Beni comuni e amministrazione condivisa Il punto di Labsus

Una rivoluzione silenziosa

Percorsi: quando la democrazia incontra l’amministrazione condivisa

La sussidiarietà orizzontale sta oggi realizzando in Italia una “rivoluzione silenziosa” che libera energie e promuove forme innovative di partecipazione democratica. L’Italia, i suoi comuni, le strade, i giardini, i parchi, i fiumi, i musei e le scuole sono diventati laboratori di democrazia attiva, di “sovranità diffusa” e condivisa. Una consapevolezza e un’attitudine civica nuove si stanno affermando nella società civile, generando fiducia verso il prossimo e verso le istituzioni. Siamo probabilmente di fronte a una nuova gemmazione dal tronco della democrazia che si sviluppa a fianco e a sostegno delle forme più note e consolidate. È una democrazia non antitetica a quella rappresentativa e partecipativa, anzi ne completa la vocazione e rafforza le sue strutture attraverso una capillare ramificazione dello spirito partecipativo e volontaristico. Si tratta di un esercizio di democrazia “non diretta” o in-diretta, ma per così dire vissuta in prima persona che si concretizza nell’azione e nel quotidiano. Ma quali sono i suoi “strumenti”?

Sussidiarietà e “libertà attiva”

Dal 2014, il Regolamento di Bologna ha consentito di avviare il motore di questa nuova espressione di democrazia, consentendo alle energie civiche di ricevere la spinta che il dettato costituzionale imprime (art. 118 u.c.). Da allora il Regolamento, rivisto e adattato alle diverse circostanze, è divenuto l’asse normativo di trasmissione diretta di un principio costituzionale accordato, senza mediazioni legislative, alle esigenze delle comunità di base e dei suoi cittadini attivi. Su questo terreno la cittadinanza trova finalmente il modo di manifestare la propria “libertà attiva”, cioè “politica” – nel senso di azione autodeterminata che attiene alla vita e al bene della città –, ponendosi però in relazione con le istituzioni. In tal senso, la politica è sì una virtù pubblica, che richiede una vocazione e une perizia tecnica professionale nell’organizzare la vita delle comunità cittadine, ma è anche un’“arte” (tèchnê), in quanto presume un’esuberanza creativa nel definire forme nuove di amministrazione.
Così la Costituzione invita a far uso del principio di sussidiarietà per far sì che tutte le componenti della vita civica, pubbliche e private, siano sollecitate all’iniziativa “politica”, all’azione concertata e cooperino alla risoluzione di problemi comuni nell’interesse generale. Un interesse che è sì quello della città, quello particolare dei suoi abitanti e della sua amministrazione, ma in una prospettiva più ampia è pure quello della Repubblica, e non può che concorrere al suo benessere. Il Regolamento consente poi di realizzare l’amministrazione condivisa di cura dei beni comuni, attraverso cui i cittadini possono partecipare in modo attivo e diretto, dando libero corso alla loro creatività “politica”, stringendo patti di collaborazione con gli enti locali, alleati preziosi di questa nuova palestra di democrazia.

Democrazia “contributiva” e “creativa”

Si tratta di una “democrazia contributiva”, nella misura in cui ogni cittadino personalmente e collettivamente può esercitare una libertà attiva, e quindi politica, nell’interesse generale. Donne, uomini, bambini, famiglie, associazioni formali e informali, amministrazioni e cittadini volenterosi, tutti coralmente attraverso questa nuova forma di partecipazione civica possono contribuire nel quotidiano alla costruzione della democrazia “con il corpo e con la mente, con le mani e con il pensiero” come direbbe Denis de Rougemont. Si tratta di una “democrazia creativa” perché è frutto del libero combinarsi della fantasia e delle relazioni interpersonali intorno a obiettivi concreti di rigenerazione civica, di crescita sostenibile e di cura dei “nostri” beni comuni. Ma non è, lo ribadiamo, un’alternativa alle altre forme di democrazia, oggi evocate oltremisura, perché è inserita in un quadro di regole e di valori condivisi il cui perimetro è tracciato dalla Costituzione, dal Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni e dai patti di collaborazione, atti giuridici negoziali in cui cittadini e amministrazioni si trovano e si confrontano su un piano paritario.

La democrazia di tutti i giorni

Questa rivoluzione è visibile solo se si punta lo sguardo in profondità e ci si addentra nella vita reale di persone comuni che vivono nella propria comunità e si sforzano, spesso con scarsità di mezzi, di superare insieme le difficoltà di tutti i giorni. Si tratta di una rivoluzione che si manifesta nell’opera quotidiana e minuta di tessitura sociale e politica che questi strumenti realizzano nelle parti più recondite, meno evidenti, ma per questo più reali del nostro Paese. Sono strumenti che agiscono in modo originale, a volte con risultati inimmaginabili, senza clamore, costruendo fitte reti di solidarietà e di relazioni umane che agiscono come balsamo di fronte allo smarrimento generale di un Paese in cerca di se stesso. L’Italia si ritrova e si riconosce proprio in queste piccole realtà, nei gesti quotidiani che fanno della debolezza una forza, riscattando una Paese con straordinarie risorse umane, culturali e civili. E tutto ciò avviene includendo, integrando e allargando l’esercizio della democrazia a partire da chi si trova ai margini della società o da chi è più fragile.
Di fronte a questa Italia operosa solidale e fiduciosa, si sarebbe quasi tentati di rispolverare, leggendo sotto altra luce e da altra prospettiva, il motto di Ernest Renan: “La nazione è una grande solidarietà, un plebiscito che si rinnova ogni giorno e che si fonda sulla dimensione dei sacrifici compiuti e di quelli che ancora siamo disposti a compiere”. Ebbene, forse oggi non è più la nazione intesa in senso romantico, ma la comunità, anche la più piccola, a poter esprimere questo plebiscito e a manifestare tutti i giorni nei fatti la sua solidarietà. Questo sentimento è tangibile nella “rete di alleanze” che l’amministrazione condivisa consente di realizzare, avvicinando amministrati e amministratori non solo nella risoluzione di problemi collettivi, ma nell’idea di un modello di convivenza pattizia e democratica che, moltiplicato, integra la comunità nazionale sempre più plurale, rinnova il senso di comune appartenenza alla Repubblica e permette di riscoprire nella sua Costituzione valori e principi da tutti condivisi. Ma dove e come si manifesta concretamente questo nuovo spirito civico – sociale e politico al tempo stesso – che l’amministrazione condivisa tende a suscitare?

Un terreno fertile per la democrazia: i beni comuni

Il terreno su cui questa rivoluzione silenziosa si sta realizzando sono i beni comuni. Si tratta di un terreno che non è solo spazio fisico e di risorse materiali (acqua, fiumi, parchi, boschi ecc.), ma è soprattutto uno spazio di incontro, di confronto, di dibattito, di partecipazione, di collaborazione e di costruzione di una realtà alternativa, mediata e non conflittuale. I beni comuni sono lo spazio reale e/o immaginario per coltivare le relazioni umane, la cultura e dare senso all’operato dell’uomo e alla sua esistenza collettiva. Talvolta e più semplicemente si tratta di “luoghi comuni” che tutti noi frequentiamo quotidianamente e che ci consentono di dialogare con gli altri, di capirne i bisogni – che spesso sono anche i nostri –, di metterci nella disposizione di ricevere e di dare, di gettare quindi ponti e reti di solidarietà, di superare pregiudizi, di accogliere le differenze, rielaborarle e farle nostre. Sono luoghi in cui si progetta e si realizza il futuro insieme. Insomma, più che di uno spazio o di un luogo, i beni comuni sono – come potrebbe ricordare Stefano Rodotà – una palestra di convivenza e di democrazia e contribuiscono a creare nuove identità.
L’amministrazione condivisa richiede per la cura dei beni comuni la partecipazione dei cittadini e la collaborazione delle amministrazioni. Il coinvolgimento di entrambi avvia una cooperazione e un “dialogo politico” sugli obiettivi da raggiungere nell’ambito di un interesse condiviso e generale. Occuparsi dei beni comuni significa quindi fare politica concretamente, mettendosi in gioco; significa esercitare un diritto e far vivere la democrazia. I cittadini attivi esprimono cioè una volontà positiva o meglio, direbbe Norberto Bobbio, quella “libertà positiva”, conquista della modernità, che accorda a un soggetto “la possibilità di orientare il proprio volere verso uno scopo, di prendere delle decisioni”, conciliandole – diciamo noi – con quelle degli altri cittadini e della comunità intera. Si tratta di un’attitudine politica che si pratica sui beni comuni attraverso una prassi democratica “informale”, circostanziata e capillare, che non pretende il controllo delle decisioni ultime o l’esercizio diretto di una prerogativa di voto su questione generali. È un’attitudine che incentiva la “democrazia del fare”, e per questo avvicina le persone, ne sollecita la partecipazione e trova nella mediazione il punto di sintesi.

Un esercizio di libertà e responsabilità

La democrazia messa in moto da questa libertà attiva o positiva è molto concreta ed esprime un impegno personale (diretto) e una responsabilità ben precisi che non possono essere elusi o esercitati in diretta o via web. Perché la cura dei beni comuni comporta il pieno coinvolgimento della persona e delle sue facoltà, non solo quella di prendere una decisione, ma anche e soprattutto quella di darne attuazione insieme ad altri sul piano concreto, al fine condiviso di superare difficoltà e problemi precisi e di migliorare così le condizioni materiali e immateriali di intere comunità. Prende quindi forma una società più consapevole che, secondo Daniela Ropelato, tende a spostare più avanti i confini della democrazia, “dando maggiore attenzione ai diritti delle persone e alle loro comunità di vita […] e facendo spazio alle ragioni del bene comune”. Quando infatti una esperienza di partecipazione politica “interviene su un punto di frattura territoriale o sociale”, questa “dà vita ad un di più in termini di rafforzamento dei legami, di sviluppo di linguaggi e codici comuni, di apprendimento e di trasmissione di competenze, di identificazione di nuovi percorsi negoziali, conducendo le persone e i gruppi a condividere, se non le decisioni, almeno le difficoltà e le prospettive di crescita della propria comunità”.

“La democrazia che c’è”

Da ciò scaturisce una consapevolezza politica nuova che nasce dalla partecipazione e si consolida nell’esercizio attivo della libertà nell’interesse generale e in un quadro di valori condivisi, quelli costituzionali. In questo modo, i cittadini diventano i rappresentanti diretti dei principi su cui si regge la nostra democrazia e si fanno garanti della loro applicazione nella vita di tutti i giorni, secondo un “mandato politico” che è iscritto sottotraccia nella nostra carta fondamentale. Partecipazione e rappresentanza trovano qui un possibile punto di contatto che è dato appunto da un “sistema di connessioni” e di alleanze, come auspicato da Paul Ginsborg nel suo La democrazia che non c’è. “Le famiglie – scrive – devono essere collegate alla società civile tramite robuste reti di associazioni autonome. Queste ultime, a loro volta, devono essere collegate agli organi di governo democratico da nuove forme di democrazia che combinino elementi di rappresentanza e partecipazione”. In ciascuna di queste tre sfere – famiglia, società civile e istituzioni – “saranno i cittadini attivi e dissenzienti a giocare importantissimi ruoli di connessione”.

Il volo del gabbiano…

Chissà che l’amministrazione condivisa non sia proprio una di queste nuove espressioni. E forse la cura condivisa dei beni comuni potrà realizzare “quello spazio entro cui la libertà può manifestarsi” con più efficacia e coerenza – e divenire per questo “attiva” –, confermando l’idea di Hannah Arendt Sulla rivoluzione, secondo la quale la sola ragion d’essere della politica è la libertà e suo compito è produrre situazioni che ne allarghino gli spazi. Chissà, magari grazie a questa rivoluzione, sempre meno silenziosa, si potrà superare l’imbarazzo di quell’uomo descritto da Giorgio Gaber che si trova appiattito sulla “propria sopravvivenza quotidiana” e “gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo […]. Due miserie in un corpo solo”. Si potrà forse dare seguito positivo alle speranze di quell’uomo che “aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno. Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita”.