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Beni comuni e amministrazione condivisa Il punto di Labsus

Cape Town, Sudafrica: i cittadini chiedono il Regolamento dei beni comuni

Un percorso, quello dei Civics a Città del Capo, che s'intreccia inevitabilmente con importanti lotte sociali e con la storia del paese, legata alle disastrose politiche dell'apartheid

Cape Town, 17 agosto 2017: otto associazioni civiche, fra cui la Woodstock Residents’ Association, di cui faccio parte, si incontrano per valutare se e come elaborare una proposta per un nuovo regolamento comunale per la partecipazione dei cittadini. L’incontro è motivato dalla frustrazione espressa da queste organizzazioni – i “Civics” – nella loro relazione con l’amministrazione locale e dalla comune esperienza di relazioni conflittuali e improduttive con la città, in cui le rare occasioni di partecipazione sono vissute come atto di condiscendenza da parte dell’amministrazione, simbolico e spesso privo di reali contenuti.
L’iniziativa riflette quindi l’intenzione delle organizzazioni civiche di assumere un ruolo attivo nel promuovere nuove modalità di partecipazione dei cittadini e creare le premesse per pratiche più ricche di significato e di contenuti rispetto alla situazione esistente, come già fatto con successo in altri paesi. L’ispirazione per questo percorso deriva, infatti, dal Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani promosso da Labsus e approvato dal Comune di Bologna già nel 2014.
Prendendo spunto dall’esperienza di Bologna, alcuni Civics di Cape Town decidono quindi collettivamente di scrivere la bozza di un nuovo regolamento comunale che stabilisca i termini per la partecipazione pubblica e che regoli le interazioni tra cittadini e pubblica amministrazione, e di presentare poi questa bozza alla città quale strumento di discussione e di azione.

L’elaborazione collettiva da parte dei Civics

Punto di partenza della nostra riflessione è che qualsiasi istituzione pubblica opera e agisce attraverso leggi e regolamenti, ovvero tramite mandati formali decisi dalle strutture politiche e tramite processi amministrativi definiti da delibere e regolamenti. L’attuale discussione politica in Cape Town tende a oscurare questi elementi, che vengono considerati quali puri aspetti tecnici di pertinenza di politici e funzionari; ai cittadini non è richiesto né di affrontarli né di conoscerli. Dal punto di vista dei Civics, invece, non è possibile affermare il principio della partecipazione dei cittadini senza tenere in considerazione e rendere trasparente l’intero processo, politico e amministrativo, e le sue conseguenze.
Fin dall’inizio in questo percorso ai Civics è stato chiaro che l’elaborazione della nostra proposta avrebbe richiesto un processo partecipativo. La prima fase di attività è stata quindi l’organizzazione di seminari e incontri, durante il 2017 e il 2018, nei quali abbiamo elaborato collettivamente i principi generali per la definizione di un manifesto che servisse da guida per il processo in corso. Questi principi sono elencati nel documento “Manifesto per un nuovo statuto di partecipazione civica a Città del Capo“. Dopo questa prima fase, nel 2019, abbiamo sviluppato attraverso una serie di incontri e seminari la proposta di regolamento comunale vera e propria.
Nella nostra proposta, come nei numerosi regolamenti italiani, l’aspetto principale è la definizione di un quadro normativo in cui è possibile stabilire un Patto tra la Pubblica Amministrazione e i cittadini. È importante sottolineare che anche in assenza di un regolamento specifico, forme di collaborazione tra i cittadini e pubblica amministrazione si sono già realizzate in passato. Quello che la nostra iniziativa intende modificare è il quadro concettuale: la definizione di attività di pubblica partecipazione non è più un atto di condiscendenza da parte della pubblica amministrazione, e diventa invece un diritto dei cittadini a partecipare alle attività di cura dei beni comuni attraverso la definizione di regole e modalità trasparenti stabilite da un atto amministrativo.
Il 23 settembre 2019, alla conclusione di questo percorso, la proposta di un nuovo regolamento per la partecipazione dei cittadini, firmata da 23 organizzazioni civiche, viene presentata al sindaco di Cape Town, Dan Plato. Dopo una vivace discussione, il sindaco e i suoi funzionari riconoscono la necessità di apportare miglioramenti ai processi di partecipazione esistenti. In quell’occasione la Città si impegna a realizzare un laboratorio con i Civics per esaminare la nostra proposta di regolamento comunale e per definire un possibile processo comune di revisione delle modalità di pubblica partecipazione.

Tra lotte sociali ed eredità del passato

Ad oggi è troppo presto per sapere se l’impegno di questa amministrazione rappresenta una reale volontà di confronto o una mera attività di pubbliche relazioni. A prescindere da come si concluderà il confronto con la Città di Cape Town, penso che sia importante dare valore alle ricadute positive che questo percorso ha già ottenuto.
In due anni di attività abbiamo creato una rete di associazioni civiche (CAPP – Civic Action for Public Participation) che rappresenta anche un punto di raccordo fra i Civics e alcune importanti lotte sociali in corso a Cape Town, in particolare sui temi dell’edilizia pubblica e della difesa di zone verdi minacciate dallo sviluppo speculativo, come la Philippi Horticultural Area, un’area agricola urbana che produce la maggior parte delle verdure consumate nella città, o il Two Rivers Urban Park, parco fluviale riqualificato grazie alla locale associazione civica che ora rischia di scomparire a causa di una proposta di sviluppo commerciale.
Un elemento da cui le esperienze sudafricane non possono prescindere è la storia del paese. L’apartheid è stato parte integrante della pianificazione urbanistica di Cape Town; autostrade, linee ferroviarie, corsi d’acqua e aree verdi sono stati usati come barriere di divisione razziale fra quartieri, e gli effetti sociali, economici e politici di questo “design dell’apartheid” sono ancora molto presenti. A causa di questa eredità del passato i processi di gentrificazione in corso assumono un’aggressività sociale che non si trova nelle città italiane o europee, ed è per questo motivo che la connessione tra le attività delle organizzazioni civiche e le attuali lotte sociali è un aspetto vitale del nostro percorso; vogliamo lavorare per una città il più possibile integrata anche dal punto di vista degli spazi.

Gli elementi chiave di una nuova immaginazione civica

Ad ottobre 2019, nell’ambito dell’Open Design Afrika – Wetopia Academy, abbiamo organizzato dei seminari dal titolo: Cape Town as a Democratic Common. Abbiamo invitato a questi eventi Daniela Ciaffi, del Politecnico di Torino e di Labsus, che ha condiviso con noi l’esperienza italiana dei Patti di Collaborazione, dei Beni Comuni e dell’Amministrazione Condivisa, parlando, tra l’altro, del concetto del diritto alla partecipazione all’interesse generale.
Questa riflessione ha profonde connessioni con l’analisi che David Bollier e Silke Helfrich introducono nel loro libro: Free, Fair, and Alive: The Insurgent Power of the Commons: I Commons sono una forma sociale che consente alle persone di godere della libertà senza reprimere gli altri, mettere in atto l’equità senza controllo burocratico, favorire l’unione senza costrizione e affermare la sovranità senza nazionalismo. […] Qualsiasi emancipazione dal sistema esistente deve onorare la libertà nel più ampio senso umano, non solo la libertà economica dell’individuo isolato. Deve porre l’equità, reciprocamente concordata, al centro di qualsiasi sistema di approvvigionamento e governance“. Il diritto alla partecipazione, il tema dei Commons, delle nuove forme di aggregazione e di proprietà, l’elaborazione di nuove forme di economie comunitarie, sono gli elementi chiave nel re-immaginare nuove forme di partecipazione democratica per la realizzazione di società più giuste, solidali e sostenibili.

Il “proto-patto” di via Arquata a Torino

Ragionare sul diritto alla partecipazione mi riporta con la memoria ad un’esperienza torinese a cui ho preso parte qualche anno fa. A seguito della pubblicazione del bando ministeriale sui Contratti di Quartiere del 1998, a Torino si costituì un coordinamento di progetto tra istituzioni pubbliche e società civile per la presentazione di una proposta per un Contratto di Quartiere in Via Arquata, un’area composta principalmente da case di edilizia pubblica. Nel giugno 1998 il testo del progetto presentato assunse il valore di un Patto che impegnava le istituzioni pubbliche e la società civile a sostenere lo sviluppo dell’area, e nel 2000, dopo l’approvazione della proposta di Contratto di Quartiere, venne legalmente costituita l’Agenzia per lo sviluppo di Via Arquata, di cui sono stato direttore fra il 2000 e il 2004. Si trattava di un’associazione tra tutte le parti sociali che partecipavano al Patto (comitato informale degli inquilini, associazioni, cooperative sociali e sindacati), che venne riconosciuta dalla Città di Torino quale ente attuatore delle misure sociali del progetto. L’accreditamento ufficiale dell’Agenzia per lo sviluppo di via Arquata da parte della Città avvenne infatti in riconoscimento di un Patto e di un processo e non attraverso una gara d’appalto.
Questo Patto tra la Città di Torino e i rappresentanti sociali del 1998 rappresenta quindi, a mio parere, il primo “patto di collaborazione” siglato in Italia. Nel 2000, per dare una cornice amministrativa al Patto, la Città di Torino approva la delibera comunale dal titoloDeliberazione per la promozione e la valorizzazione delle forme organizzate di partecipazione alle attività sociali – Promozione e valorizzazione dell’Agenzia per lo Sviluppo di via Arquata.
Il percorso dei regolamenti comunali per l’amministrazione condivisa dei beni comuni ha quindi ormai 19 anni di storia. Durante questo arco di tempo tale innovazione amministrativa è diventata via via più chiara e definita, si è diffusa in tutta Italia e preme per diventare pratica corrente in altri paesi, fra cui il Sudafrica, presentandosi come un promettente strumento di promozione del diritto alla partecipazione.

Andrea Couvert, nato a Torino, vive a Cape Town dal 2004 ed è cittadino sudafricano dal 2017. Designer, si occupa principalmente di progetti di Co-design e di Participatory Design. È vicepresidente della Woodstock Residents Association e membro del gruppo di coordinamento di CAPP (Civic Action for Public Participation).

Foto di copertina:  Jean van der Meulen su Pixabay 

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