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È possibile pensare ad un futuro sostenibile del lavoro agile in Italia?

Recensione dell'opera "South Working. Per un futuro sostenibile del lavoro agile in Italia"
South working

La pandemia da Covid-19 ha imposto un inevitabile e repentino ripensamento da parte dei decisori politici delle modalità di esecuzione delle prestazioni lavorative di molte categorie professionali. Questa peculiare situazione emergenziale ha, invero, accelerato un processo di cambiamento del mondo del lavoro già in essere, sebbene in fase embrionale.
La fuga di cervelli dall’Italia, così come la migrazione da Sud a Nord, hanno subito non solo un arresto bensì una inversione di tendenza. Così, si è potuto assistere ad un ripopolamento di aree tradizionalmente a bassa densità abitativa a causa dell’esodo di molti giovani dai propri luoghi di origine, alla ricerca di un futuro lavorativo migliore.
I curatori dell’opera “South Working. Per un futuro sostenibile del lavoro agile in Italia“, Mario Mirabile e Elena Militello, rispettivamente vice-presidente e presidente della Associazione di promozione sociale “South Working”, hanno prontamente intercettato un cambiamento sociale, che coinvolge soprattutto le giovani generazioni, le quali in occasione della pandemia hanno rimesso in discussione se stessi e le scelte lavorative compiute.
Il libro, opera collettanea, è composto da due parti: nella prima vengono riportati analisi e dati statistici sul fenomeno del lavoro da remoto in Italia, al fine di evidenziarne la portata; nella seconda, invece, vengono proposte possibili politiche da adottare, non soltanto per diffondere la cultura dello Smart working tra i datori di lavoro, pubblici o privati, bensì anche per offrire spunti di riflessione sulle potenzialità del lavoro da remoto come strumento di rilancio delle aree interne e meno sviluppate del nostro Paese.

Da Smart working a South working: esiste un “Sud possibile”?

Come emerge dalla lettura degli studi riportati nel libro, sussiste una differenza, o per certi aspetti una progressione, tra Smart working, ossia la modalità di esecuzione della prestazione lavorativa all’interno di un rapporto di lavoro subordinato caratterizzata dall’assenza di vincoli orari o spaziali e dall’individuazione di obiettivi da raggiungere (cd. lavoro di qualità), e South Working che presuppone, in aggiunta, un desiderio del South worker di integrarsi con la società a cui approda.
Il South working implica proprio che alla flessibilità oraria e geografica si aggiunga la cd. flessibilità buona, ossia volta a migliorare la conciliazione vita-lavoro sia individuale che sociale.
È molto interessante, in tal senso, il risultato ottenuto dalla Provincia autonoma di Trento che ha adottato il Piano strategico per la promozione del lavoro agile, sia perché è stato il primo ente pubblico a promuovere un piano di questo tipo, sia perché ha incentivato la partecipazione attiva dei cittadini nella definizione e promozione di forme cd. di welfare di comunità, sia perché ha promosso la riqualificazione di aree interne come luoghi di economia “partecipata”.
Il leitmotif del libro, condiviso da tutti gli autori, è quello di sottolineare la potenzialità del South working come strumento di riequilibrio demografico territoriale, per la riqualificazione delle aree interne e per il superamento di marginalità strutturali.
Per far ciò, è auspicata una regolazione multilivello del South working che tenga conto della necessità di creare sinergie tra politiche del lavoro, abitative, territoriali, infrastrutturali (fisiche, digitali e sociali), per l’innovazione, culturali.

Opportunità e limiti del lavoro da remoto nelle aree marginali del Paese

La costituzione di reti di comunità con il coinvolgimento della cittadinanza attiva che può scegliere il luogo da cui lavorare, può rendere quindi attrattivi i piccoli borghi rurali, ridurre il divario socio-economico tra regioni del Sud e del Nord Italia, promuovere una cosciente rigenerazione di spazi urbani. A differenza del turista, infatti, il South worker potrebbe stanziarsi per un tempo maggiore in un determinato luogo e avere così l’occasione di restituire alla collettività di riferimento le competenze acquisite altrove. Questo tipo di policy avrebbe anche un ritorno economico per l’Italia poiché sarebbe recuperato l’investimento sull’educazione scolastica e accademica dei giovani italiani.
Nel libro gli autori evidenziano le differenze esistenti tra le diverse tipologie di South worker: lineare, è il South worker che trasferitosi in epoca pandemica ha continuato a lavorare dallo stesso posto, senza interruzioni; emergenziale, ossia chi era rientrato al luogo di origine prima del confinamento ma ha dovuto riprendere servizio presso la città dove il datore di lavoro ha sede appena conclusosi il lockdown; stagionale, il dipendente che alterna momenti di lavoro presso la propria organizzazione a momenti di lavoro dalla propria regione, magari in coincidenza con il periodo estivo o natalizio; infine, il pendolare, che alterna brevi periodi di permanenza, alternata, tra Nord e Sud. Queste ultime due categorie, in particolare, consentirebbero all’individuo un bilanciamento volontario tra realtà sociali diverse e non paragonabili.
Infatti, è emerso che il full remote, salvo che non sia una scelta del lavoratore dettata da personali esigenze, non è auspicabile poiché spesso il South worker prova un sentimento di nostalgia per contesti culturali più stimolanti, come quelli solitamente sviluppati negli agglomerati urbani più grandi, nonché una repulsione alla scarsa connettività digitale e accessibilità a servizi sanitari, per l’infanzia o di mobilità che i territori periferici non sono ancora in grado di offrire.

La Southstenibilità e l’obiettivo 11 dell’Agenda ONU 2030 (città e comunità sostenibili)

Dalla lettura dei contributi raccolti in questo libro, emerge innanzitutto l’importanza attribuita quasi unanimemente dagli autori al capitale sociale, per il rilancio dei territori meno sviluppati.
Così, la valorizzazione del rapporto tra governanti e governati, ad esempio mediante la sottoscrizione di patti di collaborazione, può incentivare i cittadini a proporre soluzioni innovative per la rinascita economica di aree meno popolose, così da promuovere una maggiore coesione sociale e territoriale a livello nazionale.
Il lavoro da remoto, tanto nel settore privato quanto in quello pubblico, può favorire questo processo ma, è importante che nei territori di destinazione vi siano dei luoghi di scambio che, da semplici coworking, possano diventare presidi di comunità, ossia spazi di aggregazione.
L’attrattività dei luoghi non è più quindi soltanto legata alla concentrazione delle attività produttive bensì si ricentra sull’individuo e sulle sue scelte.
Con il Piano Nazionale di ripresa e resilienza alcuni obiettivi potranno essere raggiunti: l’espansione della banda larga, lo smart working nella pubblica amministrazione, la creazione di Poli territoriali per la formazione dei giovani, la realizzazione di investimenti per i servizi dell’infanzia.
In conclusione, pertanto, molti degli obiettivi che South Working promuove corrispondono a quelli previsti dall’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile, tra cui rientrano la pianificazione dello sviluppo nazionale e regionale, la parità di genere, l’accesso a spazi verdi pubblici sicuri e l’aumento dell’urbanizzazione inclusiva e sostenibile.