Beni comuni e amministrazione condivisa Il punto di Labsus

Diventare cittadini, produrre capitale sociale

Il capitale sociale, ossia il presupposto per un coinvolgimento diretto dei cittadini nei processi decisionali delle istituzioni
Capitale sociale

Nonostante i notevoli sforzi profusi dalla Commissione Europea nel promuovere il coinvolgimento ‘attivo’ dei cittadini nei processi decisionali delle istituzioni attraverso l’attivazione di politiche appropriate, solo una parte esigua della popolazione europea partecipa direttamente insieme alle istituzioni (locali, nazionali, europee, etc.) ad iniziative volte alla cura dei Beni comuni, intesi nel senso più ampio del termine. Infatti, secondo i dati della European Union Statistics on Income and Living Conditions, di seguito Eusilc, mediamente in Europa solo il 12,6 % della popolazione in età superiore ai 18 anni è cittadino attivo e questa percentuale varia notevolmente tra i Paesi dell’UE (da un minimo del 2,1% a Cipro a un massimo del 30,7% in Svezia). In Italia questa percentuale si attesta solo sul 6%.
Un ruolo determinante nello sviluppo del fenomeno della cittadinanza attiva sembra essere svolto dal capitale sociale. Infatti, reti di relazioni interpersonali caratterizzate da fiducia reciproca e impegno sociale rappresentano un presupposto importante affinché un cittadino possa essere definito “attivo”, in quanto segnalano in modo inequivocabile una forte appartenenza ad una comunità o società. Qual è il grado di associazione tra cittadinanza attiva e capitale sociale nei Paesi europei? Quali altri fattori favoriscono ed incentivano la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali delle istituzioni? A questi quesiti cercheremo di dar risposta, con l’aiuto di un caso di studio condotto a livello europeo, focalizzando l’attenzione sull’Italia. Questi risultati dovrebbero sollecitare una seria riflessione su quali politiche possano considerarsi adeguate per promuovere e rafforzare il fenomeno della cittadinanza attiva.

Il capitale sociale e le sue esternalità positive

Il concetto di capitale sociale è stato introdotto per la prima volta da Lyda Judson Hanifan (1916), ispettrice delle scuole della Virginia, la quale notò la forte relazione tra il contesto comunitario in cui i ragazzi vivevano ed il loro rendimento scolastico. Migliore il contesto, maggiore la coesione all’interno della comunità, migliore il rendimento scolastico degli studenti ma anche minore il tasso di violenza e criminalità, maggiore l’impegno civico e maggiore la fiducia nelle istituzioni. Quando una comunità è coesa, il senso civico è parte del vissuto ed è praticato non soltanto perché una legge lo prescrive.
Tuttavia, solo a partire dagli anni 80 del secolo scorso il concetto di capitale sociale ha ricevuto una crescente attenzione da parte di sociologi, economisti, statistici e politologi.
La definizione di Capitale Sociale suggerita dal gruppo di ricerca della Banca Mondiale (Grootaert and van Bastelaer, 2001) sintetizza al meglio le correnti di pensiero dei più grandi studiosi di Capitale Sociale come Bourdieu (1980), Putnam (1993), Coleman (1990) Olson (1982) e North (1990). Secondo tale definizione: «The social capital […] includes the institutions, the relationships, the attitudes and values that govern interactions among people and contribute to economic and social development».
Questa definizione evidenzia i punti cardine, tra loro interrelati, su cui si fonda il capitale sociale ovvero:

  • le istituzioni ossia in generale le organizzazioni, costituite da gruppi di individui che cooperano al fine di raggiungere uno scopo benefico per la collettività [es. le istituzioni politiche, le organizzazioni sociali ed educative, etc.];
  • le relazioni che scaturiscono da tali istituzioni, solo quando caratterizzate da fiducia reciproca, da senso di solidarietà e più in generale da senso civico, e che per la loro natura creano esternalità positive per gli individui e la comunità di appartenenza.

Quindi, il capitale sociale può essere visto come una forma di bene incorporato nelle istituzioni, più o meno formalizzate, e nelle relazioni sociali, con una capacità produttiva che va al di là della sola generazione di ritorni economici, come accade invece per altre forme di capitale, in quanto contribuisce a migliorare il benessere complessivo degli individui, e quindi della collettività, soprattutto, ma non solo, di coloro che sono carenti di altre forme di capitale come quello umano e finanziario. È funzionale quindi per gli individui e la collettività, come sosteneva Coleman (1988), in quanto reti e relazioni agevolano il conseguimento di obiettivi che altrimenti non potrebbero essere raggiunti.
Il meccanismo attraverso il quale il capitale sociale genera esternalità positive è il seguente:

  • da una parte reti e relazioni informali ed istituzionali, caratterizzate da fiducia reciproca, senso civico e cooperazione facilitano la coesione e l’inclusione sociale, riducendo la vulnerabilità degli individui;
  • dall’altra l’impegno sociale e la responsabilità civica possono rafforzare la governance democratica, e conseguentemente migliorano i modelli di comportamento individuale e collettivo, l’efficienza e la trasparenza dell’operato delle istituzioni così come la qualità delle politiche pubbliche.

Capitale sociale e cittadinanza attiva

Una definizione condivisa di cittadinanza attiva è quella proposta da Hoskins et al., (2006): «Participation in civil society, community and/or political life, characterised by mutual respect and non-violence and in accordance with human rights and democracy».
Hoskins specifica quindi che la cittadinanza attiva è intesa nel senso più ampio del termine partecipazione e non si concentra esclusivamente sugli aspetti politici. Spazia dalle attività culturali e politiche a quelle ambientali, a livello locale, regionale, nazionale, europeo e internazionale. I limiti della cittadinanza attiva sono fissati da confini etici. Le attività alle quali partecipano le persone dovrebbero sostenere la comunità e non dovrebbero violare i principi dei diritti umani e dello Stato di diritto. Inoltre, la parola “attivo” sottolinea il coinvolgimento diretto dei cittadini nel processo decisionale e nella democrazia deliberativa.
Da queste osservazioni emerge che il capitale sociale rappresenta il presupposto per il realizzarsi e lo svilupparsi di un coinvolgimento diretto dei cittadini nei processi decisionali delle istituzioni. Come, infatti, evidenziato da Wentik et al. (2018), «[u]na rete di relazioni è necessaria affinché un’idea possa emergere e prendere forma. Fin dall’inizio dell’iniziativa deve essere presente un certo livello di fiducia tra le persone. Affinché l’iniziativa continui, sembrano importanti forti legami all’interno del gruppo, nonché un buon equilibrio tra investimenti e risultati».

Uno sguardo sull’Europa e un focus sull’Italia

Per meglio comprendere il grado di associazione tra capitale sociale e cittadinanza attiva, facciamo riferimento ad una ricerca empirica condotta di recente utilizzando i dati Eusilc, una base dati europea che raccoglie le informazioni sulle condizioni di vita dei cittadini di tutti gli Stati europei. I risultati sono evidenziati nella Figura 1.

Figura 1 – Capitale sociale e cittadinanza attiva in Europa (Fonte:EUSILC)

Come interpretare il grafico? Innanzitutto il capitale sociale è stato graduato secondo una scala che va da un livello minimo di dotazione corrispondente al 1 quintile ad un livello massimo di dotazione corrispondente al 5 quintile. Vediamo immediatamente la stretta associazione esistente a livello europeo tra dotazione di capitale sociale e presenza del fenomeno della cittadinanza attiva, associazione che consente di individuare due nuclei distinti di Paesi:

  • nel secondo quadrante in alto a sinistra rileviamo Paesi con una minore dotazione di capitale sociale (1 e 2 quintile) cui è associata una minor intensità del fenomeno di cittadinanza attiva.
  • nel quarto quadrante in basso a destra rileviamo Paesi con una maggior dotazione di capitale sociale (3,4 e 5 quintile) cui è associata una maggiore intensità del fenomeno di cittadinanza attiva.

La medesima forte associazione la rileviamo in Italia.

Figura 2 – Capitale sociale e cittadinanza attiva in Italia

Ma se aggiungiamo altre informazioni relative allo status socio-economico dei cittadini come il sesso, la posizione nella professione, il reddito e l’età siamo in grado di descrivere meglio la fisionomia del cittadino attivo in Italia.

Figura 3 – La fisionomia del cittadino attivo in Italia

Dalla lettura della Figura 3 emerge che mediamente in Italia un cittadino attivo ha una dotazione elevata di capitale sociale, ha una età compresa tra i 30 ed i 60 anni, è inserito nel mercato del lavoro, ha un reddito ed un livello di istruzione medio-alto. Emerge quindi che è molto bassa la probabilità di trovare un cittadino attivo tra coloro che hanno meno di 30 anni, tra gli studenti, tra i giovani pensionati, e tra coloro che percepiscono un reddito medio basso.

Alcune riflessioni conclusive

Dalle precedenti osservazioni emerge, in sintesi, che il fenomeno della cittadinanza attiva potrebbe essere potenziato promuovendo aspetti ‘desiderabili’ del capitale sociale, stimolando, ad esempio, la creazione e l’empowerment, attraverso la loro inclusione nei processi decisionali, di associazioni di cittadini che hanno a cuore problemi specifici della comunità (come quelli riguardanti, ad esempio, giovani, migranti e minoranze). Queste associazioni rappresentano la chiave per una partnership consolidata tra istituzioni e policy maker – da una parte – e cittadini e società civile – dall’altra.
Ma un ruolo cruciale nel potenziamento del fenomeno della cittadinanza attiva può essere indubbiamente svolto anche da un processo di apprendimento permanente, dalla scuola all’età adulta, volto a mantenere e acquisire competenze come driver per la cittadinanza attiva. Quali contenuti specifici dovrebbe avere questo processo di apprendimento permanente? La Raccomandazione del Consiglio del 2018 sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente sottolinea che per essere un cittadino attivo è necessario acquisire conoscenze e atteggiamenti civici/politici, nonché quei valori fondamentali che governano l’interazione tra persone, in particolare i diritti umani e lo Stato di diritto. E questo non è altro che il nucleo di quelle risorse individuali definite con il termine capitale sociale. In conclusione e secondo il suggerimento del Consiglio, il sistema educativo di tutti i Paesi dell’UE dovrebbe indirizzare i propri sforzi nella costruzione del capitale sociale individuale sin dai primi anni di scuola.

Foto di copertina: Allison Louis su Unsplash