasto alla criminalità organizzata?
Il valore aggiunto di una collaborazione sul modello dell’amministrazione condivisa tra pubblico e privato rispetto ad un riuso sociale da parte di un ente istituzionale o del terzo settore risiede nel concetto di rete: “rete” è la parola fondamentale per il rilancio di una riflessione – e di una azione – condivisa tra più attori perché in grado di intercettare dinamiche locali di attivismo civico per inserirle all’interno di una progettualità più ampia. La rete crea relazioni tra persone, tra competenze e risorse diverse che possono essere unite per servire un unico scopo, tra best practices che possono essere meglio esportate e tra responsabilità condivise. Ecco che allora il patto di collaborazione si presenta come strumento di facilitazione di processi di rigenerazione di un bene confiscato, unendo una molteplicità di forze attorno a uno scopo comune. Perché non far sì che cittadini portatori di un problema – quale la celere restituzione di un bene confiscato alla comunità in cui questo si trova – possano anche essere parte integrante della sua soluzione?
Una volta trasformati, questi beni di natura privata criminale diventerebbero laboratori di costruzione di una cultura della legalità e di un rinnovato sviluppo locale, nel segno della condivisione di benefici e responsabilità tra cittadini e pubblica amministrazione. Il Patto di collaborazione, dunque, è idoneo a fornire un modello esportabile tanto nelle piccole realtà quanto nei più grandi contesti urbani, potendo ambire ad aprire una breccia per l’amministrazione condivisa anche nell’immenso potenziale racchiuso nei beni confiscati alle mafie (peraltro, questa possibilità era già stata prevista nel Regolamento di Bologna all’art.16 c.5, e ripresa nel Prototipo di Regolamento redatto da Labsus all’art.9 c.10). Di certo, è innegabile che se la previsione dell’utilizzo dei Patti di collaborazione fosse inserita direttamente nella normativa nazionale sui beni confiscati, ciò sarebbe il migliore riconoscimento legislativo per poter poi avviare esperienze di amministrazione condivisa su beni confiscati su più larga scala.

Oltre la proposta: sperimentazioni sul campo

L’ottimismo nel portare avanti e proporre questa lettura è supportato dall’esperienza pratica di alcune sperimentazioni che oggi nel nostro Paese stanno aprendo una strada fino a poco tempo fa inesplorata. L’amministrazione condivisa di un bene confiscato alla mafia, infatti, è ad oggi la realtà per alcuni beni confiscati, sui quali si è creato un percorso di rigenerazione condivisa tra reti di cittadini attivi e pubblica amministrazione: un caso studio molto interessante è Villa Castello, bene confiscato nel Comune di Bagheria (PA), in cui tutto ciò sta accadendo proprio in questi mesi. Attraverso una comparazione delle due discipline dei beni confiscati alle mafie e dei beni comuni, ciò che emerge nel contributo di ricerca qui presentato è come l’amministrazione condivisa, con lo strumento del Patto di collaborazione, possa realmente configurarsi come proposta di gestione di un bene confiscato.
Il ruolo stesso dell’amministrazione è chiamato a trasformarsi: non più statico e volto alla mera conservazione dei beni, ma dinamico e proattivo nella proposta di collaborazione con i cittadini per creare nuove alternative sul territorio stesso. In tale ottica è possibile pensare ai beni confiscati alle mafie come nuovi beni comuni, ossia a quelle “cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona”, secondo la definizione di bene comune elaborata dalla Commissione Rodotà, e in cui è possibile pensare ad alternative per le persone e le loro comunità soprattutto in quei territori dove alternative al potere mafioso sembrano non esserci. L’amministrazione condivisa dei beni confiscati consiste allora in una nuova forma di partecipazione alla vita di un territorio, creando di fatto un nuovo spazio di azione per il principio di sussidiarietà.