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La città agìta

Nuovi spazi sociali tra cultura e condivisione
Città agìta

Quando abbiamo scelto il titolo di questo libro, “La Città agìta“, l’intenzione era quella di comunicare in modo immediato il focus principale del testo che, tra contributi teorici e schede caso, esplora il potenziale trasformativo dell’azione diretta degli abitanti, e in particolare delle comunità di prossimità, nel ridisegnare lo spazio urbano, le sue funzioni, gli usi e i valori, ma anche nel ridefinire alcune geometrie di potere, tra attori forti e deboli della trasformazione urbana.

Una città “inedita” e “dinamica”

Il racconto che ne emerge è quello di una città inedita e dinamica. Inedita, perché gli spazi in gioco sono spesso interstiziali o di margine, anche se non mancano nel testo riflessioni sul contributo che simili pratiche potrebbero apportare alla riattivazione di importanti patrimoni pubblici – come quelli demaniali, ad esempio. Dinamica, perché, nonostante le difficoltà dei mercati immobiliari e la paralisi delle politiche pubbliche urbane e territoriali, si assiste alla produzione di nuovo spazio collettivo – nella forma di community gardens e piazze attrezzate al posto di aree parcheggio e lotti abbandonati, oppure centri culturali, luoghi aggregativi e co-working in fabbriche dismesse ecc. –, ad integrazione ed estensione dello spazio pubblico più tradizionalmente progettato, e per azione di alleanze inaspettate, dove ritroviamo, a livelli diversi, Terzo settore, gruppi informali, privato profit, attore pubblico.

Rigenerare le città

Osservare la città a partire dalle pratiche di cura, riuso e rigenerazione del tessuto urbano, ci ha permesso di riscoprire il carattere “insurgent” (Paba 2003) delle popolazioni urbane e l’uso tattico dello spazio (de Certeau 2001), quale campo di conflitto e collaborazione, di resistenza e istituzionalizzazione, di negoziazione di significati condivisi e co-produzione di nuove categorie di senso. Ma anche di osservare che, sebbene in modo non sempre esplicito – anche nei contributi teorici del testo –, si sta facendo sempre più strada la categoria dei “Beni comuni” come terza categoria di spazio e potente lente interpretativa del contemporaneo, soprattutto quando applicata a quelle esperienze di produzione di città, che nascono dall’uso e dall’interazione diretta delle comunità locali con lo spazio urbano.
Questa lettura delle città ci sembra particolarmente rilevante oggi, quando, in un presente pandemico in cui dominano incertezza e ipercomplessità, ci è richiesto di trovare delle soluzioni inedite a problemi emergenti, anche rinegoziando le regole dello stare insieme e di conseguenza il progetto di uso delle dotazioni urbane – si pensi, ad esempio, al dibattito sulla possibilità di estendere lo spazio della scuola anche fuori dalle mura degli istituti, per includere cortili, palestre, musei ecc. A questo si aggiunge la necessità di considerare come imprescindibili competenze, risorse ed energie diffuse e disperse tra la società responsabile: nella città agìta, delineata attraverso i 22 casi studio alla fine del testo, così come nelle chiavi interpretative fornite dai saggi teorici raccolti, emergono con vigore istanze di una democrazia che può essere definita “contributiva”, per cui diventa sempre più urgente adeguare strumenti normativi e operativi che facilitino, legittimino e canalizzino in modo strategico, gli interventi diretti operati dalla cittadinanza attiva per il Bene comune.
E allora, ripartire dalla “città agìta” può diventare l’occasione per stimolare le politiche urbanistiche non solo a riconsiderare lo spazio urbano in modo evolutivo e non fisso, ma anche a riformare la propria azione nella direzione del comune, sottraendosi progressivamente alle logiche speculative e privatistiche degli operatori finanziari, che ci consegnano di fatto città per pochi e tutte uguali – tra centri commerciali, residenze di lusso, edifici per uffici ecc.

Verso la città del futuro?

Tornando al titolo del libro, ci sembra di poter tracciare una traiettoria futura per invitare le politiche pubbliche a ragionare in modo strategico sulla città come Bene comune. L’uso transitivo del verbo “agire”, declinato a participio passato nel titolo, è analogo all’inglese acting out, che nella psicoanalisi viene impiegato con il significato di “esprimere sentimenti repressi o inconsci in comportamenti palesi”. La città agìta è forse anche la città di un inconscio collettivo, che non trovando spazio di rappresentazione pubblica, palesa bisogni, desideri e immaginari futuri nell’azione diretta di cura e riuso dello spazio? Questa domanda aprirebbe al ruolo dei Beni comuni anche come domanda di città. Si può allora partire da questi per integrare politiche e pratiche e “riprendersi la città” collettivamente?