È il 2018. Siamo all’Arcella, quartiere della prima periferia di Padova. C’è un’area, all’interno del quartiere più popoloso e multietnico della città che si chiama Ansa Borgomagno: un non luogo fatto di arterie trafficate, stradine costeggiate da ville liberty, vecchie fabbriche e spazi residuali. In questi interstizi urbani ci sono due prati di proprietà del Comune che però sono lì, abbandonati: l’erba è alta, rifiuti, incuria e nessuna funzione riconoscibile. Vuoti urbani, luoghi marginali e senza identità.

Foto di: Videoe20
Nasce proprio in quegli anni l’associazione Le Mille e Un’Arcella: quaranta famiglie che sognano di cambiare la narrazione sul quartiere, troppo spesso associato soltanto a immagini di degrado e marginalità. L’idea di fondo è semplice: costruire occasioni di incontro e socialità per generare fiducia e relazioni tra abitanti molto diversi per provenienza, età e condizioni sociali. Sognano quella che viene chiamata “rigenerazione urbana”, ma in realtà sognano una rivoluzione sociale.
Iniziano quindi le prime ricognizioni e i primi momenti di convivialità per ascoltare i cittadini del rione. Come farlo? Con dei questionari? Con delle interviste? Eh no, con delle cene in strada.

Foto di: Giorgia Panizzo
Tavolate aperte, costruite collettivamente, che servono sì a raccogliere fondi, ma soprattutto a creare prossimità. In quelle occasioni il quartiere inizia lentamente a riconoscersi come comunità. Lo spazio pubblico smette di essere soltanto luogo di passaggio e torna a essere luogo di relazione. Le cene in strada diventano l’occasione per sedersi con i vicini — e non solo — a chiacchierare, immaginare insieme ai bambini la trasformazione di quei due luoghi sospesi.
Il Totem park
Prende il nome da un totem in legno costruito durante una cena in strada da moltissimi bambini del rione.
«Vogliamo che il Totem Park sia il giardino per tutti quelli che non ce l’hanno e non hanno verde attorno alle loro case».
In un quartiere di condomini e cemento si decide di trasformare quel prato nel giardino della comunità.
Per avvicinare le persone a quel luogo sconosciuto nel 2019 viene organizzato il Totem Festival che attira persone da tutta la regione e porta musica, arte, laboratori e momenti di immaginazione collettiva.
Ed è così che il Totem Park lentamente prende forma, attraverso un processo informale e progressivo di appropriazione positiva dello spazio da parte degli abitanti del quartiere.

Foto di: Giorgia Panizzo
Passato il festival si iniziano a piantare alberi, a immaginare orti, a ospitare api. La trasformazione materiale del parco procede insieme a quella relazionale. La cura dello spazio diventa occasione per costruire legami. Bambini, famiglie, volontari e associazioni partecipano a piccoli interventi di sistemazione, pulizia e allestimento. Si sperimentano forme spontanee di presidio civico che modificano gradualmente anche la percezione del luogo. Uno spazio vissuto cambia non solo nella sua forma fisica, ma anche nel significato che assume per chi lo attraversa.
Una tappa importante arriva con “Kaboom! Il quartiere vibra”, progetto sostenuto dal bando Creative Living Lab del Ministero della Cultura e sviluppato insieme a una rete di soggetti del territorio. Con Kaboom il Totem Park consolida la propria vocazione di spazio culturale e comunitario. Il progetto introduce pratiche di co-progettazione e autocostruzione che coinvolgono direttamente gli abitanti nella definizione degli interventi. Sedute, arredi urbani, installazioni e dispositivi creativi non vengono semplicemente collocati nello spazio, ma realizzati insieme. Il processo conta quanto il risultato finale. Il cantiere stesso diventa esperienza collettiva, momento di apprendimento reciproco e costruzione di appartenenza. In questo senso il Totem Park rappresenta un esempio interessante di urbanistica relazionale, in cui la trasformazione fisica dello spazio è inseparabile dalla costruzione di legami sociali.
Nel tempo il parco ha iniziato a ospitare attività sempre più diverse: concerti, laboratori per bambini, momenti interculturali, assemblee pubbliche e pratiche quotidiane di socialità informale. La pluralità che caratterizza l’Arcella ha trovato proprio qui uno spazio di espressione concreta. Non un luogo pensato per una comunità omogenea, ma uno spazio aperto, attraversabile e continuamente ridefinito dagli usi.
Oggi il Totem Park viene definito il primo giardino di comunità di Padova. La sua particolarità non sta soltanto nella presenza di alberi, panchine o iniziative culturali. Sta nel fatto che quel luogo continua a vivere perché esiste una comunità che se ne prende cura quotidianamente. Prima è arrivata la comunità. Poi il parco.

Foto di: Giorgia Panizzo
L’ingresso del Totem Park nel percorso di riconoscimento dei beni comuni urbani rappresenta una tappa significativa della sua storia. Dopo anni di cura spontanea, attività culturali e costruzione di relazioni, l’esperienza sviluppata dagli abitanti trova infatti una forma di riconoscimento istituzionale attraverso gli strumenti dell’amministrazione condivisa.
Il patto di collaborazione non arriva all’inizio del processo, ma ne costituisce l’approdo naturale: formalizza una responsabilità che la comunità aveva già assunto nel tempo e definisce unquadro stabile di cooperazione tra cittadini e amministrazione comunale. Da una parte gli abitanti si impegnano nella cura e nell’animazione dello spazio; dall’altra il Comune sostiene le attività attraverso interventi manutentivi e contributi per la gestione.
In questo modo il Totem Park diventa un esempio concreto di bene comune urbano: uno spazio pubblico il cui valore nasce dall’incontro tra iniziativa civica e responsabilità istituzionale.
Il Kobe Briant Playground
Maggio 2026. Centinaia di ragazzi si ritrovano all’Arcella per un torneo di basket della comunità filippina. La settimana successiva inizia il King of The City: trecento persone coinvolte in una sfida di street basket tra i quartieri di Padova. Ogni giorno, intanto, decine di adolescenti, bambini e famiglie attraversano quello spazio, si danno appuntamento, giocano fino a sera.
È difficile immaginare che tutto questo, fino a pochi anni fa, fosse soltanto un prato abbandonato.

Foto di: 049 Basketball
Nel 2019 alcune associazioni del quartiere, insieme a gruppi informali di cittadini, iniziano a interrogarsi sul destino di quell’area residuale all’Arcella. L’erba è alta, lo spazio è vuoto, privo di funzione e identità. Uno dei tanti margini urbani che le città spesso smettono di vedere. Eppure proprio lì nasce un’idea semplice: costruire un luogo dove lo sport possa essere davvero per tutti.
In quel percorso l’arte assume un ruolo decisivo. Non soltanto come elemento estetico o decorativo, ma come dispositivo capace di attivare desideri collettivi e nuove possibilità urbane. Per un mese lo street artist padovano C0110 lavora alla realizzazione di un grande murales dedicato a Kobe Bryant.
Il volto di Kobe — icona globale dello sport e simbolo di disciplina, riscatto e determinazione — restituisce improvvisamente identità a quello spazio anonimo. Il prato smette di essere invisibile. Le persone iniziano a fermarsi, fotografare, attraversare l’area. Il murales produce curiosità, presenza e nuove frequentazioni.
Tutti iniziano a chiedersi cosa significhi quell’opera comparsa nel quartiere. La risposta, in fondo, è semplice: significa che quello spazio può avere un altro destino. Significa che l’amministrazione deve farsi carico della realizzazione di un campo da basket aperto e accessibile.
Il Kobe Bryant Playground non nasce quindi da un progetto calato dall’alto, ma dalla capacità degli abitanti di guardare diversamente un prato abbandonato e iniziare a immaginarne una trasformazione possibile.
In molte esperienze contemporanee di rigenerazione urbana l’arte pubblica svolge proprio questa funzione: non limitarsi ad abbellire uno spazio degradato, ma modificare lo sguardo collettivo sul luogo. Uno spazio che torna visibile può tornare anche a essere abitato. Ed è esattamente ciò che è accaduto in questa parte di città.
In questo senso il Kobe Bryant Playground rappresenta bene una dinamica tipica dei beni comuni urbani: la cittadinanza attiva non si limita a chiedere un intervento pubblico, ma contribuisce preventivamente a produrre valore attorno a uno spazio. Prima ancora della riqualificazione istituzionale, esiste già una comunità che riconosce in quel luogo un bene collettivo possibile.
La pressione positiva esercitata dagli abitanti convince così l’amministrazione comunale a investire nella riqualificazione dell’area. Il prato abbandonato viene trasformato in un campo da basket aperto e accessibile, capace di ospitare pratiche sportive, eventi e socialità quotidiana.
Ma il vero cambiamento non riguarda soltanto l’infrastruttura fisica. Il playground acquisisce rapidamente una funzione sociale molto più ampia. Il basket diventa linguaggio condiviso dentro un quartiere multiculturale come l’Arcella: uno spazio di prossimità urbana in cui adolescenti e giovani di provenienze diverse possono incontrarsi attraverso pratiche comuni.
Nel tempo il Kobe Bryant Playground si trasforma in un vero presidio comunitario. Un ruolo fondamentale è oggi svolto dall’associazione 049 Santi Joseph, che mantiene vivo e aperto il campo attraverso una presenza quotidiana fatta di sport, relazioni e iniziative sociali. Il container trasformato in bar non rappresenta soltanto un servizio, ma un punto di aggregazione stabile, capace di generare incontro e permanenza nello spazio pubblico.
Ciò che colpisce è la capacità del playground di produrre sicurezza e qualità urbana attraverso la presenza costante di persone e relazioni. Il campo è vivo perché abitato. La cura dello spazio nasce dalla frequentazione quotidiana, dall’uso condiviso e dal senso di appartenenza costruito nel tempo. In molte periferie contemporanee il problema non è soltanto la mancanza di servizi, ma la progressiva riduzione degli spazi informali di socialità: luoghi in cui stare senza necessariamente consumare o essere utenti di qualcosa. Il Kobe Bryant Playground risponde anche a questo bisogno. Restituisce al quartiere uno spazio libero, aperto e collettivo.
Negli anni le realtà associative che animano il playground hanno costruito un rapporto stabile di collaborazione con l’amministrazione comunale. Mentre il Comune garantisce manutenzione ordinaria, sfalcio dell’erba e gestione delle principali infrastrutture, le associazioni assicurano l’apertura dello spazio, l’organizzazione delle attività e il presidio sociale quotidiano. Anche in questo caso il percorso sembra orientarsi verso gli strumenti dell’amministrazione condivisa. Il patto di collaborazione non viene concepito come un semplice accordo gestionale, ma come il riconoscimento di una corresponsabilità già esistente nella produzione e nella cura di un bene comune urbano. Il playground è infatti il risultato dell’azione congiunta di cittadini attivi, associazioni e istituzioni, che nel tempo hanno contribuito a trasformare un vuoto urbano in uno spazio di incontro, sport e coesione sociale.
Immagine di copertina: 049 Basketball
