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I Beni comuni urbani tra teoria e prassi

Uno studio di soggetti, pratiche e retoriche della città condivisa
Beni comuni

Il volume “Beni comuni urbani. Soggetti, pratiche e retoriche della città condivisa“, edito da FrancoAngeli (2019), rappresenta l’esito del pluriennale percorso di ricerca condotto da Antonio Putini sui Beni comuni urbani. Tra i meriti del volume va di certo annoverato quello di riportare la discussione della tematica al di fuori del conflittuale dibattito tra assertori e detrattori dei Beni comuni. Nel dichiarato tentativo «di mantenere un atteggiamento distaccato» (p. 7), Putini ricostruisce il quadro dei Beni comuni attraverso un alto livello di interrelazione tra dimensione teorica ed empirica. Il volume, infatti, analizza non solo i fattori contestuali che hanno favorito l’odierna affermazione dei Beni comuni nella loro variante urbana, ma propone una approfondita disamina dei maggiori approcci analitici e teorici dei Beni comuni, entro i quali Putini interpreta e a cui riconduce due delle principali esperienze italiane della specifica fattispecie, quelle di Bologna e Napoli. La domanda di ricerca del volume è quindi radicata nella necessità di non guardare ai Beni comuni come «un insieme di oggetti definiti che si possono studiare in laboratorio e guardare dall’esterno» (Mattei 2011; 13-14) bensì come fenomeni sociali, che in quanto tali, necessitano di una approfondita indagine empirica, capace a sua volta di ricalibrare e rifocalizzare i riferimenti teorici.

La struttura del volume. Tra teoria e prassi

Il doppio livello di analisi si riflette nella stessa strutturazione del volume, che può essere idealmente diviso in due parti. Nella prima, Putini mira a «portare alla luce le dinamiche sociali, economiche e politiche che (…) hanno fatto emergere» (p. 7) i Beni comuni. In essa trovano inoltre ampio spazio di trattazione le diverse interpretazioni della triadica relazione tra individuo, bene e collettività inscritta nei Beni comuni, che possono essere ricondotte all’approccio economico, giuridico e politico-ideologico.
La seconda parte del volume è invece dedicata alla presentazione dei risultati della ricerca empirica, che, come sottolineato più volte dall’autore, è orientata dai nodi aperti e dai quesiti irrisolti emersi dalla trattazione teorica. Le pratiche di commoning sono state analizzate intrecciando metodi e tecniche di rilevazione qualitative e quantitative. L’osservazione partecipante e le interviste in profondità sono state arricchite dall’analisi quantitativa operata sui 292 Patti di collaborazione dell’esperienza bolognese e le molteplici delibere comunali del caso napoletano. La suppletiva disamina della dimensione on-line dei gruppi informali, delle associazioni e dei comitati coinvolti nelle pratiche dei Beni comuni ha corroborato la ricostruzione del profilo tanto dei soggetti che animano il commoning quanto dei beni sottoposti a cura e gestione collettiva.

Il quadro delle crisi

I Beni comuni, in quanto fenomeni sociali innovativi, affondano le proprie radici nelle contraddizioni dell’esistente. Essi sono infatti «espressione di tensioni, che possono derivare da bisogni sociali non (o non più) riconosciuti come degni di attenzione da parte delle istituzioni politiche, di rivendicazioni non ancora accolte, di diritti riconosciuti ma non ancora resi sostanziali, di nuovi diritti» (p. 8). La carica reattiva dei Beni comuni sarebbe pertanto collocata nei vuoti, nella dimensione residuale dell’intervento pubblico che non c’è (più) o non è sufficiente. Nel volume, la natura di questi spazi non è concepita quale naturale dissipazione e scarto necessario dei processi (Lynch 1990), bensì come contraddizione e criticità propria della «democrazia senza democrazia» (Salvadori 2009), attanagliata tra l’autoritarismo della sfera economico-finanziaria e il pluralismo democratico della dimensione socio-politica. Putini situa infatti la recente insorgenza dei Beni comuni alla convergenza di due fenomeni che hanno interessato il vivere associato: la crisi dei regimi democratici e la crisi economico-finanziaria. L’esecuzione dei paradigmi neoliberisti del New Public Management da una parte, l’incapacità del mercato di autoregolarsi dall’altra avrebbero così catalizzato l’abbandono degli spazi urbani a rilevanza collettiva. «I fallimenti di mercato si aggiungono dunque ai fallimenti di stato» (p. 25), contribuendo ad approfondire il processo di delegittimazione del sistema politico tradizionale e delle sue istituzioni.

La cornice di legittimità

Se il deterioramento della qualità della democrazia è indicato come la cornice contestuale dei Beni comuni, la loro premessa di legittimità viene piuttosto inscritta nella capacità di ridefinire i cardini della tradizionale rappresentanza. I beni comuni riaprono infatti il dibattito sulla necessità di “democratizzare la democrazia” attraverso l’implementazione di pratiche deliberative e partecipative che ambiscano a solvere la crescente distanza tra sfera politica e sfera sociale, tra rappresentanti e rappresentati. Queste innovative forme d’azione individuale e collettiva incarnano forme di partecipazione lontane da quelle tipiche dei regimi liberal-rappresentativi. Come suggerito più volte nel testo, esse originano dal e favoriscono il superamento del “cittadino-elettore” a favore del “cittadino attivo”, proprio di un modello in cui i diritti sono legati al loro effettivo esercizio piuttosto che alla loro mera titolarità formale.

Il contesto urbano

Lo studio dei Beni comuni nella loro accezione urbana e contemporanea non può che prendere le mosse dal processo di erosione della qualità della vita che scaturisce dalle inefficienze dello stato e del mercato, e che colpisce i tasselli del mosaico urbano, come le strade, le piazze, le aree verdi, ovvero quel «tessuto connettivo che fa sì che un insieme di spazi, di edifici e di infrastrutture possano costituire un insieme coerente, ambientalmente sostenibile e percepito come vivibile da chi lo abita e lo percorre» (Davico et al 2009, 87). In qualità di vitali ma precari strumenti atti ad alimentare il benessere individuale e collettivo, essi «risentono immediatamente della maggiore o minor qualità delle infrastrutture di uso collettivo che una città è in grado di mettere a disposizione dei propri abitanti» (Iaione 2012, 110). I Beni comuni urbani assumono innanzitutto il profilo di un insieme di risorse che spaziano «from local streets and parks to public spaces to a variety of shared neighborhood amenities» (Foster 2011, 58). La varietà dei commons urbani subisce un processo estensivo allorquando assorbe anche le risorse immateriali, cosicché il Bene comune «di cui si sta parlando non è soltanto la terra che condividiamo, ma anche il linguaggio che creiamo, le pratiche sociali che costituiamo, le forme della socialità che definiscono i nostri rapporti e così via» (Hardt e Negri 2009, 145). Nonostante questa seconda categoria trovi spazio di trattazione, la ricerca empirica privilegerà l’analisi dei beni materiali sottoposti a pratiche collettive.

L’analisi empirica: da Bologna…

Seppur informate dal medesimo paradigma di sviluppo, i due contesti urbani esaminati rispondono a traiettorie di evoluzione economica e sociale molto differenti. Come emerge dallo studio di Putini, a divergere sono anche le esperienze dei Beni comuni, i ruoli delle istituzioni e della cittadinanza, le forme di gestione e di uso collettivo, il loro setting deliberativo. L’esperienza bolognese non può essere compresa se non alla luce del paradigma dell’Amministrazione condivisa, di cui è divenuta presto l’emblema. Grazie alla relazione sinergica istauratasi tra l’amministrazione e Labsus, il soggetto associativo che teorizza e sostiene il suddetto approccio, la cornice normativa comunale delle attività di cura e gestione dei Beni comuni si è imposta quale riferimento per molte altre realtà municipali. Ispirata dal paradigma sussidiario, l’esperienza bolognese dei beni comuni ha elevato la «collaborazione a vero e proprio metodo di governo» (p. 93) al fine di plasmare il passaggio dall’e-government al we-government, in cui «una comunità coesa e collaborativa condivide con le istituzioni il peso non solo delle scelte, ma anche delle azioni necessarie per curare l’interesse generale» (Iaione 2015, 71). All’amministrazione è invece riconosciuto l’onere di imparare ad «amministrare non soltanto “per conto dei” cittadini, ma anche “insieme con” loro» (Arena 2013), cosicché da «elaborare (…) strategie amministrative caratterizzate da parità, orizzontalità e apertura verso la cooperazione con la comunità e la società civile» (Iaione 2015, 64). Quantunque l’amministrazione bolognese abbia raggiunto gran parte di questi obiettivi, l’indagine svolta da Putini ha parimenti evidenziato che il suo nutrito intervento regolativo abbia in parte inficiato l’autonoma iniziativa dei cittadini, il cui operato si sarebbe così circoscritto alla dimensione esecutiva di “cura” degli spazi pubblici.

…a Napoli

L’elevata professionalizzazione del caso bolognese lascia il passo all’alto grado di informalità del modello napoletano. Nelle esperienze partenopee, l’amministrazione si è limitata a ratificare l’utilizzo del bene da parte della comunità, la cui partecipazione ha assunto le più complesse e articolate tinte della deliberazione, dell’indirizzo e della gestione del bene. L’azione partecipativa partenopea non si è inoltre esaurita nell’intervento di cura ma, seppur in una dimensione di prossimità, ha talvolta generato veri e propri casi di commonfare, ovvero di servizi e di produzioni dell’uomo per l’uomo, intesi quali «motori di un’economia intensiva in conoscenza e investimenti sociali che (…) generano una ricchezza monetaria non mercantile» (Vercellone et al 2017, 206). Questo diverso esito è ricondotto da Putini alla soggettività che si è attivata nel commoning, ovvero i movimenti sociali urbani. Essi hanno introdotto nelle pratiche napoletane la carica delle istanze sociali e politiche e sono riusciti così a rigenerare nell’orizzonte dei beni comuni la prospettiva di una palingenesi sociale e politica. I Beni comuni sono quindi emersi a Napoli come esperienze di ri-articolazione e ri-significazione in grado di ricostruire il tessuto sociale laddove lacerato, in «un sistema urbano che si amplia saldandosi alle altre strutture presenti sul territorio, alternando e accavallando zone diverse, in un ininterrotto accrescimento e accumulo privo di significati e di capacità interpretativa del luogo» (Lucci 2012).

L’elemento comune ai Beni comuni

Ciò che emerge con forza è che in entrambi i contesti urbani, al netto delle differenze che le animano, le esperienze di commoning investono con forza l’ormai peculiare tinta degli spazi urbani, ovvero la variegata gamma del sottoutilizzo e dell’abbandono, la cui diffusione risponde solo parzialmente alla tradizionale zonizzazione centro-periferia. Soggetti all’impossibilità di essere custoditi e curati dal pubblico nonché allocati dal mercato, i beni e le risorse divengono collettive in forza di pratiche spontanee, che, animate da diverse tipologie e gradi di intervento, scardinano i modelli tradizionali di regolazione, gestione e utilizzo del bene, ovvero del diritto, della politica e dell’economia. È in questi processi che prende corpo la fisionomia di un cittadino che non interviene nelle intercapedini decisionali concesse dalle istituzioni, ma si fa piuttosto promotore e gestore nonché decisore dei processi afferenti ai beni e ai servizi sottoposti a pratiche collettive. L’incertezza delle condizioni esistenti, aggravate dallo scenario pandemico, è destinata ad amplificare le contraddizioni in cui i Beni comuni si radicano. Il libro “Beni comuni urbani. Soggetti, pratiche e retoriche della città condivisa” rappresenta un’efficace lettura delle potenzialità inscritte nei principi di orizzontalità, inclusione e sostenibilità dei commons nonché della loro valenza alternativa – ma non per forza antinomica – rispetto ai paradigmi dominanti da cui essi scaturiscono. Nonostante la natura processuale dei fenomeni sociali innovativi ci imponga di valutare ogni loro ricerca un’investigazione ancora in corso, i risultati presentati da Antonio Putini nel volume qui recensito possono già considerarsi degli elementi essenziali del patrimonio conoscitivo sui Beni comuni.

Foto di copertina: Steven Goddard su Pixabay



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