Beni comuni e amministrazione condivisa Il punto di Labsus

L’Amministrazione condivisa come processo politico

Il cambiamento provocato dal principio costituzionale di sussidiarietà orizzontale non è un diverso equilibrio tra intervento statale e intervento privato ma un cambiamento dello status degli attori e delle loro relazioni
politico

Le esperienze di cura dei beni comuni attraverso, in particolare, i Patti di collaborazione continuano a crescere in numero e qualità tanto da legittimare l’Amministrazione condivisa non tanto e non solo come un processo amministrativo – in verità non lo abbiamo mai considerato solo questo – ma come un modello politico. Le diverse comunità di pratica diffuse in tutto il Paese diventano consuetudine, l’attenzione alla cura del territorio, del proprio quartiere, paese, città piccola o grande un modo per superare l’individualismo e la cultura della delega. Uno dei principi di fondo intorno alla cura dei beni comuni li ritiene essere funzionali all’esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona. È la città lo spazio in cui si sviluppano nuove aggregazioni funzionali al riuso e alla rigenerazione di spazi così come di beni comuni immateriali. Interventi di gestione condivisa di aree verdi abbandonate al degrado, rigenerazione di luoghi che hanno smarrito la loro vocazione originaria, recupero a fini sociali di beni confiscati sottratti alle mafie, la ridefinizione di spazi culturali chiusi perché poco funzionali. Gli strumenti tradizionali si scoprono sempre più deboli per riconoscere e sostenere tali percorsi perché incapaci di valorizzare quelle connessioni che nascono in contesti informali. Il Patto di collaborazione rende l’informalità un valore, tanto da declinarla come principio nei regolamenti per l’Amministrazione condivisa, ne riconosce la complessità e la governa non con il potere ma in un sistema di relazioni orizzontali che producono e alimentano il capitale sociale di una comunità. Che sia questo un nuovo modo di definire i processi di partecipazione politica? Nuovo, del resto, in senso molto relativo. Piuttosto sembra di tornare alle radici se, come ci insegnava don Lorenzo Milani, avere un problema in comune e cercare di uscirne da soli si chiama egoismo, cercare di uscirne tutti insieme si chiama politica.

Una visione organica

Ma quanto è oggi riconosciuta questa visione organica dell’Amministrazione condivisa? Che valore diamo a quelle esperienze che si stanno facendo consuetudine nel nostro Paese? Sembra sia difficile sollevare lo sguardo e superare l’idea del piccolo e bello, del Patto di collaborazione come azione meritoria di uno sparuto e volenteroso gruppo di cittadini attivi. Va bene sottrarre al degrado uno spazio, promuovere un bene immateriale, molto meno considerare quella azione un pezzo rilevante delle politiche di governo di un territorio. In questo senso anche i termini utilizzati sono importanti e contribuiscono a definire una cornice. Parole come cura e relazione aprono orizzonti nuovi; mentre manutenzione e decoro tolgono respiro all’azione dei cittadini attivi. Aver adottato un Regolamento e sottoscritto dei Patti di collaborazione è sufficiente per parlare di Amministrazione condivisa? Lo è aver pubblicato un avviso di coprogettazione che conserva il sapore di una procedura selettiva di un ente del Terzo settore? Se da un punto di vista formale la risposta può essere affermativa, da un punto di vista sostanziale ancora no.
Il cambiamento provocato dal principio costituzionale di sussidiarietà orizzontale non è un diverso equilibrio tra intervento statale e intervento privato ma un cambiamento dello status degli attori e delle loro relazioni. Quella che viene proposta è una modalità di governo policentrica in cui, più che una divisione del lavoro tra istituzioni e cittadini attivi si fa leva sulla capacità di “fare squadra”. L’applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale, attraverso il modello dell’Amministrazione condivisa, favorisce la creazione di inedite alleanze e reti tra cittadini e istituzioni in quanto entrambi legittimati dalla Costituzione a perseguire l’interesse generale. Attraverso questa chiave di lettura la sussidiarietà orizzontale innesca, quasi naturalmente, innovative relazioni di natura anche politica tra tutti quei soggetti considerati non più utenti passivi ma portatori di risorse, secondo le loro possibilità. È un modello che promuove in chiave contemporanea il concetto di cittadinanza che non può più essere centrata ancora sulla distinzione tra ciò che è dentro (il confine) e quello che ne resta fuori. Che siano le stanze del Municipio, le mura di una città, le frontiere di uno Stato. Le città e i paesi diventano il luogo ideale dove sperimentare politiche di inclusione, dove provare a sconfiggere, attraverso la leva della fiducia, la paura del diverso per scoprire che le differenze costituiscono una ricchezza.

Tre diverse dimensioni

L’Amministrazione condivisa ha una sua dimensione culturale. Le azioni di cura portate avanti da cittadini e organizzazioni collettive pongono delle questioni aperte per il governo della città e la definizione delle politiche pubbliche. Perché l’azione di cura dei beni comuni attraverso i Patti di collaborazione ha un valore locale e globale al tempo stesso e così come il più semplice gesto di cura non ha mai un impatto limitato al nostro quartiere, anche rispetto alle politiche “l’autonoma iniziativa dei cittadini” diventa pratica di apprendimento e sperimentazione, spazio condiviso per la costruzione di una città inclusiva.
L’Amministrazione condivisa ha una sua dimensione sociale. La rigenerazione dei beni comuni materiali e immateriali di un territorio promuove, quasi naturalmente, un sistema di relazioni e processi innovativi che investono persone, soggetti collettivi, istituzioni combinando risorse e bisogni in una prospettiva generativa di cambiamento; i diversi soggetti interagiscono nel territorio attraverso un sistema di alleanze inedite e variabili capaci di valorizzare le risorse, le competenze, i saperi di ognuno per definire insieme l’interesse generale da perseguire e le risorse necessarie da reperire, gli interventi da realizzare, l’impatto sociale delle azioni.
Nella sua dimensione politica, i processi collaborativi centrati sul principio di sussidiarietà orizzontale contribuiscono a costruire una democrazia aperta e inclusiva in grado di rispondere alla vulnerabilità del territorio e alle condizioni di fragilità dei suoi abitanti, abilitando un sistema di relazioni tra soggetti collettivi, imprenditoriali e istituzionali capaci di produrre innovazione sociale, economica e culturale attraverso la gestione condivisa di beni comuni finalizzata a ridurre le disuguaglianze e accrescere i livelli di benessere e coesione sociale.

La coprogettazione al centro

La coprogettazione delle azioni di cura è il processo che permette di valorizzare risorse del tutto nuove, sconosciute rispetto ai mezzi su cui la pubblica amministrazione tradizionalmente può fare affidamento. È attraverso la coprogettazione che la rivendicazione sociale può diventare motore di un cambiamento reale che investe tanto le istituzioni quanto la comunità. Solo così i Patti di collaborazione si rivelano non solo come spazio privilegiato di elaborazione per un nuovo modo di amministrare, ma anche come espressione di una nuova soggettività politica.

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Foto di copertina: Cindy Lever da Pixabay