<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Carlo Donolo, Autore presso Labsus</title>
	<atom:link href="https://www.labsus.org/author/cdonolo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.labsus.org/author/cdonolo/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 22 Mar 2015 15:12:36 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0</generator>

<image>
	<url>https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2023/03/cropped-favicon-new-1-32x32.png</url>
	<title>Carlo Donolo, Autore presso Labsus</title>
	<link>https://www.labsus.org/author/cdonolo/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>I saperi tecnici reinsediati tra i beni comuni</title>
		<link>https://www.labsus.org/2011/04/i-saperi-tecnici-reinsediati-tra-i-beni-comuni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Donolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Apr 2011 19:47:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.labsus.org/2011/04/04/i-saperi-tecnici-reinsediati-tra-i-beni-comuni/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ora vogliamo focalizzare l&#8217;attenzione su una delle forme che la conoscenza assume nelle nostre societ&#224;: le competenze a carattere tecnico e professionale. In una societ&#224; in cui scienza e tecnica sono forze produttive, &#232; evidente che le competenze tecniche diventano fondamentali, decisive per il buon esito di molti processi sociali, economici ed istituzionali. Ed anche per la stessa azione collettiva quando &#232; orientata alla produzione di beni pubblici. Le competenze sono prodotte e trasmesse tramite processi altamente istituzionalizzati, sia nei processi formativi di tipo scolastico, sia nell&#8217;addestramento on the job e per via esperienziale. Esse sono formattate secondo linee sempre pi&#249; differenziate di divisione tecnica del lavoro e quindi in sistemi di ruoli tecnici &#8211; centrati sulla specificit&#224; delle competenze &#8211; ma che alla fine diventano anche ruoli sociali, come nel caso tipico delle professioni vecchie e nuove. Ora questi ruoli si rendono indispensabili perch&#233; ogni problem solving sociale o anche individuale deve farvi riferimento. La relazione tra la societ&#224; nel suo insieme ed anche tra individui e questi ruoli &#232; un affidamento, basato sia sulla necessit&#224; di contare su tali competenze, sia sull&#8217;affidabilit&#224; degli esperti. Individualmente questi possono avere reputazioni variabili, ma importante &#232; anche la reputazione collettiva di una professione, come valutazione collettiva &#8211; spesso implicita &#8211; del valore sociale delle competenze e della loro utilit&#224; per risolvere problemi. Intanto notiamo che questi ruoli detengono competenze &#8211; sanno risolvere problemi: d&#8217;ingegneria, clinici, giuridici, amministrativi ed altro &#8211; e che per questo fatto ricevono un certo grado di fiducia dai singoli e dalla collettivit&#224;. Sottolineiamo l&#8217;intreccio del dato cognitivo (competenza) con quello normativo (affidabilit&#224;, fiducia). Vediamo cos&#236; ancora una volta che i beni virtuali, di natura simbolica, si tengono stretti in una connessione forte e inseparabile. I ruoli tecnici propongono due problemi: da un lato, come sapere che le competenze siano quelle giuste e adeguate al caso; dall&#8217;altro come valutare l&#8217;affidabilit&#224; professionale nel caso concreto, una nozione che oltre al saper fare implica anche il saper essere (doings and beings, secondo l&#8217;espressione di A. Sen). Certamente la trasmissione e formazione di competenze &#232; un processo complicato di esito incerto, mai del tutto compiuto, inesausto e parziale, ma che deve raggiungere almeno un livello socialmente soddisfacente. Ma oltre a ci&#242; siamo interessati a capire se i ruoli tecnici siano socialmente esercitati in forme affidabili e tali da soddisfare esigenze imprescindibili. Per questo si discute molto di deontologia professionale, di responsabilit&#224; sociale dei tecnici, anche di superamento delle corazze corporative che li difendono da una trasparenza sociale sempre pi&#249; necessaria. Ci sono responsabilit&#224; civili e penali per questi ruoli, ma qui interessa di pi&#249; come si potrebbe ottenere che non sia necessario ricorrere con frequenza a questi strumenti estremi, e che comunque intervengono quando il guaio &#232; gi&#224; fatto. Nasce cos&#236; il problema di come debbano essere concepiti dei processi formativi di competenze, che siano in grado di trasmettere ai nuovi tecnici oltre a competenze adeguate, quella che per semplicit&#224; chiamiamo un&#8217;etica di ruolo. &#200; ben noto che &#232; pi&#249; facile trasmettere competenze altamente tecniche, specie se molto parcellizzate, che massime di condotta. Queste poi derivano molto pi&#249; dall&#8217;esempio offerto dai docenti che da formule verbali, per quanto efficaci. Si &#232; anche lamentato che la crescente divisione tecnica del lavoro implichi appunto la formazione di idioti sociali, cio&#232; di individui molto competenti settorialmente (in ambiti che tendono a restringersi sempre pi&#249; data la crescita esponenziale del sapere ed anche del sapere applicato), ma privi dello sguardo d&#8217;insieme, talora anche dei linguaggi che rendono possibile la transducibilit&#224; intersettoriale delle conoscenze, e pi&#249; ancora privi di ancoraggi solidi a massime di condotta universalizzabili e argomentabili (1). Il tecnico agnostico, indifferentista, sostanzialmente cinico, alla fine utilitarista e opportunista. Questa &#232; forse un po&#8217; una caricatura derivata dalla figura del burocrate irresponsabile, ma contiene quel tanto di verit&#224; che deve giustamente allarmare. Ora siamo qui a scrivere solo perch&#233; una serie di tecnici ci ha salvato da una serie di rischi, fisici e morali. Dopo averli debitamente ringraziati, dobbiamo per&#242; esaminare seriamente cosa succede se davvero una parte consistente di questi ruoli non &#232; sufficientemente responsabile, sufficientemente competente, e all&#8217;altezza dei compiti del ruolo, non solo tecnici ma anche in senso lato morali. Purtroppo abbiamo delle esperienze negative, ma per tutte cito qui solo il caso delle conseguenze del terremoto de L&#8217;Aquila (2). Il danno sociale prodotto da ruoli tecnici &#8220;irresponsabili&#8221; &#232; enorme. Quindi &#232; importante ritornare sulla questione dei processi formativi. Non si pu&#242; tornare indietro verso una pi&#249; elementare divisione del lavoro, n&#233; immaginare che la responsabilit&#224; sociale dei tecnici sia staccata da quella della responsabilit&#224; delle imprese ed in genere delle organizzazioni, o dal generale clima morale che predomina in un certa fase. In breve: la corruzione individuale &#232; correlata al clima di lassismo e affarismo prevalente, si nutre delle giustificazioni di senso comune, trova nel particolarismo esteso e dominante degli interessi la sua radice. Quindi occorre evidentemente ripensare i processi formativi in modo che vi abbia spazio e legittimit&#224; un discorso sulla responsabilit&#224; sociale dei tecnici, e d&#8217;altra parte occorre vigilare che i ruoli professionali siano esercitati in modalit&#224; coerenti con massime di condotta sociali. A tale scopo certamente &#232; necessaria una ben maggiore trasparenza di quanta ne abbiamo oggi. Come anche forme di vigilanza incrociata oggi del tutto embrionali. Ancora una volta: affidarsi al diritto &#232; troppo e troppo poco (specie data la crisi della nostra giustizia). L&#8217;etica, ovvero la &#8220;questione morale&#8221; nei ruoli tecnici torna importante. Perch&#233; &#232; importante esaminare i ruoli tecnici sotto il profilo delle loro capacit&#224; cognitive e professionali e sotto il profilo della loro qualit&#224; sociale? Perch&#233; essi sono pervasivi e sono troppo importanti per le nostre vite per lasciarli &#8220;da soli&#8221;. Come nella ricerca scientifica le forme di auto-controllo sono sempre le pi&#249; efficaci, ma qui c&#8217;&#232; il problema che a questi ruoli sono legati interessi, anche cospicui, che inquinano le condotte. Abbiamo dunque bisogno di checks and balances, su solide basi costituzionali, per evitare il peggio (L&#8217;Aquila non deve ripetersi) e per</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2011/04/i-saperi-tecnici-reinsediati-tra-i-beni-comuni/">I saperi tecnici reinsediati tra i beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ora vogliamo focalizzare l&#8217;attenzione su una delle forme che la conoscenza assume nelle nostre societ&agrave;: le competenze a carattere tecnico e professionale. In una societ&agrave; in cui scienza e tecnica sono forze produttive, &egrave; evidente che le competenze tecniche diventano fondamentali, decisive per il buon esito di molti processi sociali, economici ed istituzionali. Ed anche per la stessa azione collettiva quando &egrave; orientata alla produzione di beni pubblici. Le competenze sono prodotte e trasmesse tramite processi altamente istituzionalizzati, sia nei processi formativi di tipo scolastico, sia nell&#8217;addestramento <em>on the job </em>e per via esperienziale. Esse sono formattate secondo linee sempre pi&ugrave; differenziate di divisione tecnica del lavoro e quindi in sistemi di ruoli tecnici &ndash; centrati sulla specificit&agrave; delle competenze &ndash; ma che alla fine diventano anche ruoli sociali, come nel caso tipico delle professioni vecchie e nuove.</p>
<p>Ora questi ruoli si rendono indispensabili perch&eacute; ogni problem solving sociale o anche individuale deve farvi riferimento. La relazione tra la societ&agrave; nel suo insieme ed anche tra individui e questi ruoli &egrave; un affidamento, basato sia sulla necessit&agrave; di contare su tali competenze, sia sull&#8217;affidabilit&agrave; degli esperti. Individualmente questi possono avere reputazioni variabili, ma importante &egrave; anche la reputazione collettiva di una professione, come valutazione collettiva &ndash; spesso implicita &ndash; del valore sociale delle competenze e della loro utilit&agrave; per risolvere problemi. Intanto notiamo che questi ruoli detengono competenze &#8211; sanno risolvere problemi: d&#8217;ingegneria, clinici, giuridici, amministrativi ed altro &ndash; e che per questo fatto ricevono un certo grado di fiducia dai singoli e dalla collettivit&agrave;. Sottolineiamo l&#8217;intreccio del dato cognitivo (competenza) con quello normativo (affidabilit&agrave;, fiducia). Vediamo cos&igrave; ancora una volta che i beni virtuali, di natura simbolica, si tengono stretti in una connessione forte e inseparabile. </p>
<p>I ruoli tecnici propongono due problemi: da un lato, come sapere che le competenze siano quelle giuste e adeguate al caso; dall&#8217;altro come valutare l&#8217;affidabilit&agrave; professionale nel caso concreto, una nozione che oltre al saper fare implica anche il saper essere (<em>doings and beings</em>, secondo l&#8217;espressione di <font color="#9933">A. Sen</font>).  Certamente la trasmissione e formazione di competenze &egrave; un processo complicato di esito incerto, mai del tutto compiuto, inesausto e parziale, ma che deve raggiungere almeno un livello socialmente soddisfacente. Ma oltre a ci&ograve; siamo interessati a capire se i ruoli tecnici siano socialmente esercitati in forme affidabili e tali da soddisfare esigenze imprescindibili.</p>
<p>Per questo si discute molto di deontologia professionale, di responsabilit&agrave; sociale dei tecnici, anche di superamento delle corazze corporative che li difendono da una trasparenza sociale sempre pi&ugrave; necessaria. Ci sono responsabilit&agrave; civili e penali per questi ruoli, ma qui interessa di pi&ugrave; come si potrebbe ottenere che non sia necessario ricorrere con frequenza a questi strumenti estremi, e che comunque intervengono quando il guaio &egrave; gi&agrave; fatto.  </p>
<p>Nasce cos&igrave; il problema di come debbano essere concepiti dei processi formativi di competenze, che siano in grado di trasmettere ai nuovi tecnici oltre a competenze adeguate, quella che per semplicit&agrave; chiamiamo un&#8217;etica di ruolo. &Egrave; ben noto che &egrave; pi&ugrave; facile trasmettere competenze altamente tecniche, specie se molto parcellizzate, che massime di condotta. Queste poi derivano molto pi&ugrave; dall&#8217;esempio offerto dai docenti che da formule verbali, per quanto efficaci.</p>
<p>Si &egrave; anche lamentato che la crescente divisione tecnica del lavoro implichi appunto la formazione di idioti sociali, cio&egrave; di individui molto competenti settorialmente (in ambiti che tendono a restringersi sempre pi&ugrave; data la crescita esponenziale del sapere ed anche del sapere applicato), ma privi dello sguardo d&#8217;insieme, talora anche dei linguaggi che rendono possibile la transducibilit&agrave; intersettoriale delle conoscenze, e pi&ugrave; ancora privi di ancoraggi solidi a massime di condotta universalizzabili e argomentabili (<a href="#1">1</a>).</p>
<p>Il tecnico agnostico, indifferentista, sostanzialmente cinico, alla fine utilitarista e opportunista. Questa &egrave; forse un po&#8217; una caricatura derivata dalla figura del burocrate irresponsabile, ma contiene quel tanto di verit&agrave; che deve giustamente allarmare. Ora siamo qui a scrivere solo perch&eacute; una serie di tecnici ci ha salvato da una serie di rischi, fisici e morali.<br />
Dopo averli debitamente ringraziati, dobbiamo per&ograve; esaminare seriamente cosa succede se davvero una parte consistente di questi ruoli non &egrave; sufficientemente responsabile, sufficientemente competente, e all&#8217;altezza dei compiti del ruolo, non solo tecnici ma anche in senso lato morali.  Purtroppo abbiamo delle esperienze negative, ma per tutte cito qui solo il caso delle conseguenze del terremoto de L&#8217;Aquila (<a href="#2">2</a>).  </p>
<p>Il danno sociale prodotto da ruoli tecnici &ldquo;irresponsabili&rdquo; &egrave; enorme. Quindi &egrave; importante ritornare sulla questione dei processi formativi. Non si pu&ograve; tornare indietro verso una pi&ugrave; elementare divisione del lavoro, n&eacute; immaginare che la responsabilit&agrave; sociale dei tecnici sia staccata da quella della responsabilit&agrave; delle imprese ed in genere delle organizzazioni, o dal generale clima morale che predomina in un certa fase.</p>
<p>In breve: la corruzione individuale &egrave; correlata al clima di lassismo e affarismo prevalente, si nutre delle giustificazioni di senso comune, trova nel particolarismo esteso e dominante degli interessi la sua radice. Quindi occorre evidentemente ripensare i processi formativi in modo che vi abbia spazio e legittimit&agrave; un discorso sulla responsabilit&agrave; sociale dei tecnici, e d&#8217;altra parte occorre vigilare che i ruoli professionali siano esercitati in modalit&agrave; coerenti con massime di condotta sociali. A tale scopo certamente &egrave; necessaria una ben maggiore trasparenza di quanta ne abbiamo oggi. Come anche forme di vigilanza incrociata oggi del tutto embrionali.  Ancora una volta: affidarsi al diritto &egrave; troppo e troppo poco (specie data la crisi della nostra giustizia). L&#8217;etica, ovvero la &ldquo;questione morale&rdquo; nei ruoli tecnici torna importante. </p>
<p>Perch&eacute; &egrave; importante esaminare i ruoli tecnici sotto il profilo delle loro capacit&agrave; cognitive e professionali e sotto il profilo della loro qualit&agrave; sociale? Perch&eacute; essi sono pervasivi e sono troppo importanti per le nostre vite per lasciarli &ldquo;da soli&rdquo;. Come nella ricerca scientifica le forme di auto-controllo sono sempre le pi&ugrave; efficaci, ma qui c&#8217;&egrave; il problema che a questi ruoli sono legati interessi, anche cospicui, che inquinano le condotte. Abbiamo dunque bisogno di checks and balances, su solide basi costituzionali, per evitare il peggio (L&#8217;Aquila non deve ripetersi) e per garantire un livello soddisfacente di prestazioni.<br />
Come immaginarle &egrave; molto difficile e si pu&ograve; sperare intanto su una futuribile cultura della valutazione un po&#8217; pi&ugrave; sofisticata e meno aziendalistica di quelle corrente.</p>
<p>In termini teorici ed astratti la questione &egrave; chiara, per esempio facendo riferimento al paradigma di <font color="#9933">Sen</font>, magari completato da <font color="#9933">M. Nussbaum</font>: si tratta di sviluppare &ndash; nei processi formativi formali ed informali &ndash; capacit&agrave;, che sono sia competenze (abilit&agrave; tecniche), sia auto-nomie o auto-regolazioni.<br />
Ma &egrave; un processo molto esigente, anche se lo riferissimo solo a minoranze attive all&#8217;interno del sistema dei ruoli. Si dovrebbe coniugare molto di pi&ugrave; conoscenza tecnico-pratica e conoscenza morale, regole tecniche e regolazioni sociali, norme sociali e norme giuridiche e cos&igrave; via (<a href="#3">3</a>).</p>
<p>Un po&#8217; di questo avviene del resto, e spiega perch&eacute; i sistemi non collassino o degenerino. Si pu&ograve; qui dire solo questo: nessuna delle riforme pensate ultimamente, ma anche assai prima di Berlusconi, per i processi formativi hanno mai anche solo immaginato questo ordine di problemi. Anzi: esse hanno puntato decisamente alla produzione di cinismo di ruolo e di indifferentismo morale, di cui anche troppo spesso vediamo i frutti perversi e paghiamo i costi.</p>
<p>Ma tutto questo che c&#8217;entra con la sussidiariet&agrave;? Mi verrebbe voglia di lasciarlo alla fantasia del lettore, ma qui siamo al suo servizio e perci&ograve; dico due parole. Intanto, abbiamo a che fare con beni cognitivi e normativi in tutti i sintetici passaggi dell&#8217;argomentazione e della tematica. E come abbiamo visto in precedenti <a target="http://www.labsus.org/?index=php&#038;option=com_content&amp;task=view&amp;id=2599&amp;Itemid=4" href="http://www.labsus.org/?index=php&#038;option=com_content&amp;task=view&amp;id=2599&amp;Itemid=4">contributi </a>i beni comuni virtuali sono il motore della sussidiariet&agrave;.<br />
Poi, i ruoli tecnici di diversa natura che convergono nelle pratiche e procedure di sussidiariet&agrave; sono molteplici e direi crescenti di numero e di qualificazione.</p>
<p>Il cittadino attivo si incontra con varie figure di esperto, o anche solo di mediatore. Apprende da lui e gli insegna qualcosa. Alla lunga anche il cittadino diventa un po&#8217; esperto, &ldquo;cultore della materia.<br />
La sussidiariet&agrave; senza sapere in azione non &egrave; possibile. Quindi essa sollecita acutamente una riflessione sui ruoli tecnici e sulle competenze specialistiche. Fornisce anche nei casi migliori, ma speriamo di pi&ugrave; in futuro, contesti capacitanti non solo per i cittadini, ma anche per gli esperti, che ne hanno urgente bisogno (e talora anche voglia).</p>
<p>
<a name="1"></a> (1) Sul punto rinvio al recente de Monticelli, <em>La questione morale</em>, Cortina, di cui consiglio vivamente la lettura ai miei 25 lettori.<br />
<a name="2"></a> (2) Rinvio sul punto a quanto ho scritto in <a target="http://www.labsus.org/?index=php&#038;option=com_content&amp;task=view&amp;id=2681&amp;Itemid=26" href="http://www.labsus.org/?index=php&#038;option=com_content&amp;task=view&amp;id=2681&amp;Itemid=26"><em>Italia sperduta</em></a>, Donzelli, 211.<br />
<a name="3"></a> (3) Si pu&ograve; vedere Bertoldini (a cura), <em>La cultura politecnica</em>, B. Mondadori, Milano 24.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2011/04/i-saperi-tecnici-reinsediati-tra-i-beni-comuni/">I saperi tecnici reinsediati tra i beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sui beni e sulle capacità </title>
		<link>https://www.labsus.org/2011/02/sui-beni-e-sulle-capacita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Donolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Feb 2011 21:37:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.labsus.org/2011/02/21/sui-beni-e-sulle-capacita/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Concentriamo l&#8217;attenzione sul nesso beni-capacit&#224;. Seguendo il paradigma di A. Sen vediamo che i beni appaiono nella funzione di produzione di capacit&#224; (che sono libert&#224; positive). Essi sono dotazioni. In primo luogo sono una dote per il singolo attore. Ma una popolazione di attori variamente dotati si trasforma in una risorsa sociale. Nel senso che il trattamento di questioni collettive della pi&#249; diversa natura richiede che gli attori coinvolti possano contare su e valorizzare le loro dotazioni. Tra queste in posizione preminente troviamo alcuni beni privati, materiali e virtuali, per esempio la casa o il capitale sociale individuale. Ma la dotazione di un soggetto &#232; visibilmente pi&#249; ampia, in quanto includer&#224; anche la fruibilit&#224; di beni pubblici (beni che producono utilit&#224; private, ma che sono gestiti da una pubblica autorit&#224;), e la disponibilit&#224; di beni comuni (dal linguaggio fino all&#8217;ecosistema). Molti di questi beni sono talmente insiti nel contesto dell&#8217;azione o talmente evidenti nella loro natura di presupposto di ogni agire che spesso l&#8217;attore non ne &#232; compiutamente consapevole. Come quando utilizziamo un sistema di trasporto pubblico urbano, o apriamo il rubinetto, o ci abituiamo al clima di una citt&#224;. In generale sappiamo che il godimento di beni privati &#232; dipendente dalla disponibilit&#224; di appropriati beni pubblici. Per esempio, l&#8217;uso dell&#8217;auto privata presuppone un sistema viario e un sistema di controllo del traffico in regia pubblica. Gli alimenti di cui abbiamo bisogno quotidianamente sono tipici beni privati, che per&#242; incorporano una quota di beni pubblici nella forma di &#8220;sicurezza alimentare&#8221;. E cos&#236; via. Dovremmo abituarci a considerare i diversi beni nelle loro differenze &#8211; in parte intrinseche in parte dipendenti da fattori storici &#8211; ma anche come un continuum in cui le tre dimensioni &#8220;privato-pubblico-comune&#8221; sono variamente intrecciate. Il primato assegnato nei processi economici ma anche nell&#8217;ordinamento giuridico alla propriet&#224; privata ostacola questo modo di vedere pi&#249; processuale ed anche realistico. Anche il liberale pi&#249; estremo concede che non &#232; possibile propriet&#224; privata senza stato di diritto, e questa ammissione in realt&#224; cela la grande complessit&#224; dei beni non privati che cos&#236; vengono evocati. Qui a noi interessa sottolineare che nelle dotazioni del soggetto entrano sia beni privati, che beni pubblici, che beni comuni. Certamente tra loro vi pu&#242; essere una certo grado di sostituibilit&#224;: mi muovo in citt&#224; con auto privata in assenza di un affidabile sistema di trasporti pubblici. Per contro, se non posso contare su una piena responsabilizzazione di un soggetto privato, posso supplire con modeste dosi di paternalismo pubblico, come quando metto un avviso di pericolo per un gradino. Ma il punto centrale &#232; che sia per gli individui che per i gruppi sociali &#232; meglio che le dotazioni conservino un carattere plurale, evitando la riduzione al polo privato. Questa &#232; una tendenza accentuata nelle nostre societ&#224;, ma contraddittoria, in quanto i beni privati sempre pi&#249; complessi di cui disponiamo richiedono in proporzione una crescita della componente pubblica e comune, come si vede nell&#8217;aumento ipertrofico delle regolazioni per oggetti complessi, oppure nei nessi sempre pi&#249; stretti identificati anche normativamente tra merci e ambiente. &#200; anche abbastanza ovvio che la stessa fruibilit&#224; di beni privati &#232; dipendente dal patrimonio di beni pubblici e comuni accessibili. Ora proprio questa accessibilit&#224; o disponibilit&#224; &#232; legata a un altro fattore dei processi di capacitazione: i titoli ovvero i diritti. In concreto, per esempio, il diritto alla salute, a un ambiente vivibile, a beni culturali fruibili, alla formazione. Come si suol dire, questi diritti devono essere azionabili, cio&#232; effettivamente esigibili o almeno deve esistere un percorso giurisdizionale per reclamarli. Una debolezza del nostro sistema istituzionale, e in particolare di quello giudiziario, &#232; che il loro malfunzionamento rendono incerta questa azionabilit&#224; o esigibilit&#224;. Possiamo dire che i titoli sono moltiplicatori dell&#8217;efficacia delle dotazioni nei processi di capacitazione. Vale appena il caso di sottolineare quanto diritti, istituzioni, giurisdizione siano a loro volta beni comuni virtuali e normativi. In ogni caso la reale interazione tra dotazioni e titoli decide sull&#8217;esito dei processi di capacitazione. Se guardiamo a queste considerazioni nella prospettiva della sussidiariet&#224;, intesa non tanto come principio costituzionale, quanto come pratica sociale ed istituzionale capacitante, vediamo quanto in essa sia centrale una relazione produttiva tra titoli e dotazioni. Qui l&#8217;argomento di Sen, rivolto in origine al singolo individuo, si amplia a un intero processo socio-istituzionale. Ben inteso, la capacitazione avviene nelle menti dei singoli attori, ma quello che conta &#232; il risultato aggregato, l&#8217;effetto sotto-prodotto collettivo. Qui si pu&#242; parlare di eventuale capacitazione di soggetti plurali, che possono essere gruppi di cittadini associati o invece uffici o agenzie pubbliche. La capacitazione &#232; un processo di apprendimento in cui si sviluppano skill, competenze anche tacite, si modificano preferenze, e in certa misura muta la visione delle cose. Diventa pi&#249; ampia, pi&#249; profonda, pi&#249; condivisa. Un processo tentato e non sempre riuscito anche nei tanti piani strategici urbani o nei progetti integrati di matrice comunitaria. Come si pu&#242; notare, la capacitazione cos&#236; intesa si avvicina molto a pratiche di democrazia deliberativa, o alla voice hirschmaniana. Con questa Hirschman intendeva tutte le forme di argomentazione, protesta, verifica dei poteri sulla base di conoscenze e affermazioni razionali. Voice &#232; il conflitto delle argomentazioni e delle interpretazioni, proprio di un contesto di democrazia vivace e vissuta in presa diretta. Si vede dunque che i beni, ma qui soprattutto quelli pubblici e comuni, sono condizioni essenziali anche per le capacitazioni che possono avvenire, come tutti auspichiamo, dentro i processi ispirati alla sussidiariet&#224;. E qui vale sottolineare che, da un lato, diventando pi&#249; capaci, i cittadini riscoprono il ruolo, troppo spesso dimenticato ed emarginato, dei beni pubblici e comuni nelle loro vite. E dall&#8217;altro contribuiscono alla loro riproduzione, che per tanta parte non pu&#242; essere affidata solo alla mano pubblica. Pi&#249; in particolare, nella societ&#224; della conoscenza cresce il ruolo dei beni comuni cognitivi, mentre nel global change (=globalizzazione+mutamento climatico) l&#8217;attenzione al governo dei beni comuni ambientali diventa strategico. Tutto ci&#242; si riverbera dentro alla sussidiariet&#224; come processo, quando sono in gioco sostenibilit&#224;, vivibilit&#224;, riduzione di rischi. Ce lo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2011/02/sui-beni-e-sulle-capacita/">Sui beni e sulle capacità </a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Concentriamo l&#8217;attenzione sul nesso beni-capacit&agrave;. Seguendo il paradigma di A. Sen vediamo che i beni appaiono nella funzione di produzione di capacit&agrave; (che sono libert&agrave; positive). Essi sono dotazioni. In primo luogo sono una dote per il singolo attore. Ma una popolazione di attori variamente dotati si trasforma in una risorsa sociale. Nel senso che il trattamento di questioni collettive della pi&ugrave; diversa natura richiede che gli attori coinvolti possano contare su e valorizzare le loro dotazioni. Tra queste in posizione preminente troviamo alcuni beni privati, materiali e virtuali, per esempio la casa o il capitale sociale individuale. Ma la dotazione di un soggetto &egrave; visibilmente pi&ugrave; ampia, in quanto includer&agrave; anche la fruibilit&agrave; di beni pubblici (beni che producono utilit&agrave; private, ma che sono gestiti da una pubblica autorit&agrave;), e la disponibilit&agrave; di beni comuni (dal linguaggio fino all&#8217;ecosistema). Molti di questi beni sono talmente insiti nel contesto dell&#8217;azione o talmente evidenti nella loro natura di presupposto di ogni agire che spesso l&#8217;attore non ne &egrave; compiutamente consapevole. Come quando utilizziamo un sistema di trasporto pubblico urbano, o apriamo il rubinetto, o ci abituiamo al clima di una citt&agrave;. </p>
<p>In generale sappiamo che il godimento di beni privati &egrave; dipendente dalla disponibilit&agrave; di appropriati beni pubblici. Per esempio, l&#8217;uso dell&#8217;auto privata presuppone un sistema viario e un sistema di controllo del traffico in regia pubblica. Gli alimenti di cui abbiamo bisogno quotidianamente sono tipici beni privati, che per&ograve; incorporano una quota di beni pubblici nella forma di &ldquo;sicurezza alimentare&rdquo;. E cos&igrave; via. Dovremmo abituarci a considerare i diversi beni nelle loro differenze &ndash; in parte intrinseche in parte dipendenti da fattori storici &ndash; ma anche come un continuum in cui le tre dimensioni &ldquo;privato-pubblico-comune&rdquo; sono variamente intrecciate. Il primato assegnato nei processi economici ma anche nell&#8217;ordinamento giuridico alla propriet&agrave; privata ostacola questo modo di vedere pi&ugrave; processuale ed anche realistico. Anche il liberale pi&ugrave; estremo concede che non &egrave; possibile propriet&agrave; privata senza stato di diritto, e questa ammissione in realt&agrave; cela la grande complessit&agrave; dei beni non privati che cos&igrave; vengono evocati.</p>
<p>Qui a noi interessa sottolineare che nelle dotazioni del soggetto entrano sia beni privati, che beni pubblici, che beni comuni. Certamente tra loro vi pu&ograve; essere una certo grado di sostituibilit&agrave;: mi muovo in citt&agrave; con auto privata in assenza di un affidabile sistema di trasporti pubblici. Per contro, se non posso contare su una piena responsabilizzazione di un soggetto privato, posso supplire con modeste dosi di paternalismo pubblico, come quando metto un avviso di pericolo per un gradino. Ma il punto centrale &egrave; che sia per gli individui che per i gruppi sociali &egrave; meglio che le dotazioni conservino un carattere plurale, evitando la riduzione al polo privato. Questa &egrave; una tendenza accentuata nelle nostre societ&agrave;, ma contraddittoria, in quanto i beni privati sempre pi&ugrave; complessi di cui disponiamo richiedono in proporzione una crescita della componente pubblica e comune, come si vede nell&#8217;aumento ipertrofico delle regolazioni per oggetti complessi, oppure nei nessi sempre pi&ugrave; stretti identificati anche normativamente tra merci e ambiente. </p>
<p>&Egrave; anche abbastanza ovvio che la stessa fruibilit&agrave; di beni privati &egrave; dipendente dal patrimonio di beni pubblici e comuni accessibili. Ora proprio questa accessibilit&agrave; o disponibilit&agrave; &egrave; legata a un altro fattore dei processi di capacitazione: i titoli ovvero i diritti. In concreto, per esempio, il diritto alla salute, a un ambiente vivibile, a beni culturali fruibili, alla formazione. Come si suol dire, questi diritti devono essere azionabili, cio&egrave; effettivamente esigibili o almeno deve esistere un percorso giurisdizionale per reclamarli. Una debolezza del nostro sistema istituzionale, e in particolare di quello giudiziario, &egrave; che il loro malfunzionamento rendono incerta questa azionabilit&agrave; o esigibilit&agrave;. Possiamo dire che i titoli sono moltiplicatori dell&#8217;efficacia delle dotazioni nei processi di capacitazione. Vale appena il caso di sottolineare quanto diritti, istituzioni, giurisdizione siano a loro volta beni comuni virtuali e normativi. In ogni caso la reale interazione tra dotazioni e titoli decide sull&#8217;esito dei processi di capacitazione. </p>
<p>Se guardiamo a queste considerazioni nella prospettiva della sussidiariet&agrave;, intesa non tanto come principio costituzionale, quanto come pratica sociale ed istituzionale capacitante, vediamo quanto in essa sia centrale una relazione produttiva tra titoli e dotazioni. Qui l&#8217;argomento di Sen, rivolto in origine al singolo individuo, si amplia a un intero processo socio-istituzionale. Ben inteso, la capacitazione avviene nelle menti dei singoli attori, ma quello che conta &egrave; il risultato aggregato, l&#8217;effetto sotto-prodotto collettivo. </p>
<p>Qui si pu&ograve; parlare di eventuale capacitazione di soggetti plurali, che possono essere gruppi di cittadini associati o invece uffici o agenzie pubbliche. La capacitazione &egrave; un processo di apprendimento in cui si sviluppano skill, competenze anche tacite, si modificano preferenze, e in certa misura muta la visione delle cose. Diventa pi&ugrave; ampia, pi&ugrave; profonda, pi&ugrave; condivisa. Un processo tentato e non sempre riuscito anche nei tanti piani strategici urbani o nei progetti integrati di matrice comunitaria. Come si pu&ograve; notare, la capacitazione cos&igrave; intesa si avvicina molto a pratiche di democrazia deliberativa, o alla voice hirschmaniana. Con questa Hirschman intendeva tutte le forme di argomentazione, protesta, verifica dei poteri sulla base di conoscenze e affermazioni razionali. Voice &egrave; il conflitto delle argomentazioni e delle interpretazioni, proprio di un contesto di democrazia vivace e vissuta in presa diretta.</p>
<p>Si vede dunque che i beni, ma qui soprattutto quelli pubblici e comuni, sono condizioni essenziali anche per le capacitazioni che possono avvenire, come tutti auspichiamo, dentro i processi ispirati alla sussidiariet&agrave;. E qui vale sottolineare che, da un lato, diventando pi&ugrave; capaci, i cittadini riscoprono il ruolo, troppo spesso dimenticato ed emarginato, dei beni pubblici e comuni nelle loro vite. E dall&#8217;altro contribuiscono alla loro riproduzione, che per tanta parte non pu&ograve; essere affidata solo alla mano pubblica. Pi&ugrave; in particolare, nella societ&agrave; della conoscenza cresce il ruolo dei beni comuni cognitivi, mentre nel global change (=globalizzazione+mutamento climatico) l&#8217;attenzione al governo dei beni comuni ambientali diventa strategico. Tutto ci&ograve; si riverbera dentro alla sussidiariet&agrave; come processo, quando sono in gioco sostenibilit&agrave;, vivibilit&agrave;, riduzione di rischi. Ce lo segnalano anche tante recenti rivolte popolari e sindromi nimby. </p>
<p>Vedere la sussidiariet&agrave; come pratica capacitante e in grado di riscoprire e riprodurre beni comuni: non &egrave; male come prospettiva.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2011/02/sui-beni-e-sulle-capacita/">Sui beni e sulle capacità </a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sul ruolo dei beni comuni virtuali</title>
		<link>https://www.labsus.org/2011/01/sul-ruolo-dei-beni-comuni-virtuali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Donolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.labsus.org/2011/01/10/sul-ruolo-dei-beni-comuni-virtuali/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Con ci&#242; sono cresciuti gli artefatti che essa rende progettabili, e quindi nell&#8217;insieme la realt&#224; virtuale &#8211; come &#232; stata chiamata dai guru della rete &#8211; che ci circonda. In essa siamo abituati a vivere e navighiamo a vista tra mondi reali (grosso modo quelli che sembrano avere un riscontro empirico l&#224; fuori) e mondi virtuali (quelli che per cos&#236; dire sono accesi o spenti dalla nostra mente). Ora, i mondi virtuali sono costruiti tutti, direi, con beni comuni. Infatti, i beni virtuali sono essenzialmente beni cognitivi e beni normativi. I primi sono sottoinsiemi di saperi (distinti variamente tra saperi tecnici, pratici, analitici) e di saper fare (a loro volta legati al lavoro umano, alla capacit&#224; di modificare il mondo esterno ed interno, di controllare processi naturali), variamente distribuiti, ma in ogni caso circolanti, per la parte maggiore, liberamente nella comunicazione sociale. I secondi, quelli normativi, sono norme sociali, giuridiche, regole, regolazioni, istituzioni, &#8220;dispositivi&#8221; come li chiamano i sociologi francesi seguendo Foucault. Come si capisce, in parte essi risultano anche involontariamente dal processo sociale stesso (come ci&#242; che viene chiamato capitale sociale), in parte sono progettati deliberatamente, soprattutto nella componente giuridico-formale ed istituzionale. Si deve notare che beni cognitivi e normativi continuamente sono chiamati a cooperare vicendevolmente per rendere possibili sempre nuovi mondi virtuali, che poi sono ancoraggi normativi e cognitivi della mente per muoversi con qualche agilit&#224; in un universo di cose sociali sempre pi&#249; complesso. Servono anche i beni futili Non si deve eccedere, come siamo portati a fare nella nostra societ&#224; tutta utilitaristica e funzionalista, nel credere che tutti questi beni ci siano per risolvere problemi e per renderci la vita pi&#249; facile. Certo, essi sono condizioni di possibilit&#224; della vita sociale, ma tanta parte di essi &#232; futile, in senso positivo in quanto non immediatamente utile, oppure ridondante, oppure anche semplicemente bella. Infatti, non si vive di solo pane (malgrado quanto brillantemente ha illustrato il nostro ministro dell&#8217;economia, quando ha detto che l&#8217;arte non si mette nei panini), e abbiamo bisogno di molti beni derivati dall&#8217;attivit&#224; simbolica, appunto di mondi virtuali. Senza di loro la vita sociale non &#232; possibile o &#232; priva di senso. L&#8217;attivit&#224; simbolica e linguistica &#232; caratterizzata da una semiosi infinita, ovvero dalla produzione ininterrotta di significati e dispositivi. Quello che chiamiamo complessit&#224; &#232; questa semiosi e i suoi esiti, a volte, diciamo pure fastidiosi. Cos&#236; in particolare con riguardo alle norme e alle istituzioni. &#200; duro riconoscere che lacci e laccioli sono indispensabili appunto perch&#233; impongono un &#8220;costo&#8221; al nostro agire, che &#232; quanto dobbiamo alle condizioni di convivenza dalle quali non possiamo prescindere anche nelle nostre azioni pi&#249; idiosincratiche. Beni produttori di societ&#224; Si capisce che questi mondi virtuali sono comuni in quanto co-prodotti preterintenzionalmente (come nel caso delle norme sociali), ma anche in quanto &#8211; se prodotti deliberatamente &#8211; sono pensati per la circolazione e l&#8217;accessibilit&#224; pi&#249; ampia possibile, come si capisce bene nel caso della conoscenza. Si potrebbe dire che questi beni sono potenti produttori di societ&#224;, se e in quanto restano in questo dato di comunalit&#224;. Puntualmente possono essere, secondo regole certe, appropriati per usi e vantaggi privati. Ma con l&#8217;inversione dell&#8217;onere della prova a carico del proprietario che dovrebbe mostrare i vantaggi sociali (non privati) di tale appropriazione. Se non supera questo test l&#8217;appropriazione &#232; indebita e in questo caso particolare si potrebbe anche arrivare a dire che la propriet&#224; &#232; un furto (a danno della collettivit&#224;). Ma per carit&#224;: qui lo dico e qui lo nego! Non voglio offendere la delicata sensibilit&#224; dei nostrani liberal d&#8217;accatto. I beni virtuali sono eminentemente sociali nella genesi. Sono anche presupposti necessariamente condivisi della vita in comune, e questa affermazione diventa sempre pi&#249; vera man mano che si procede lungo la via della societ&#224; della conoscenza e del global change (la globalizzazione accompagnata debitamente dal mutamento climatico). A cosa servono i beni virtuali Qui vogliamo esaminare un uso sociale particolare, ma cruciale, dei beni virtuali (cognitivi e normativi). Un impiego eminentemente riflessivo e quindi prototipico di una societ&#224; della conoscenza. I beni comuni, lo sappiamo tutti e ne abbiamo parlato gi&#224; a lungo in questa sede, sono esposti alla tragedia dei beni comuni. Essa deriva dal fatto che molti beni comuni sono fragili, affidati ad equilibri delicati. Si pensi come sia facile abusare del bene comune fiducia nei rapporti sociali [si veda in proposito il mio testo pubblicato su parolechiave n. 42/29, numero monografico dedicato al tema fiducia]. Per evitare il loro degrado &#232; necessario disporre di, ed attivare risorse cognitive e normative e quindi beni comuni virtuali. Si tratta in primo luogo di un&#8217;attivit&#224; di deliberazione tra gli interessati, poi della definizione di un contratto sociale di base o costituzione, infine di regole specifiche anche dettagliate adeguate alla natura del bene e al tipo di usi cui esso si presta. In generale, la tragedia dei beni comuni pu&#242; essere &#8220;trattata&#8221; e in qualche misura disinnescata se disponiamo di adeguati beni comuni virtuali con i quali possiamo regolare la nostra relazione sociale con tali beni. Ci&#242; vale con particolare evidenza in rapporto ai beni comuni naturali come l&#8217;ecosistema. Ma vale la pena riflettere sul fatto che quando la tragedia (ovvero l&#8217;abuso e la minaccia di degrado) riguarda beni virtuali, abbiamo una specie di terapia omeopatica, in cui beni virtuali curano altri beni virtuali. Succede per&#242; che i beni sono legati in una complessa catena per cui sia le virt&#249; rispettive che i difetti (o danni subiti) si trasmettono da una all&#8217;altro. Cos&#236; possiamo spiegare perch&#233; nelle terre di camorra sia cos&#236; difficile ricostruire una cultura della legalit&#224;. La comunicazione sociale l&#236; &#232; deformata, il capitale sociale consunto o pervertito, le istituzioni deboli e ritenute non affidabili, i dispositivi locali sono bloccati su alternative asociali. E cos&#236; via. Virtuale vuol dire potenziale Ci&#242; &#232; stato ben capito per esempio quando i progetti di sviluppo in contesti difficili non riescono anzi diventano patogeni. Occorre quindi uno sguardo complessivo sulla rete che lega i beni virtuali, sottolineando anche il rapporto cruciale</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2011/01/sul-ruolo-dei-beni-comuni-virtuali/">Sul ruolo dei beni comuni virtuali</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Con ci&ograve; sono cresciuti gli  artefatti che essa rende progettabili, e quindi nell&#8217;insieme la realt&agrave;  virtuale &ndash; come &egrave; stata chiamata dai guru della rete &ndash; che ci circonda.  In essa siamo abituati a vivere e navighiamo a vista tra mondi reali  (grosso modo quelli che sembrano avere un riscontro empirico l&agrave; fuori) e  mondi virtuali (quelli che per cos&igrave; dire sono accesi o spenti dalla  nostra mente). </p>
<p>Ora, i mondi virtuali sono costruiti tutti, direi, con beni comuni. Infatti, i beni virtuali sono essenzialmente beni cognitivi e beni normativi. I primi sono sottoinsiemi di saperi (distinti variamente tra saperi tecnici, pratici, analitici) e di saper fare (a loro volta legati al lavoro umano, alla capacit&agrave; di modificare il mondo esterno ed interno, di controllare processi naturali), variamente distribuiti, ma in ogni caso circolanti, per la parte maggiore, liberamente nella comunicazione sociale. I secondi, quelli normativi, sono norme sociali, giuridiche, regole, regolazioni, istituzioni, &ldquo;dispositivi&rdquo; come li chiamano i sociologi francesi seguendo Foucault. Come si capisce, in parte essi risultano anche involontariamente dal processo sociale stesso (come ci&ograve; che viene chiamato capitale sociale), in parte sono progettati deliberatamente, soprattutto nella componente giuridico-formale ed istituzionale. Si deve notare che beni cognitivi e normativi continuamente sono chiamati a cooperare vicendevolmente per rendere possibili sempre nuovi mondi virtuali, che poi sono ancoraggi normativi e cognitivi della mente per muoversi con qualche agilit&agrave; in un universo di cose sociali sempre pi&ugrave; complesso.<br />
<span class="TITOLETTO_UNO"><br />
Servono anche i beni futili</span></p>
<p>Non si deve eccedere, come siamo portati a fare nella nostra societ&agrave; tutta utilitaristica e funzionalista, nel credere che tutti questi beni ci siano per risolvere problemi e per renderci la vita pi&ugrave; facile. Certo, essi sono condizioni di possibilit&agrave; della vita sociale, ma tanta parte di essi &egrave; futile, in senso positivo in quanto non immediatamente utile, oppure ridondante, oppure anche semplicemente bella. Infatti, non si vive di solo pane (malgrado quanto brillantemente ha illustrato il nostro ministro dell&#8217;economia, quando ha detto che l&#8217;arte non si mette nei panini), e abbiamo bisogno di molti beni derivati dall&#8217;attivit&agrave; simbolica, appunto di mondi virtuali. Senza di loro la vita sociale non &egrave; possibile o &egrave; priva di senso. L&#8217;attivit&agrave; simbolica e linguistica &egrave; caratterizzata da una semiosi infinita, ovvero dalla produzione ininterrotta di significati e dispositivi. Quello che chiamiamo complessit&agrave; &egrave; questa semiosi e i suoi esiti, a volte, diciamo pure fastidiosi. Cos&igrave; in particolare con riguardo alle norme e alle istituzioni. &Egrave; duro riconoscere che lacci e laccioli sono indispensabili appunto perch&eacute; impongono un &ldquo;costo&rdquo; al nostro agire, che &egrave; quanto dobbiamo alle condizioni di convivenza dalle quali non possiamo prescindere anche nelle nostre azioni pi&ugrave; idiosincratiche. </p>
<p>
<span class="TITOLETTO_UNO">Beni produttori di societ&agrave;</span></p>
<p>Si capisce che questi mondi virtuali sono comuni in quanto co-prodotti preterintenzionalmente (come nel caso delle norme sociali), ma anche in quanto &ndash; se prodotti deliberatamente &ndash; sono pensati per la circolazione e l&#8217;accessibilit&agrave; pi&ugrave; ampia possibile, come si capisce bene nel caso della conoscenza. Si potrebbe dire che questi beni sono potenti produttori di societ&agrave;, se e in quanto restano in questo dato di comunalit&agrave;. Puntualmente possono essere, secondo regole certe, appropriati per usi e vantaggi privati. Ma con l&#8217;inversione dell&#8217;onere della prova a carico del proprietario che dovrebbe mostrare i vantaggi sociali (non privati) di tale appropriazione. Se non supera questo test l&#8217;appropriazione &egrave; indebita e in questo caso particolare si potrebbe anche arrivare a dire che la propriet&agrave; &egrave; un furto (a danno della collettivit&agrave;). Ma per carit&agrave;: qui lo dico e qui lo nego! Non voglio offendere la delicata sensibilit&agrave; dei nostrani <em>liberal</em> d&#8217;accatto. <br />
I beni virtuali sono eminentemente sociali nella genesi. Sono anche presupposti necessariamente condivisi della vita in comune, e questa affermazione diventa sempre pi&ugrave; vera man mano che si procede lungo la via della societ&agrave; della conoscenza e del global change (la globalizzazione accompagnata debitamente dal mutamento climatico). </p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">A cosa servono i beni virtuali</span></p>
<p>Qui vogliamo esaminare un uso sociale particolare, ma cruciale, dei beni virtuali (cognitivi e normativi). Un impiego eminentemente riflessivo e quindi prototipico di una societ&agrave; della conoscenza. I beni comuni, lo sappiamo tutti e ne abbiamo parlato gi&agrave; a lungo in questa sede, sono esposti alla tragedia dei beni comuni. Essa deriva dal fatto che molti beni comuni sono fragili, affidati ad equilibri delicati. Si pensi come sia facile abusare del bene comune fiducia nei rapporti sociali [si veda in proposito il mio testo pubblicato su <a href="http://www.carocci.it/caroccifrontend/Controller.do?query=__EXECUTE_VISINFORIVISTE&amp;rivista=17&amp;jscr="><em>parolechiave</em> n. 42/29</a>, numero monografico dedicato al tema fiducia]. Per evitare il loro degrado &egrave; necessario disporre di, ed attivare risorse cognitive e normative e quindi beni comuni virtuali. Si tratta in primo luogo di un&#8217;attivit&agrave; di deliberazione tra gli interessati, poi della definizione di un contratto sociale di base o costituzione, infine di regole specifiche anche dettagliate adeguate alla natura del bene e al tipo di usi cui esso si presta. In generale, la tragedia dei beni comuni pu&ograve; essere &ldquo;trattata&rdquo; e in qualche misura disinnescata se disponiamo di adeguati beni comuni virtuali con i quali possiamo regolare la nostra relazione sociale con tali beni. Ci&ograve; vale con particolare evidenza in rapporto ai beni comuni naturali come l&#8217;ecosistema. Ma vale la pena riflettere sul fatto che quando la tragedia (ovvero l&#8217;abuso e la minaccia di degrado) riguarda beni virtuali, abbiamo una specie di terapia omeopatica, in cui beni virtuali curano altri beni virtuali. Succede per&ograve; che i beni sono legati in una complessa catena per cui sia le virt&ugrave; rispettive che i difetti (o danni subiti) si trasmettono da una all&#8217;altro. Cos&igrave; possiamo spiegare perch&eacute; nelle terre di camorra sia cos&igrave; difficile ricostruire una cultura della legalit&agrave;. La comunicazione sociale l&igrave; &egrave; deformata, il capitale sociale consunto o pervertito, le istituzioni deboli e ritenute non affidabili, i dispositivi locali sono bloccati su alternative asociali. E cos&igrave; via. </p>
<p>
<span class="TITOLETTO_UNO">Virtuale vuol dire potenziale</span></p>
<p>Ci&ograve; &egrave; stato ben capito per esempio quando i progetti di sviluppo in contesti difficili non riescono anzi diventano patogeni. Occorre quindi uno sguardo complessivo sulla rete che lega i beni virtuali, sottolineando anche il rapporto cruciale tra conoscenza e istanze normative. In particolare, per trattare la tragedia, risulter&agrave; sempre decisivo il sapere relativo alla sostenibilit&agrave; di quel bene e l&#8217;evoluzione di regole sociali adeguate e competenti (ci&ograve; &egrave; stato ampiamente mostrato dagli studi di E. Ostrom ormai tradotti anche in italiano). <br />
Tutti ci rapportiamo a beni comuni per vivere socialmente, tutti ne possiamo facilmente abusare, tutti abbiamo bisogno che ci siano beni virtuali disponibili e mobilitabili per trattare le tragedie che noi stessi provochiamo. Come si vede una relazione complessa, e tutt&#8217;altro che banale. I beni virtuali ci aiutano in modo decisivo a governare bene i tutti i beni comuni, se e in quanto noi abbiamo cura e rispetto proprio per il fattore virtuale. Virtuale vuol dire potenziale, ovvero una realt&agrave; che pu&ograve; essere messa in opera in forme diverse, e sempre innovative. La cura dei beni comuni virtuali &egrave; cura dei potenziali sociali di riflessivit&agrave;. Con particolare riguardo al ruolo di tali beni nel loro aiutarci a comportarci meglio con tutti i beni comuni: farne buon uso, specie sostenibile, e adoperarsi in modo intelligente (ma non c&#8217;&egrave; intelligenza senza mondi virtuali accessibili e progettabili) per la loro cura. E si ricordi sempre che norme sociali e giuridiche e istituzioni sono essenzialmente beni comuni virtuali.</p>
<p>
<span class="TITOLETTO_UNO">Il rapporto con la sussidiariet&agrave;</span></p>
<p>Dunque, i beni virtuali sono una parte essenziale dei beni comuni, ed hanno proprio un pregio specifico nell&#8217;essere la risorsa chiave per trattare le tragedie dei beni comuni che si vanno accumulando nella nostra epoca. Tra essi sappiamo che le istituzioni e le forme istituite sono componenti strategiche. Ormai anche la sussidiariet&agrave; &egrave; rientrata nel novero dei principi istituzionali del nostro ordinamento, come in quello comunitario. Quindi &ndash; ma questo lo abbiamo gi&agrave; argomentato in modo pi&ugrave; analitico in un precedente intervento &ndash; la sussidiariet&agrave; &egrave; un bene comune (virtuale). Essa rientra nella classe dei beni normativi, che devono essere riconosciuti come doverosi ed obbliganti dalla mente. In ci&ograve; giocano un ruolo importante risorse cognitive, ma alla radice sempre troviamo una pretesa che fa riferimento a principi costituzionali. &Egrave; rilevante il gioco cooperativo tra saperi e obbedienza intelligente, (l&#8217;espressione &egrave; di R. Conte) cio&egrave; tra conoscenze tecniche e pratiche orientate al problem solving e credenze fondate nella validit&agrave; delle regole da seguire. Il punto che desidero sottolineare, anche perch&eacute; &egrave; davvero cruciale per una corretta nozione dei beni comuni, &egrave; che proprio la sussidiariet&agrave; mostra quanto sia importante la catena che lega gli uni agli altri i beni dentro la loro sconfinata enciclopedia.<br />
Certamente le pratiche di sussidiariet&agrave; sono in grado di attivare una serie di beni comuni virtuali (conoscenze anche tacite, motivazioni, persuasioni, capitale sociale e capacit&agrave; individuali) che restavano allo stato latente nell&#8217;alienante situazione di asimmetria tra amministrazione e cittadino (un punto tante volte chiarito anche da Gregorio Arena). Ma le pratiche di sussidiariet&agrave; rivelano anche l&#8217;altro aspetto, cio&egrave; quanto essa sia dipendente per essere efficace e giusta &ndash; anche in rapporto ai principi costituzionali &ndash; dagli altri beni virtuali di cui ha bisogno per procedere. Nessuna sussidiariet&agrave; senza saperi e buoni motivi per agire, e viceversa. <br />
Abbiamo sottolineato il ruolo dei beni comuni virtuali nel governo di tragedie di beni comuni. Evidenziamo la posizione della sussidiariet&agrave; come principio normativo dentro la catena dei beni comuni, nella loro reciproca complementariet&agrave;. Notiamo le dinamiche che essa pu&ograve; indurre nel patrimonio dei beni comuni (specie nel capitale sociale locale).</p>
<p>
<span class="TITOLETTO_UNO">La tragedia degli <em>anticommons</em></span><em></p>
<p></em>Possiamo concludere per ora che anche la sussidiariet&agrave; &egrave; una risorsa per trattare tragedie, come nel caso del governo di beni culturali e ambientali, e in generale come riattivazione di risorse cognitive e motivazionali che rischiano la tragedia degli anticommons (il rischio che un bene socialmente pregiato non venga valorizzato o resti sottoutilizzato per incapacit&agrave; di governo, come nel caso delle risorse cognitive in Italia). Del resto stiamo appunto vivendo in una societ&agrave; che sta rinunciando al potenziamento del suo patrimonio di beni cognitivi e normativi, e sta degradando verso la sindrome di una tragedia dei beni comuni endemica e pervasiva. Da qui l&#8217;importanza di una collocazione produttiva della sussidiariet&agrave; nel quadro di un processo di recupero di capacitazioni umane, sociali ed istituzionali, di cui abbiamo urgente bisogno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2011/01/sul-ruolo-dei-beni-comuni-virtuali/">Sul ruolo dei beni comuni virtuali</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ancora sulla sussidiarietà  come bene comune</title>
		<link>https://www.labsus.org/2010/12/ancora-sulla-sussidiarieta-come-bene-comune/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Donolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Dec 2010 18:34:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.labsus.org/2010/12/12/ancora-sulla-sussidiarieta-come-bene-comune/</guid>

					<description><![CDATA[<p>&#200; noto che molti aspetti del capitale sociale sono beni comuni, come per esempio la fiducia in quanto risorsa collettiva e in particolare le relazioni fiduciarie con istituzioni e sistemi di regole. Meno spesso le istituzioni sono state viste nell&#8217;ottica dei beni comuni. O perch&#233; le si &#232; poste in una dimensione normativa virtuale, irreale o lontana dal reale, comunque sovraordinata, o perch&#233; viceversa le si &#232; calcolate piuttosto come risorse strumentali per l&#8217;agire autointeressato. In entrambi i casi viene obliterato il loro aspetto socialmente pi&#249; significativo, che &#232; quello di essere presupposto indispensabile e insostituibile dell&#8217;agire sociale. Il ruolo delle istituzioni Le istituzioni a loro volta sono un complesso di elementi eterogenei, non sempre riconducibili a logiche unitarie. Ma ci sono almeno due aspetti da esaminare. In primo luogo, le istituzioni costituiscono e contribuiscono a produrre dispositivi. In secondo luogo, offrono criteri e principi organizzativi per l&#8217;interazione sociale. Come dispositivi l&#8217;attore li coglie solo parzialmente, perch&#233; lui stesso &#232; costruito con dispositivi. Questi sono un insieme di regole, sanzioni, premialit&#224; e statuti, che nella loro totalit&#224; non stanno nella disponibilit&#224; dell&#8217;attore. Dispositivi sono sociologicamente i ruoli sociali, che l&#8217;attore deve interpretare, ma entro limiti ristretti. Ancor pi&#249; quando i singoli ruoli sono organizzati in modo reticolare o gerarchico. L&#8217;agire &#232; preformato dai dispositivi, che peraltro lo rendono possibile. Come principi organizzativi le istituzioni strutturano contesti per l&#8217;azione, definiscono i giochi possibili nei vari ambiti, arene, mercati, assetti e cos&#236; via. La sussidiariet&#224; come bene comune indivisibile La sussidiariet&#224; in questo quadro pu&#242; essere vista da due lati: come principio organizzativo e come pratica generata e inserita in dispositivi. Nel primo caso, essa permette la costruzione di contesti inediti in cui possono interagire, con notevole grado di libert&#224; e di innovazione, istituzioni pubbliche, imprese, organismi di terzo settore, forme di cittadinanza attiva. I principi e poi i criteri che ne derivano per strutturare queste modalit&#224; cooperative ed anche per valutarle si pongono come imperativi in quanto dovuti, ma hanno bisogno di essere creduti per diventare efficaci. Fin qui la sussidiariet&#224; si presenta come una dotazione o forma di capitale istituzionale, che ha carattere di bene comune indivisibile e che come tale &#232; anche esposta ai processi di degrado (non uso, abuso, deviazione, strumentalizzazione retorica) propri dei beni comuni (quella che si chiama la tragedia dei beni comuni, sulla quale torneremo in un prossimo contributo a inizio 211). La credibilit&#224; del principio e quindi gli affidamenti che gli si possono dare dipende da molte altre risorse cognitive e normative del regime politico ed istituzionale. Anche queste circolano come beni comuni, che eventualmente sono attivabili per rafforzare la credibilit&#224; e la fiducia o per eroderle. Ogni bene comune dipende moltissimo dallo stato di salute di tutti gli altri beni comuni. Ed ancor pi&#249; quando, come nel caso del principio di sussidiariet&#224;, esso viene a dipendere da molte altre risorse per potersi tradurre in affidamento degli attori (istituzionali e non) ed ancor pi&#249; in dispositivo. Pratiche sociali e istituzionali Un dispositivo, sociologicamente, &#232; una pratica istituzionale che conforma una pratica sociale. In qualche caso felice, magari vale un po&#8217; anche il contrario. E la sussidiariet&#224; proprio qui appare come un criterio per pratiche istituzionali che possono essere definite solo con il concorso di pratiche sociali. Ma &#232; evidente la relazione ricorsiva, nel senso che queste ultime a loro volta non possono svolgersi senza un chiaro riferimento istituzionale. La sussidiariet&#224; come principio e come pratica presenta un doppio volto, non facilmente coerente e convergente. Il principio segue la logica istituzionale e quindi &#232; anche esposto a tutti i rischi connessi a problemi di lealt&#224;, fiducia, efficacia, credibilit&#224;. La pratica sociale &#232; immersa nelle mille ambivalenze del sociale, del locale, del fenomeno emergente e ancora poco strutturato. A seconda dei casi la pratica sociale o consuma molto capitale sociale, specie locale, o ne riproduce molto. Nel primo caso, contribuisce a indebolire il principio e criterio organizzativo, anche e proprio nella sua credibilit&#224; e nella sua cogenza normativa per le menti degli agenti. Nel secondo, invece, coopera a rafforzarlo proprio in quella validit&#224; che &#232; poi il motore della vita istituzionale. L&#8217;incrocio tra pratiche e principi In sostanza la sussidiariet&#224; &#232; insieme un principio istituzionale e un motivo per agire. In entrambi i ruoli lo possiamo vedere come bene comune in quanto: a. componente del capitale sociale (normativo) disponibile che serve poi a produrre la serie dei beni pubblici indispensabili per generare benessere e stati di libert&#224; e capacitazione; e b. come dispositivo forgiato da pratiche sociali, che continuano a trasformarlo rendendolo sempre pi&#249; operativo. Se tutto va abbastanza bene, alla fine in entrambi i casi abbiamo un fattore di riproduzione di beni comuni quali la fiducia istituzionale, la dotazione di beni pubblici, la coesione sociale, la partecipazione e cos&#236; via. L&#8217;incrocio felice sarebbe tra pratiche ispirate da principi e principi cos&#236; credibili da riuscire ad ispirare pratiche. Una controprova convincente Si pu&#242; fare la controprova: immaginiamo un sistema normativo senza il principio di sussidiariet&#224;. Esso ci apparirebbe pi&#249; povero, pi&#249; rigido, molto avulso dal sociale, quasi ad esso contrapposto, generatore di dispositivi micidiali per il processo sociale, come tante volte &#232; avvenuto in passato ed ancora oggi. Ma immaginiamo un agire sociale senza l&#8217;effetto di orientamento derivante dall&#8217;adesione a principi (di livello costituzionale): si tratterebbe di un sociale selvaggio, con enormi esternalit&#224; negative, antisociale, violento e prevaricatore (come avviene in tanti processi male o poco regolati tipo il traffico urbano). Quindi sia le buone pratiche (sociali) sia l&#8217;effettivit&#224; e il riconoscimento di principi sono capitale sociale che si alimenta di un terreno condiviso di beni comuni e lo rende sostenibile. Il ruolo di mediatore intelligente Essere bene comune, e per cos&#236; dire meritarsi questo statuto, implica essere o diventare fattore cruciale di mutamento istituzionale e quindi poi anche norma sociale condivisa e diffusa; ma significa anche essere un bene fragile e a rischio, esposto alle tragedie proprie dei beni comuni: non uso ed abuso. Sia le istituzioni che le pratiche sociali possono comportarsi molto</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2010/12/ancora-sulla-sussidiarieta-come-bene-comune/">Ancora sulla sussidiarietà  come bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&Egrave; noto che molti aspetti del capitale sociale sono beni comuni, come per esempio la fiducia in quanto risorsa collettiva e in particolare le relazioni fiduciarie con istituzioni e sistemi di regole. <br />
Meno spesso le istituzioni sono state viste nell&rsquo;ottica dei beni comuni. O perch&eacute; le si &egrave; poste in una dimensione normativa virtuale, irreale o lontana dal reale, comunque sovraordinata, o perch&eacute; viceversa le si &egrave; calcolate piuttosto come risorse strumentali per l&rsquo;agire autointeressato. In entrambi i casi viene obliterato il loro aspetto socialmente pi&ugrave; significativo, che &egrave; quello di essere presupposto indispensabile e insostituibile dell&rsquo;agire sociale. </p>
<p>
<span class="TITOLETTO_UNO">Il ruolo delle istituzioni</span></p>
<p>Le istituzioni a loro volta sono un complesso di elementi eterogenei, non sempre riconducibili a logiche unitarie. Ma ci sono almeno due aspetti da esaminare. In primo luogo, le istituzioni costituiscono e contribuiscono a produrre dispositivi. In secondo luogo, offrono criteri e principi organizzativi per l&rsquo;interazione sociale. Come dispositivi l&rsquo;attore li coglie solo parzialmente, perch&eacute; lui stesso &egrave; costruito con dispositivi. Questi sono un insieme di regole, sanzioni, premialit&agrave; e statuti, che nella loro totalit&agrave; non stanno nella disponibilit&agrave; dell&rsquo;attore. Dispositivi sono sociologicamente i ruoli sociali, che l&rsquo;attore deve interpretare, ma entro limiti ristretti. Ancor pi&ugrave; quando i singoli ruoli sono organizzati in modo reticolare o gerarchico. L&rsquo;agire &egrave; preformato dai dispositivi, che peraltro lo rendono possibile. Come principi organizzativi le istituzioni strutturano contesti per l&rsquo;azione, definiscono i giochi possibili nei vari ambiti, arene, mercati, assetti e cos&igrave; via.</p>
<p>
<span class="TITOLETTO_UNO">La sussidiariet&agrave; come bene comune indivisibile</span></p>
<p>La sussidiariet&agrave; in questo quadro pu&ograve; essere vista da due lati: come principio organizzativo e come pratica generata e inserita in dispositivi. Nel primo caso, essa permette la costruzione di contesti inediti in cui possono interagire, con notevole grado di libert&agrave; e di innovazione, istituzioni pubbliche, imprese, organismi di terzo settore, forme di cittadinanza attiva. I principi e poi i criteri che ne derivano per strutturare queste modalit&agrave; cooperative ed anche per valutarle si pongono come imperativi in quanto dovuti, ma hanno bisogno di essere creduti per diventare efficaci. Fin qui la sussidiariet&agrave; si presenta come una dotazione o forma di capitale istituzionale, che ha carattere di bene comune indivisibile e che come tale &egrave; anche esposta ai processi di degrado (non uso, abuso, deviazione, strumentalizzazione retorica) propri dei beni comuni (quella che si chiama la tragedia dei beni comuni, sulla quale torneremo in un prossimo contributo a inizio 211). La credibilit&agrave; del principio e quindi gli affidamenti che gli si possono dare dipende da molte altre risorse cognitive e normative del regime politico ed istituzionale. Anche queste circolano come beni comuni, che eventualmente sono attivabili per rafforzare la credibilit&agrave; e la fiducia o per eroderle. Ogni bene comune dipende moltissimo dallo stato di salute di tutti gli altri beni comuni. Ed ancor pi&ugrave; quando, come nel caso del principio di sussidiariet&agrave;, esso viene a dipendere da molte altre risorse per potersi tradurre in affidamento degli attori (istituzionali e non) ed ancor pi&ugrave; in dispositivo. <br />
<span class="TITOLETTO_UNO"><br />
Pratiche sociali e istituzionali</span></p>
<p>Un dispositivo, sociologicamente, &egrave; una pratica istituzionale che conforma una pratica sociale. In qualche caso felice, magari vale un po&rsquo; anche il contrario. E la sussidiariet&agrave; proprio qui appare come un criterio per pratiche istituzionali che possono essere definite solo con il concorso di pratiche sociali. Ma &egrave; evidente la relazione ricorsiva, nel senso che queste ultime a loro volta non possono svolgersi senza un chiaro riferimento istituzionale. La sussidiariet&agrave; come principio e come pratica presenta un doppio volto, non facilmente coerente e convergente. Il principio segue la logica istituzionale e quindi &egrave; anche esposto a tutti i rischi connessi a problemi di lealt&agrave;, fiducia, efficacia, credibilit&agrave;. La pratica sociale &egrave; immersa nelle mille ambivalenze del sociale, del locale, del fenomeno emergente e ancora poco strutturato. A seconda dei casi la pratica sociale o consuma molto capitale sociale, specie locale, o ne riproduce molto. Nel primo caso, contribuisce a indebolire il principio e criterio organizzativo, anche e proprio nella sua credibilit&agrave; e nella sua cogenza normativa per le menti degli agenti. Nel secondo, invece, coopera a rafforzarlo proprio in quella validit&agrave; che &egrave; poi il motore della vita istituzionale. <br />
<span class="TITOLETTO_UNO"><br />
L&rsquo;incrocio tra pratiche e principi</span></p>
<p>In sostanza la sussidiariet&agrave; &egrave; insieme un principio istituzionale e un motivo per agire. In entrambi i ruoli lo possiamo vedere come bene comune in quanto: a. componente del capitale sociale (normativo) disponibile che serve poi a produrre la serie dei beni pubblici indispensabili per generare benessere e stati di libert&agrave; e capacitazione; e b. come dispositivo forgiato da pratiche sociali, che continuano a trasformarlo rendendolo sempre pi&ugrave; operativo. Se tutto va abbastanza bene, alla fine in entrambi i casi abbiamo un fattore di riproduzione di beni comuni quali la fiducia istituzionale, la dotazione di beni pubblici, la coesione sociale, la partecipazione e cos&igrave; via. L&rsquo;incrocio felice sarebbe tra pratiche ispirate da principi e principi cos&igrave; credibili da riuscire ad ispirare pratiche.  </p>
<p>
<span class="TITOLETTO_UNO">Una controprova convincente</span></p>
<p>Si pu&ograve; fare la controprova: immaginiamo un sistema normativo senza il principio di sussidiariet&agrave;. Esso ci apparirebbe pi&ugrave; povero, pi&ugrave; rigido, molto avulso dal sociale, quasi ad esso contrapposto, generatore di dispositivi micidiali per il processo sociale, come tante volte &egrave; avvenuto in passato ed ancora oggi. Ma immaginiamo un agire sociale senza l&rsquo;effetto di orientamento derivante dall&rsquo;adesione a principi (di livello costituzionale): si tratterebbe di un sociale selvaggio, con enormi esternalit&agrave; negative, antisociale, violento e prevaricatore (come avviene in tanti processi male o poco regolati tipo il traffico urbano). Quindi sia le buone pratiche (sociali) sia l&rsquo;effettivit&agrave; e il riconoscimento di principi sono capitale sociale che si alimenta di un terreno condiviso di beni comuni e lo rende sostenibile.</p>
<p>
<span class="TITOLETTO_UNO">Il ruolo di mediatore intelligente</span></p>
<p>Essere bene comune, e per cos&igrave; dire meritarsi questo statuto, implica essere o diventare fattore cruciale di mutamento istituzionale e quindi poi anche norma sociale condivisa e diffusa; ma significa anche essere un bene fragile e a rischio, esposto alle tragedie proprie dei beni comuni: non uso ed abuso. Sia le istituzioni che le pratiche sociali possono comportarsi molto male. Occorre perci&ograve; discriminare accuratamente tra le pratiche in relazione ai principi cui si ispirano, e valutare le istituzioni in rapporto alla loro capacit&agrave; di contribuire alla riproduzione di beni comuni e alla loro cura. Non si tratta di astrazioni, come superficialmente potrebbe sembrare, perch&eacute; in ogni caso concreto ci&ograve; che colpisce &egrave; proprio o la carenza di questi riferimenti essenziali o il &ldquo;miracolo&rdquo; (in genere frutto di duro lavoro) della germinazione di un bene comune dall&#8217;altro. E nell&#8217;interfaccia tra istituzioni e processi sociali proprio la sussidiariet&agrave; pu&ograve; svolgere il ruolo di mediatore intelligente, rivelando cos&igrave; appieno la sua natura di bene comune che &ndash; da un lato come principio e dall&#8217;altro come pratica &ndash; rende attiva la cittadinanza. </p>
<p><em><br />
* E&rsquo; bene che il lettore prenda conoscenza del <a href="http://www.labsus.org/?index=php&#038;option=com_content&amp;task=view&amp;id=2382&amp;Itemid=4">contributo</a> precedente apparso su Labsus il 16 novembre 21.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2010/12/ancora-sulla-sussidiarieta-come-bene-comune/">Ancora sulla sussidiarietà  come bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sussidiarietà  come bene comune</title>
		<link>https://www.labsus.org/2010/11/sussidiarieta-come-bene-comune/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Donolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 00:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.labsus.org/2010/11/16/sussidiarieta-come-bene-comune/</guid>

					<description><![CDATA[<p>In generale, vale che la sussidiariet&#224; &#232; un principio molto ampio ed anche poco specificato di organizzazione e di divisione del lavoro, che richiede molto affinamento in ogni contesto locale. Molto dipende appunto da come questo &#232; costruito, da quali risorse autonome dispone, della sua storia pregressa di attivazione. Certo la sussidiariet&#224; apporta un suo impulso ai processi locali (nel senso di contesti definiti a un certo livello di competenza). Aiuta a ridefinire le pratiche correnti e sollecita molte innovazioni, rende pensabili molte cose fino allora incredibili. Ma l&#8217;esito resta molto dipendente appunto dai caratteri del contesto. La dipendenza dal contesto pu&#242; essere vista anche in positivo, in quanto trasforma il principio astratto in un criterio pragmatico per un fare socialmente responsabile. Quindi la declinazione &#8220;locale&#8221; &#232; parte integrante dell&#8217;idea di sussidiariet&#224;, come potenziale, ma insieme un suo confinamento. Si tratta di vedere se il principio &#232;/ha una forza sufficiente a smuovere il locale, o se non ne venga fagocitata. La sussidiariet&#224; come principio &#232; norma e criterio deontologico di policy, mentre i processi locali sono sociali in senso forte, e sono perfettamente in grado di stravolgere la sussidiariet&#224;. Anche in seguito ad un assetto istituzionale incompiuto e ridondante in Italia le esperienze fatte finora &#8211; ma siamo alla prima fase di sperimentazione &#8211; mostrano le potenzialit&#224; ma anche i limiti e i limiti stanno sia nell&#8217;astrattezza del criterio sia nella forza dei processi sociali (e istituzionali) locali. Cosa potrebbe facilitare invece un incontro produttivo? La disponibilit&#224; di beni comuni locali e sovralocali. Ovvero la capacit&#224; dei locali di riconoscerli come risorsa ed averne cura. La sussidiariet&#224; infatti evoca, tra i tanti problemi, quello della responsabilit&#224;. La sussidiariet&#224; responsabilizza Come in ogni agire in rete la questione &#232; sempre un po&#8217; aperta, perch&#233; non valgono i criteri di un&#8217;organizzazione chiusa ed autoreferenziale. Le scelte collettive vengono fatte in modo plurale in un processo non sempre trasparente, e quindi chi sar&#224; poi il responsabile degli esiti? E magari dei conseguenti costi sociali? Ora la responsabilit&#224; &#232; propria di un agire competente e questo a sua volta rinvia a capacit&#224; individuali e collettive e a un atteggiamento &#8220;responsabile&#8221; (verso il sistema locale, ma anche in un percorso translocale, oggi necessariamente), che &#232; parte costitutiva del capitale sociale locale. La sussidiariet&#224; responsabilizza, ma per farlo deve contare su punti di appoggio gi&#224; responsabilizzati in qualche misura incipiente. La controprova &#232; che nei contesti molto degradati in cui il senso di responsabilit&#224; collettiva &#232; assente (anche nell&#8217;agire istituzionale) e prevale un accanito opportunismo sia sociale che istituzionale non vi &#232; presa per il principio di responsabilit&#224; e la sussidiariet&#224; facilmente degrada a strumento di potere. Questa dipendenza di sussidiariet&#224; dal suo contesto applicativo pu&#242; essere considerata una debolezza, in quanto il suo successo viene a dipendere da risorse altre. Perfino quelle che essa comunque sollecita potrebbero non bastare per il compito. Si pu&#242; concludere per intanto che gi&#224; in questa prospettiva la sussidiariet&#224; o si colloca compiutamente nell&#8217;universo dei beni comuni con i quali &#8211; come si vede &#8211; ha una scambio intenso o deperisce. La sussidiariet&#224; in senso prosociale Questo passaggio sarebbe facilitato da una concezione meno formale e pi&#249; socializzata di sussidiariet&#224;, che la vede appunto dentro l&#8217;enciclopedia dei beni comuni che costruiscono legami sociali. Se letta invece, come nelle interpretazioni pi&#249; ufficiali, come principio costituzionale che autorizza e pretende la recessione delle funzioni pubbliche e quindi del patrimonio dei beni pubblici a favore di un privato per quanto sociale lo vogliamo pensare, c&#8217;&#232; il rischio che la sussidiariet&#224; come principio venga sterilizzato a regolazione di rapporti interistituzionali e, sul campo, invece come autorizzazione a nuovi mercati. La sussidiariet&#224; in senso prosociale che sto suggerendo &#232; pensabile solo nella prospettiva dei beni comuni, specie di quelli cognitivi, normativi e virtuali di cui abbiamo sempre pi&#249; bisogno. E che essendo i pi&#249; fragili spesso non sappiamo cogliere o sviluppare (su questa classe di beni torner&#242; in un prossimo intervento). Questo ancoraggio rivela lati inediti della sussidiariet&#224; e ne pu&#242; esplicitare molte virt&#249;, pu&#242; anche aiutare a combattere il limite della dipendenza dal contesto. Per praticare la sussidiariet&#224; occorre diventare (pi&#249;) capaci, ma la sussidiariet&#224; come bene comune pu&#242; sollecitare l&#8217;intera enciclopedia dei beni a favore di tale processo emancipativo da dipendenze e cattive abitudini, cos&#236; diffuse nei nostri sistemi locali. Altri due limiti Accenno ad altri due &#8220;limiti&#8221;, sempre per rafforzare la mia argomentazione. La sussidiariet&#224; viene incorporata in sistemi locali che tendono ad autonomizzarsi rispetto all&#8217;ordinamento scalare in cui sono inseriti. Come &#232; noto si parla di livelli di governo, da intendere come alti/bassi, centrali/periferici, e cos&#236; via. Nel sistema di sussidiariet&#224; le relazioni tra livelli non sono pi&#249; (direttamente) gerarchiche, ma restano molte dipendenze, in primo luogo fiscali, e poi incide sempre pi&#249; la scala dei processi e delle materie. Ogni livello pensa che vi sia un&#8217;ontologia degli oggetti e dei processi decisionali appropriata a s&#233; stesso, in quanto distinta dal resto. Vorrebbe autonomia e pretende appunto un certo grado di indipendenza, distacco e perfino separazione dal resto. Le tendenze attuali al localismo rafforzano questa inclinazione, che sabota il principio di responsabilit&#224; e rende complicata la divisione del lavoro tra livelli. I problemi di trasversalit&#224; decisionale tra livelli e spesso anche su pi&#249; scale sono all&#8217;ordine del giorno. Ancora una volta: se la sussidiariet&#224; &#232; in grado di sollecitare il capitale sociale locale essa aiuta a identificare le forme e i modi della cooperazione interistituzionale evitando l&#8217;isolazionismo a riccio, ricordando che le materie sociali sono fluide, pervasive, non confinabili se non puntualmente. Si pensi al rischio di trattare le questioni ambientali con una Salami-taktik, dando a ciascuno il suo ma togliendo il tutto, cio&#232; l&#8217;ecosistema a tutti. In questa prospettiva la sussidiariet&#224; &#232; un criterio potente se, con l&#8217;aiuto di tutti gli altri beni comuni, aiuta a decostruire ogni -ismo: localismo, individualismo, privatismo, secessionismo. Sussidiariet&#224; e altri principi costituzionale Un secondo problema concerne il modo in cui la sussidiariet&#224; come principio &#232; tenuto a cooperare con altri principi di livello</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2010/11/sussidiarieta-come-bene-comune/">Sussidiarietà  come bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In generale, vale che la sussidiariet&agrave; &egrave; un principio molto ampio ed anche poco specificato di organizzazione e di divisione del lavoro, che richiede molto affinamento in ogni contesto locale. Molto dipende appunto da come questo &egrave; costruito, da quali risorse autonome dispone, della sua storia pregressa di attivazione. Certo la  sussidiariet&agrave; apporta un suo impulso ai processi locali (nel senso di contesti definiti a un certo livello di competenza). Aiuta a ridefinire le pratiche correnti e sollecita molte innovazioni, rende pensabili molte cose fino allora incredibili. Ma l&#8217;esito resta molto dipendente appunto dai caratteri del contesto. La dipendenza dal contesto pu&ograve; essere vista anche in positivo, in quanto trasforma il principio astratto in un criterio pragmatico per un fare socialmente responsabile. <br />
Quindi la declinazione &ldquo;locale&rdquo; &egrave; parte integrante dell&#8217;idea di  sussidiariet&agrave;, come potenziale, ma insieme un suo confinamento. Si tratta di vedere se il principio &egrave;/ha una forza sufficiente a smuovere il locale, o se non ne venga fagocitata. La  sussidiariet&agrave; come principio &egrave; norma e criterio deontologico di policy, mentre i processi locali sono sociali in senso forte, e sono perfettamente in grado di stravolgere la  sussidiariet&agrave;. Anche in seguito ad un assetto istituzionale incompiuto e ridondante in Italia le esperienze fatte finora &ndash; ma siamo alla prima fase di sperimentazione &ndash; mostrano le potenzialit&agrave; ma anche i limiti e i limiti stanno sia nell&#8217;astrattezza del criterio sia nella forza dei processi sociali (e istituzionali) locali. Cosa potrebbe facilitare invece un incontro produttivo? La disponibilit&agrave; di beni comuni locali e sovralocali. Ovvero la capacit&agrave; dei locali di riconoscerli come risorsa ed averne cura. La  sussidiariet&agrave; infatti evoca, tra i tanti problemi, quello della responsabilit&agrave;. </p>
<p>
<span class="TITOLETTO_UNO">La sussidiariet&agrave; responsabilizza</span></p>
<p>Come in ogni agire in rete la questione &egrave; sempre un po&#8217; aperta, perch&eacute; non valgono i criteri di un&#8217;organizzazione chiusa ed autoreferenziale. Le scelte collettive vengono fatte in modo plurale in un processo non sempre trasparente, e quindi chi sar&agrave; poi il responsabile degli esiti? E magari dei conseguenti costi sociali?  Ora la responsabilit&agrave; &egrave; propria di un agire competente e questo a sua volta rinvia a capacit&agrave; individuali e collettive e a un atteggiamento &ldquo;responsabile&rdquo; (verso il sistema locale, ma anche in un percorso translocale, oggi necessariamente), che &egrave; parte costitutiva del capitale sociale locale. <br />
La  sussidiariet&agrave; responsabilizza, ma per farlo deve contare su punti di appoggio gi&agrave; responsabilizzati in qualche misura incipiente. La controprova &egrave; che nei contesti molto degradati in cui il senso di responsabilit&agrave; collettiva &egrave; assente (anche nell&#8217;agire istituzionale) e prevale un accanito opportunismo sia sociale che istituzionale non vi &egrave; presa per il principio di responsabilit&agrave; e la sussidiariet&agrave; facilmente degrada a strumento di potere. Questa dipendenza di  sussidiariet&agrave; dal suo contesto applicativo pu&ograve; essere considerata una debolezza, in quanto il suo successo viene a dipendere da risorse altre. Perfino quelle che essa comunque sollecita potrebbero non bastare per il compito. Si pu&ograve; concludere per intanto che gi&agrave; in questa prospettiva la  sussidiariet&agrave; o si colloca compiutamente nell&#8217;universo dei beni comuni con i quali &ndash; come si vede &#8211; ha una scambio intenso o deperisce. </p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">La sussidiariet&agrave; in senso prosociale</span></p>
<p>Questo passaggio sarebbe facilitato da una concezione meno formale e pi&ugrave; socializzata di  sussidiariet&agrave;, che la vede appunto dentro l&#8217;enciclopedia dei beni comuni che costruiscono legami sociali. Se letta invece, come nelle interpretazioni pi&ugrave; ufficiali, come principio costituzionale che autorizza e pretende la recessione delle funzioni pubbliche e quindi del patrimonio dei beni pubblici a favore di un privato per quanto sociale lo vogliamo pensare, c&#8217;&egrave; il rischio che la  sussidiariet&agrave; come principio venga sterilizzato a regolazione di rapporti interistituzionali e, sul campo, invece come autorizzazione a nuovi mercati. La  sussidiariet&agrave; in senso prosociale che sto suggerendo &egrave; pensabile solo nella prospettiva dei beni comuni, specie di quelli cognitivi, normativi e virtuali di cui abbiamo sempre pi&ugrave; bisogno. E che essendo i pi&ugrave; fragili spesso non sappiamo cogliere o sviluppare (su questa classe di beni torner&ograve; in un prossimo intervento). Questo ancoraggio rivela lati inediti della  sussidiariet&agrave; e ne pu&ograve; esplicitare molte virt&ugrave;, pu&ograve; anche aiutare a combattere il limite della dipendenza dal contesto. Per praticare la  sussidiariet&agrave; occorre diventare (pi&ugrave;) capaci, ma la  sussidiariet&agrave; come bene comune pu&ograve; sollecitare l&#8217;intera enciclopedia dei beni a favore di tale processo emancipativo da dipendenze e cattive abitudini, cos&igrave; diffuse nei nostri sistemi locali.</p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">Altri due limiti</span></p>
<p>Accenno ad altri due &ldquo;limiti&rdquo;, sempre per rafforzare la mia argomentazione. La  sussidiariet&agrave; viene incorporata in sistemi locali che tendono ad autonomizzarsi rispetto all&#8217;ordinamento scalare in cui sono inseriti. Come &egrave; noto si parla di livelli di governo, da intendere come alti/bassi, centrali/periferici, e cos&igrave; via. Nel sistema di  sussidiariet&agrave; le relazioni tra livelli non sono pi&ugrave; (direttamente) gerarchiche, ma restano molte dipendenze, in primo luogo fiscali, e poi incide sempre pi&ugrave; la scala dei processi e delle materie. Ogni livello pensa che vi sia un&#8217;ontologia degli oggetti e dei processi decisionali appropriata a s&eacute; stesso, in quanto distinta dal resto. Vorrebbe autonomia e pretende appunto un certo grado di indipendenza, distacco e perfino separazione dal resto. Le tendenze attuali al localismo rafforzano questa inclinazione, che sabota il principio di responsabilit&agrave; e rende complicata la divisione del lavoro tra livelli. I problemi di trasversalit&agrave; decisionale tra livelli e spesso anche su pi&ugrave; scale sono all&#8217;ordine del giorno. Ancora una volta: se la sussidiariet&agrave; &egrave; in grado di sollecitare il capitale sociale locale essa aiuta a identificare le forme e i modi della cooperazione interistituzionale evitando l&#8217;isolazionismo a riccio, ricordando che le materie sociali sono fluide, pervasive, non confinabili se non puntualmente. Si pensi al rischio di trattare le questioni ambientali con una Salami-taktik,  dando a ciascuno il suo ma togliendo il tutto, cio&egrave; l&#8217;ecosistema a tutti. In questa prospettiva la  sussidiariet&agrave; &egrave; un criterio potente se, con l&#8217;aiuto di tutti gli altri beni comuni, aiuta a decostruire ogni -ismo: localismo, individualismo, privatismo, secessionismo.</p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">Sussidiariet&agrave; e altri principi costituzionale</span></p>
<p>Un secondo problema concerne il modo in cui la  sussidiariet&agrave; come principio &egrave; tenuto a cooperare con altri principi di livello costituzionale. Solo la piena rispondenza delle pratiche ispirate dalla  sussidiariet&agrave; a tali principi &egrave; in grado di fornire una legittimazione, che non si limiti al suo riconoscimento come principio di organizzazione dell&#8217;azione pubblica. Sappiamo che anche nelle pratiche di  sussidiariet&agrave; pi&ugrave; minute in verit&agrave; si discute di principi, regole, standard. E che sempre &ndash; come hanno mostrato bene i lavori di L. Boltansky &#8211; ha luogo, specie in presenza di conflitti, una salita verso il generale e l&#8217;universalizzabile. In questi passaggi i principi costituzionali offrono un appiglio sicuro. Ma il lavoro ermeneutico, la discussione pubblica seguita da deliberazione, &egrave; difficile e oscura. Anche qui se cittadini o organizzazioni del III settore o esponenti istituzionali sono competenti, tale percorso &egrave; praticabile e diventa anche produttivo. Sappiamo da tanti esempi recenti, come nel caso estremo dei rifiuti in Campania, che quel percorso spesso non &egrave; neppure iniziato e comunque ha molti avversari. Ma il raccordo con i principi costituzionali serve anche ad evitare che uno di essi prenda il sopravvento, e in questo anche la  sussidiariet&agrave; deve essere capace di darsi limiti, da ricercare volta per volta, in modo pragmatico e in un processo esplorativo di potenziali. La  sussidiariet&agrave; &egrave; una modalit&agrave; di contemperamento tra pretese legittime e, in questo senso, &egrave; il trattamento di questioni conflittuali secondo criteri condivisi di giustizia. Dietro i principi costituzionali di riferimento si intravvedono beni comuni all&#8217;opera: nelle menti e nelle mani degli attori, nei contesti, negli ordinamenti, nelle &ldquo;regole del gioco&rdquo;. La  sussidiariet&agrave; evoca tutto un mondo normativo &ndash; anche in questa relazione con beni costituzionali &ndash; che l&#8217;accompagna e la rafforza. Se prende sul serio le parole responsabilit&agrave;, livello, principio. Non pu&ograve; che far bene alla sua salute. <em></p>
<p>(La seconda parte di questo intervento sar&agrave; dedicata allo status di bene comune della sussidiariet&agrave;)</em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2010/11/sussidiarieta-come-bene-comune/">Sussidiarietà  come bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Sul capitale sociale come bene comune</title>
		<link>https://www.labsus.org/2010/10/sul-capitale-sociale-come-bene-comune/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Donolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Oct 2010 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.labsus.org/2010/10/05/sul-capitale-sociale-come-bene-comune/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il discorso sul capitale sociale &#8211; nel suo essere risorsa per l&#8217;azione privata e per quella collettiva ed istituzionale &#8211; &#232; il seguente (ci riferiamo a contesti locali, perch&#233; i pi&#249; adatti a rilevarne le funzioni, senza escludere che possa esistere un capitale sociale globale). Nelle societ&#224; locali, che si sono andate consolidando spesso nel corso di una lunga storia, sono presenti potenziali di sviluppo. Si tratta, nell&#8217;ordine, di: &#62; beni comuni ambientali, l&#8217;insieme dell&#8217;ecosistema antropizzato di cui la societ&#224; locale &#232; parte; &#62; capacit&#224; umane nella forma di esperienze, linguaggi, skills, professionalit&#224; ed etiche di ruolo, capacit&#224; di relazione sociale; &#62; caratteri collettivi, in quanto non riducibili a tratti individuali, quali la disponibilit&#224; al rischio, il contare sulle proprie forze, la capacit&#224; di creare coalizioni anche con forze all&#8217;esterno della societ&#224; locale, codici di condotta collettivamente condivisi, relazioni fiduciarie, &#8220;tessuto sociale&#8221; come forma di coesione ed integrazione, in genere a partire dalla famiglia ma che pu&#242; estendersi anche molto lontano. Un aspetto importante di questi caratteri collettivi &#232; la condivisione di norme morali e comportamentali (dai criteri di onest&#224; alla buona educazione, dal rispetto delle leggi al rifiuto di farsi giustizia da s&#233;), perch&#233; questa componente costituisce un&#8217;infrastruttura morale coesiva che d&#224; il tono a tutta la vita sociale. Per evitare reificazioni, si deve anche sottolineare che molti di questi beni o tratti hanno un&#8217;esistenza quasi virtuale, cio&#232; li si &#8220;vede&#8221; solo nei casi critici, mentre normalmente fanno parte delle ovviet&#224; quotidiane e sfuggono spesso alla stessa consapevolezza degli attori. Il loro insieme costituisce il senso comune locale, articolato in diverse culture di appartenenza (per gruppi di et&#224;, professioni, settori economici, quartieri&#8230;), che in et&#224; moderna sono soprattutto culture di organizzazione (d&#8217;impresa, di partito, di amministrazione pubblica&#8230;). Nella crescita i beni diventano capitale L&#8217;aspetto pi&#249; critico di tutto questo patrimonio &#232; il seguente: questi beni (come capacit&#224; individuali o come tratti collettivi) sono potenziali, che si realizzano e si manifestano solo nelle opere, individuali o collettive, cio&#232; nei prodotti del lavoro e dell&#8217;interazione sociale. E&#8217; da questi risultati, che risalendo indietro noi identifichiamo quei caratteri o qualit&#224; come beni (o anche mali, in dipendenza dalla loro natura: per esempio la fedelt&#224; a un partito pu&#242; spingersi fino alla faziosit&#224; ostile e violenta, l&#8217;identificazione con un gruppo pu&#242; far accettare forme di omert&#224;, il senso comune locale pu&#242; &#8220;legittimare&#8221; pratiche illegali, ecc.). Ora, nelle societ&#224; locali vi &#232; sempre stato mutamento, anche prima che l&#8217;economia e la tecnologia moderne agissero come forze di trasformazione e di accelerazione del tempo storico. Ma solo dentro la crescita quei beni assumono lo status di capitale, cio&#232; di bene da valorizzare e che valorizza altri beni in un processo di produzione di valori di scambio. Quando parliamo di quei beni come capitale sociale intendiamo dire che essi ormai stanno dentro un processo di crescita e vengono valutati in base al loro contributo alla crescita stessa. La crescita &#8211; per darne una definizione non tecnica ma pertinente al nostro contesto &#8211; &#232; l&#8217;insieme di quei mutamenti economici e sociali che misuriamo in termini di aumento percentuale del PIL annuo, di crescita dell&#8217;occupazione o di mutamenti nella composizione nella forza lavoro, in termini di aumento del benessere materiale e quindi del reddito pro capite. Nella crescita, o accumulazione, si ha formazione di mercati, scambi di merci, primato del denaro come mezzo di scambio, lavoro inteso come produzione di merci e di valori monetari. Utili, utilizzabili, trasformabili Il punto importante &#232; che nella crescita colpiscono due fenomeni correlati: 1. Squilibri ed esternalit&#224;, 2. Trasformazione dei beni (di ogni genere e natura) in merci. Si tratta proprio degli aspetti pi&#249; rilevanti per un discorso e per una strategia del capitale sociale. Infatti, squilibri ed esternalit&#224; &#8211; in sostanza impatti differenziali e trasformazioni irreversibili &#8211; richiedono la mobilitazione delle capacit&#224; locali per far fronte ai punti critici. In genere tale mobilitazione &#232; possibile solo con l&#8217;intervento del &#8220;centro&#8221; (lo stato-nazione moderno) che opera con mezzi generalizzati e astratti quali la legge e il denaro (fiscalit&#224;). Quando questi mezzi incontrano le dotazioni e le capacit&#224; locali, le trasformano, perch&#233; essi sono oggetto di governo e di amministrazione e devono adattarsi alle regole di un gioco diverso da quello in cui erano tradizionalmente inserite. La trasformazione consiste nel considerarle risorse cui attingere &#8211; o eventualmente anche da distruggere, come &#232; avvenuto nei casi di industrializzazione forzata dall&#8217;alto con le cattedrali nel deserto. Esse interessano in quanto sono utili, utilizzabili, trasformabili. Questo impatto &#8211; descritto spesso in sociologia come colonizzazione dei mondi vitali &#8211; &#232; potenziato da una trasformazione parallela, quella dei beni in capitale e in merce. La crescita, come &#232; stata spesso descritta dall&#8217;economia, opera uno scambio tra beni &#8220;gratuiti&#8221;, fuori mercato, e beni scambiati sul mercato, sia nel senso di trasformare beni in merci, sia nel senso di sostituire merci a beni. Tali scambi sono accettati e percepiti come benefici perfino dalla popolazione sfruttata o finora esclusa, in quanto promessa di un miglioramento progressivo del livello di benessere. E&#8217; quanto si constata nei paesi &#8220;in via di sviluppo&#8221; nei quali &#232; in corso una crescita molto forte, si pensi all&#8217;India e alla Cina. Non solo capitale, ma bene condiviso Vediamo allora che l&#8217;insieme dei beni raccolti sotto l&#8217;etichetta &#8220;capitale sociale&#8221; appare in due forme: come patrimonio, specialmente di una societ&#224; locale, e come capitale sociale. Nel primo caso esso &#232; un bene comune e aiuta la produzione dei beni pubblici indispensabili. Nel secondo caso, a rigore, &#232; piuttosto una risorsa nel processo economico di crescita del sistema locale. Sfumature, certo, ma rilevanti per ogni discorso sui beni comuni, che insiste appunto sulla differenza tra cose sociali che appaiono simili. Perch&#233; diversa &#232; la funzione e quindi lo sono anche gli esiti. Per chiarire ancora questo punto: parliamo di capitale sociale quando quei beni (capacit&#224;, dotazioni, ecosistemi&#8230;) sono coinvolti in un processo di valorizzazione e di crescita. E&#8217; evidente che con questo slittamento semantico lo statuto di tali beni cambia, in quanto d&#8217;ora in poi sottoposti al test della</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2010/10/sul-capitale-sociale-come-bene-comune/">Sul capitale sociale come bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il discorso sul capitale sociale &ndash; nel suo essere risorsa per l&#8217;azione privata e per quella collettiva ed istituzionale &#8211; &egrave; il seguente (ci riferiamo a contesti locali, perch&eacute; i pi&ugrave; adatti a rilevarne le funzioni, senza escludere che possa esistere un capitale sociale globale).</p>
<p>Nelle societ&agrave; locali, che si sono andate consolidando spesso nel corso di una lunga storia, sono presenti potenziali di sviluppo. Si tratta, nell&rsquo;ordine, di: &gt; beni comuni ambientali, l&rsquo;insieme dell&rsquo;ecosistema antropizzato di cui la societ&agrave; locale &egrave; parte; &gt; capacit&agrave; umane nella forma di esperienze, linguaggi, <em>skills</em>, professionalit&agrave; ed etiche di ruolo, capacit&agrave; di relazione sociale; &gt; caratteri collettivi, in quanto non riducibili a tratti individuali, quali la disponibilit&agrave; al rischio, il contare sulle proprie forze, la capacit&agrave; di creare coalizioni anche con forze all&rsquo;esterno della societ&agrave; locale, codici di condotta collettivamente condivisi, relazioni fiduciarie, &ldquo;tessuto sociale&rdquo; come forma di coesione ed integrazione, in genere a partire dalla famiglia ma che pu&ograve; estendersi anche molto lontano. Un aspetto importante di questi caratteri collettivi &egrave; la condivisione di norme morali e comportamentali (dai criteri di onest&agrave; alla buona educazione, dal rispetto delle leggi al rifiuto di farsi giustizia da s&eacute;), perch&eacute; questa componente costituisce un&rsquo;infrastruttura morale coesiva che d&agrave; il tono a tutta la vita sociale. Per evitare reificazioni, si deve anche sottolineare che molti di questi beni o tratti hanno un&rsquo;esistenza quasi virtuale, cio&egrave; li si &ldquo;vede&rdquo; solo nei casi critici, mentre normalmente fanno parte delle ovviet&agrave; quotidiane e sfuggono spesso alla stessa consapevolezza degli attori. Il loro insieme costituisce il senso comune locale, articolato in diverse culture di appartenenza (per gruppi di et&agrave;, professioni, settori economici, quartieri&hellip;), che in et&agrave; moderna sono soprattutto culture di organizzazione (d&rsquo;impresa, di partito, di amministrazione pubblica&hellip;).</p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO"><br />
Nella crescita </span><span class="TITOLETTO_UNO">i beni diventano capitale</span></p>
<p>L&rsquo;aspetto pi&ugrave; critico di tutto questo patrimonio &egrave; il seguente: questi beni (come capacit&agrave; individuali o come tratti collettivi) sono potenziali, che si realizzano e si manifestano solo nelle opere, individuali o collettive, cio&egrave; nei prodotti del lavoro e dell&rsquo;interazione sociale. E&rsquo; da questi risultati, che risalendo indietro noi identifichiamo quei caratteri o qualit&agrave; come beni (o anche  mali, in dipendenza dalla loro natura: per esempio la fedelt&agrave; a un partito pu&ograve; spingersi fino alla faziosit&agrave; ostile e violenta, l&rsquo;identificazione con un gruppo pu&ograve; far accettare forme di omert&agrave;, il senso comune locale pu&ograve; &ldquo;legittimare&rdquo; pratiche illegali, ecc.). Ora, nelle societ&agrave; locali vi &egrave; sempre stato mutamento, anche prima che l&rsquo;economia e la tecnologia moderne agissero come forze di trasformazione e di accelerazione del tempo storico. Ma solo dentro la crescita quei beni assumono lo status di capitale, cio&egrave; di bene da valorizzare e che valorizza altri beni in un processo di produzione di valori di scambio. Quando parliamo di quei beni come capitale sociale intendiamo dire che essi ormai stanno dentro un processo di crescita e vengono valutati in base al loro contributo alla crescita stessa. La crescita &ndash; per darne una definizione non tecnica ma pertinente al nostro contesto &ndash; &egrave; l&rsquo;insieme di quei mutamenti economici e sociali che misuriamo in termini di aumento percentuale del PIL annuo, di crescita dell&rsquo;occupazione o di mutamenti nella composizione nella forza lavoro, in termini di aumento del benessere materiale e quindi del reddito pro capite. Nella crescita, o accumulazione, si ha formazione di mercati, scambi di merci, primato del denaro come mezzo di scambio, lavoro inteso come produzione di merci e di valori monetari. </p>
<p>
<span class="TITOLETTO_UNO">Utili, utilizzabili, trasformabili</span></p>
<p>Il punto importante &egrave; che nella crescita colpiscono due fenomeni correlati:  1. Squilibri ed esternalit&agrave;, 2. Trasformazione dei beni (di ogni genere e natura) in merci. Si tratta proprio degli aspetti pi&ugrave; rilevanti per un discorso e per una strategia del capitale sociale. Infatti, squilibri ed esternalit&agrave; &ndash; in sostanza impatti differenziali e trasformazioni irreversibili &ndash; richiedono la mobilitazione delle capacit&agrave; locali per far fronte ai punti critici. In genere tale mobilitazione &egrave; possibile solo con l&rsquo;intervento del &ldquo;centro&rdquo; (lo stato-nazione moderno) che opera con mezzi generalizzati e astratti quali la legge e il denaro (fiscalit&agrave;). Quando questi mezzi incontrano le dotazioni e le capacit&agrave; locali, le trasformano, perch&eacute; essi sono oggetto di governo e di amministrazione e devono adattarsi alle regole di un gioco diverso da quello in cui erano tradizionalmente inserite. La trasformazione consiste nel considerarle risorse cui attingere &ndash; o eventualmente anche da distruggere, come &egrave; avvenuto nei casi di industrializzazione forzata dall&rsquo;alto con le cattedrali nel deserto. Esse interessano in quanto sono utili, utilizzabili, trasformabili. Questo impatto &ndash; descritto spesso in sociologia come colonizzazione dei mondi vitali &#8211;  &egrave; potenziato da una trasformazione parallela, quella dei beni in capitale e in merce. La crescita, come &egrave; stata spesso descritta dall&rsquo;economia, opera uno scambio tra beni &ldquo;gratuiti&rdquo;, fuori mercato, e beni scambiati sul mercato, sia nel senso di trasformare beni in merci, sia nel senso di sostituire merci a beni. Tali scambi sono accettati e percepiti come benefici perfino dalla popolazione sfruttata o finora esclusa, in quanto promessa di un miglioramento progressivo del livello di benessere. E&rsquo; quanto si constata nei paesi &ldquo;in via di sviluppo&rdquo; nei quali &egrave; in corso una crescita molto forte, si pensi all&rsquo;India e alla Cina.</p>
<p>
<span class="TITOLETTO_UNO">Non solo capitale, ma bene condiviso</span></p>
<p>Vediamo allora che l&#8217;insieme dei beni raccolti sotto l&#8217;etichetta &ldquo;capitale sociale&rdquo; appare in due forme: come patrimonio, specialmente di una societ&agrave; locale, e come capitale sociale. Nel primo caso esso &egrave; un bene comune e aiuta la produzione dei beni pubblici indispensabili. Nel secondo caso, a rigore, &egrave; piuttosto una risorsa nel processo economico di crescita del sistema locale. Sfumature, certo, ma rilevanti per ogni discorso sui beni comuni, che insiste appunto sulla differenza tra cose sociali che appaiono simili. Perch&eacute; diversa &egrave; la funzione e quindi lo sono anche gli esiti. <br />
Per chiarire ancora questo punto: parliamo di capitale sociale quando quei beni (capacit&agrave;, dotazioni, ecosistemi&hellip;) sono coinvolti in un processo di valorizzazione e di crescita. E&rsquo; evidente che con questo slittamento semantico lo statuto di tali beni cambia, in quanto d&rsquo;ora in poi sottoposti al test della possibile valorizzazione sul mercato. E&rsquo; ben noto l&rsquo;argomento di senso comune che dice &ldquo;che ce ne facciamo delle bellezze naturali se non producono reddito (lavoro, rendite&hellip;)&rdquo;. <br />
Pi&ugrave; precisamente: parliamo di capitale sociale quando siamo consapevoli che &egrave; in corso tale trasformazione e ci chiediamo se il processo &egrave; sostenibile, se &egrave; &ldquo;giusto&rdquo; in termini di coesione sociale, se esso pone problemi di <em>governance</em> diversi dal puro affidarsi a processi anonimi come il mercato, se non richieda un supplemento di &ldquo;voce&rdquo;, cio&egrave; di capacit&agrave; riflessiva e di deliberazione razionale.  Accettando la terminologia che fa scomparire sotto i nostri occhi proprio i beni cui attribuiamo valore intrinseco (si tratti di un panorama o di una virt&ugrave; individuale), accettiamo la sfida di porsi in atteggiamento riflessivo, quindi di apprendimento possibile, di correzioni eventuali, di <em>governance</em> praticabile per garantire che il patrimonio di beni collettivo non sia solo capitale in una funzione di produzione, ma bene condiviso per la capacitazione di tutti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2010/10/sul-capitale-sociale-come-bene-comune/">Sul capitale sociale come bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Fenomenologia dei beni comuni</title>
		<link>https://www.labsus.org/2010/08/fenomenologia-dei-beni-comuni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Donolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Aug 2010 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.labsus.org/2010/08/23/fenomenologia-dei-beni-comuni/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il clima Viviamo in un&#8217;epoca di mutamenti climatici. In attesa dell&#8217;imminente nuovo rapporto dell&#8217;Intergovernmental Panel on Climate Change, l&#8217;opinione pubblica &#232; allertata da tempo sul fatto che sembra essere in corso un mutamento che comporta molti rischi. Tale mutamento se non causato, certamente &#232; accelerato dalle pressioni umane sull&#8217;ambiente, specie dai consumi energetici basati sul petrolio. Prendiamo il clima come cosa data, e sappiamo che il genere umano si adatta a una grande variet&#224; di situazioni. Il clima come fatto locale e globale &#232; un bene comune in quanto necessariamente condiviso. Esso inoltre per lo pi&#249; &#232; anche un fattore che condiziona e caratterizza gli insediamenti umani e le attivit&#224; economiche possibili. Sui mutamenti climatici di lungo periodo antecedenti ovviamente l&#8217;uomo non poteva farci niente. Su quello attuale invece la situazione &#232; diversa: da un lato perch&#233; la pressione umana sull&#8217;ambiente &#232; almeno una concausa. E in secondo luogo perch&#233; saremmo in grado di intervenire attivamente, almeno per evitare alcune conseguenze dannose o addirittura per facilitare il ritorno a un&#8217;evoluzione meno squilibrata e per noi rischiosa. Il clima come dato ambientale &#232; un presupposto tacito, per lo pi&#249; non si va oltre un&#8217;occhiata al meteo. Le attivit&#224; umane sono adattate al clima, specie quelle che pi&#249; ne dipendono come l&#8217;agricoltura e il turismo. Le piccole oscillazioni non ci preoccupano, anzi fanno parte della definizione pratica di clima. Condividiamo il clima ed anche il suo mutamento. Esso, prodotto da una miriade dispersa di fonti inquinanti, &#232; uno stato aggregato globale, che si manifesta in modo differenziato regionalmente: qui pi&#249; come desertificazione, l&#224; pi&#249; come innalzamento del livello del mare, altrove ancora come fenomeni meteo di inusitata violenza. Condividiamo il clima come bene ed anche come male, quando il suo mutamento produce danni anche irreversibili. Il clima dipende almeno in parte dall&#8217;uomo oggi: ecco allora che un bene comune globale naturale si trasforma in un &#8220;male&#8221; (problema) necessariamente condiviso, e derivato dall&#8217;interferenza non calcolata tra processi naturali e tecnologia (artificio e intelligenza) umana. Da qui il discorso di una responsabilit&#224; dell&#8217;uomo verso il clima che ha alterato. L&#8217;uomo ha abusato delle capacit&#224; di assorbimento (si potrebbe dire: sopportazione) di quel sistema ipercomplesso che &#232; l&#8217;interazione terra-atmosfera da cui deriva appunto il clima. Da qui il problema di governance del clima e delle sue conseguenze: come strategia di riduzione del danno e del rischio, nella prima fase, e poi sempre pi&#249; come strategia di adattamento dei sistemi umani a un clima che non pu&#242; pi&#249; essere quello di una volta. Beni comuni sociali (saperi scientifici e tecnici, organizzazione, capitale sociale ed altro) vengono mobilitati per curare, se possibile, e se non &#232; gi&#224; troppo tardi, i danni inflitti a un primario bene comune, dal quale dipende non solo la sussistenza, ma anche la sopravvivenza del genere umano. Tanto per capire bene &#8220;a cosa servono&#8221; i beni comuni. Si parla delle nostra societ&#224; come di societ&#224; delle reti Alle tradizionali reti sociali locali si sono aggiunte le reti translocali, e soprattutto le reti virtuali secondo il modello internet. Gran parte della vita sociale e soprattutto degli scambi economici si svolge in rete. Ci&#242; comporta anche la digitalizzazione dei media e dei contenuti. Le reti sociali ed artificiali sono in parte costruite deliberatamente, in parte evolvono spontaneamente. Tramite loro alcune funzioni sono svolte in modo formale, altre invece sono latenti e producono effetti a distanza. I singoli sono pi&#249; o meno attivi, pi&#249; o meno importanti. La logica di rete tende all&#8217;orizzontale, ma effetti di polarizzazione e gerarchizzazione sono sempre in corso. Le reti sono enabling, ma possono anche creare dipendenze. Le reti fanno parte del capitale sociale locale e translocale e permettono o impediscono molto di rilevante. Le reti sono beni comuni in quanto (a) le reti sono presupposto della vita sociale e degli scambi; le diamo per scontate come disponibili almeno fino a un certo punto, ma non si parte mai da zero; (b) in rete accediamo a un&#8217;enciclopedia quasi illimitata di beni, in parte privati in parte comuni (e in miscele sempre pi&#249; stravaganti). Ma il bello di una rete &#232; il suo essere percorribile senza troppi ostacoli, divieti, privative ed esclusive. La rete &#232; un bene comune che ci immette in un universo di altri beni. (c ) consideriamo, infine, che la rete ci trasforma: nuove relazioni, nuovi contenuti, nuovi skill. L&#8217;effetto capacitante (od anche incapacitante, allora &#232; un male sociale) &#232; rilevante, come l&#8217;effetto socializzante. La rete permette l&#8217;agire cooperativo, sebbene lasci la libert&#224; di defezionare, incentiva molto un atteggiamento pro-attivo almeno nel senso di metterci qualcosa di s&#233;. La rete svolge una funzione importante, specie quella virtuale, nel mostrarci la natura stratigrafica del reale, moltiplica i punti di riferimento e di osservazione, nell&#8217;insieme ha un effetto di differenziazione dell&#8217;identit&#224; e ostile a ogni identificazione fondamentalista. Si consideri come le reti si autoregolano. In parte si affidano a processi autopoietici, sempre un po&#8217; lontani dall&#8217;equilibrio, ma anche autocorrettivi. In parte sollecitano tutte le risorse cognitive e motivazionali per una riflessivit&#224; di rete, di cui possiamo oggi leggere solo le prime manifestazioni. La democrazia deliberativa sarebbe impossibile senza reti sociali e virtuali. Ci godiamo come bene comune l&#8217;accessibilit&#224; alle reti, la rete come medium ricco di possibilit&#224;, e infine gli effetti socializzanti ed anche di genesi d&#8217;innovazione che riscontriamo ad ogni fine di giro. La rete ha una sua ecologia, tra fragilit&#224; e resilienza. La rete come networking attivo ha la sua sociologia. Le infrastrutture tecnologiche che permettono una rete sono oggi un misto di privato, pubblico e comune. Ma ci&#242; che conta &#232; che la vita in rete &#232; comune. Per la possibilit&#224; traslattiva per cui un bene comune si trasforma-rovescia-miscela con un altro, stare in rete &#232; stare dentro la genesi e riproduzione di una molteplicit&#224; di beni comuni. Il link &#232; un legame sociale, non &#232; mai solo di un singolo, &#232; sempre anche propriet&#224; di tutta una rete, in comune. I commons dentro i beni privati La sicurezza. Non parliamo di sicurezza urbana, perch&#233; in tal</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2010/08/fenomenologia-dei-beni-comuni/">Fenomenologia dei beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="TITOLETTO_UNO">Il clima</span></p>
<p>Viviamo in un&#8217;epoca di mutamenti climatici. In attesa dell&#8217;imminente nuovo rapporto dell&#8217;Intergovernmental Panel on Climate Change, l&#8217;opinione pubblica &egrave; allertata da tempo sul fatto che sembra essere in corso un mutamento che comporta molti rischi. Tale mutamento se non causato, certamente &egrave; accelerato dalle pressioni umane sull&#8217;ambiente, specie dai consumi energetici basati sul petrolio. Prendiamo il clima come cosa data, e sappiamo che il genere umano si adatta a una grande variet&agrave; di situazioni. Il clima come fatto locale e globale &egrave; un bene comune in quanto necessariamente condiviso. Esso inoltre per lo pi&ugrave; &egrave; anche un fattore che condiziona e caratterizza gli insediamenti umani e le attivit&agrave; economiche possibili. Sui mutamenti climatici di lungo periodo antecedenti ovviamente l&#8217;uomo non poteva farci niente. </p>
<p>Su quello attuale invece la situazione &egrave; diversa: da un lato perch&eacute; la pressione umana sull&#8217;ambiente &egrave; almeno una concausa. E in secondo luogo perch&eacute; saremmo in grado di intervenire attivamente, almeno per evitare alcune conseguenze dannose o addirittura per facilitare il ritorno a un&#8217;evoluzione meno squilibrata e per noi rischiosa. Il clima come dato ambientale &egrave; un presupposto tacito, per lo pi&ugrave; non si va oltre un&#8217;occhiata al meteo. Le attivit&agrave; umane sono adattate al clima, specie quelle che pi&ugrave; ne dipendono come l&#8217;agricoltura e il turismo. Le piccole oscillazioni non ci preoccupano, anzi fanno parte della definizione pratica di clima. Condividiamo il clima ed anche il suo mutamento. Esso, prodotto da una miriade dispersa di fonti inquinanti, &egrave; uno stato aggregato globale, che si manifesta in modo differenziato regionalmente: qui pi&ugrave; come desertificazione, l&agrave; pi&ugrave; come innalzamento del livello del mare, altrove ancora come fenomeni meteo di inusitata violenza. Condividiamo il clima come bene ed anche come male, quando il suo mutamento produce danni anche irreversibili. Il clima dipende almeno in parte dall&#8217;uomo oggi: ecco allora che un bene comune globale naturale si trasforma in un &ldquo;male&rdquo; (problema) necessariamente condiviso, e derivato dall&#8217;interferenza non calcolata tra processi naturali e tecnologia (artificio e intelligenza) umana. Da qui il discorso di una responsabilit&agrave; dell&#8217;uomo verso il clima che ha alterato. L&#8217;uomo ha abusato delle capacit&agrave; di assorbimento (si potrebbe dire: sopportazione) di quel sistema ipercomplesso che &egrave; l&#8217;interazione terra-atmosfera da cui deriva appunto il clima. </p>
<p>Da qui il problema di governance del clima e delle sue conseguenze: come strategia di riduzione del danno e del rischio, nella prima fase, e poi sempre pi&ugrave; come strategia di adattamento dei sistemi umani a un clima che non pu&ograve; pi&ugrave; essere quello di una volta. Beni comuni sociali (saperi scientifici e tecnici, organizzazione, capitale sociale ed altro) vengono mobilitati per curare, se possibile, e se non &egrave; gi&agrave; troppo tardi, i danni inflitti a un primario bene comune, dal quale dipende non solo la sussistenza, ma anche la sopravvivenza del genere umano. Tanto per capire bene &ldquo;a cosa servono&rdquo; i beni comuni.</p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">Si parla delle nostra societ&agrave; come di societ&agrave; delle reti <br />
</span><br />
Alle tradizionali reti sociali locali si sono aggiunte le reti translocali, e soprattutto le reti virtuali secondo il modello internet. Gran parte della vita sociale e soprattutto degli scambi economici si svolge in rete.  Ci&ograve; comporta anche la digitalizzazione dei media e dei contenuti. Le reti sociali ed artificiali sono in parte costruite deliberatamente, in parte evolvono spontaneamente. Tramite loro alcune funzioni sono svolte in modo formale, altre invece sono latenti e producono effetti a distanza. I singoli sono pi&ugrave; o meno attivi, pi&ugrave; o meno importanti. La logica di rete tende all&#8217;orizzontale, ma effetti di polarizzazione e gerarchizzazione sono sempre in corso. </p>
<p>Le reti sono enabling, ma possono anche creare dipendenze. <img decoding="async" width="222" height="186" align="right" alt="" src="http://www.labsus.org/images/Banner Npl/lab39.6-benicomuni.gif" /><br />
Le reti fanno parte del capitale sociale locale e translocale e permettono o impediscono molto di rilevante. Le reti sono beni comuni in quanto (a) le reti sono presupposto della vita sociale e degli scambi; le diamo per scontate come disponibili almeno fino a un certo punto, ma non si parte mai da zero; (b) in rete accediamo  a un&#8217;enciclopedia quasi illimitata di beni, in parte privati in parte comuni (e in miscele sempre pi&ugrave; stravaganti). Ma il bello di una rete &egrave; il suo essere percorribile senza troppi ostacoli, divieti, privative ed esclusive. La rete &egrave; un bene comune che ci immette in un universo di altri beni. (c )  consideriamo, infine, che la rete ci trasforma: nuove relazioni, nuovi contenuti, nuovi skill. L&#8217;effetto capacitante (od anche incapacitante, allora &egrave; un male sociale) &egrave; rilevante, come l&#8217;effetto socializzante. La rete permette l&#8217;agire cooperativo, sebbene lasci la libert&agrave; di defezionare, incentiva molto un atteggiamento pro-attivo almeno nel senso di metterci qualcosa di s&eacute;. La rete svolge una funzione importante, specie quella virtuale, nel mostrarci la natura stratigrafica del reale, moltiplica i punti di riferimento e di osservazione, nell&#8217;insieme ha un effetto di differenziazione dell&#8217;identit&agrave;  e ostile a ogni identificazione fondamentalista. </p>
<p>Si consideri come le reti si autoregolano. In parte si affidano a processi autopoietici, sempre un po&#8217; lontani dall&#8217;equilibrio, ma anche autocorrettivi. In parte sollecitano tutte le risorse cognitive e motivazionali per una riflessivit&agrave; di rete, di cui possiamo oggi leggere solo le prime manifestazioni. La democrazia deliberativa sarebbe impossibile senza reti sociali e virtuali. Ci godiamo come bene comune l&#8217;accessibilit&agrave; alle reti, la rete come medium ricco di possibilit&agrave;, e infine gli effetti socializzanti ed anche di genesi d&#8217;innovazione che riscontriamo ad ogni fine di giro. La rete ha una sua ecologia, tra fragilit&agrave; e resilienza. La rete come networking attivo ha la sua sociologia. Le infrastrutture tecnologiche che permettono una rete sono oggi un misto di privato, pubblico e comune. Ma ci&ograve; che conta &egrave; che la vita in rete &egrave; comune. Per la possibilit&agrave; traslattiva per cui un bene comune si trasforma-rovescia-miscela con un altro, stare in rete &egrave; stare dentro la genesi e riproduzione di una molteplicit&agrave; di beni comuni. Il link &egrave; un legame sociale, non &egrave; mai solo di un singolo, &egrave; sempre anche propriet&agrave; di tutta una rete, in comune.     </p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">I <em>commons</em> dentro i beni privati</span></p>
<p>La sicurezza. Non parliamo di sicurezza urbana, perch&eacute; in tal caso sarebbe evidente il suo carattere di bene comune che dipende da comportamenti singoli e dai loro effetti aggregati e come bene pubblico &egrave; affidato alle funzioni istituzionali delle forze dell&#8217;ordine. Parliamo di un aspetto poco visibile, ma pervasivo: la sicurezza intrinseca degli oggetti che usiamo. Queste cose sono al 99% di propriet&agrave; privata. E diamo per scontato che siano tutte appropriabili. Questa casa &egrave; mia, questa auto, questo cellulare e questo libro. Sul regime giuridico di questi beni non ci sono dubbi. Se ci sono registri pubblici obbligatori, come per l&#8217;auto o nel caso del catasto immobiliare, &egrave; dovuto a motivi fiscali. Questi beni per&ograve; incorporano molti beni comuni &ldquo;invisibili&rdquo;. </p>
<p>Nel caso dell&#8217;auto possiamo parlare della sua sicurezza intrinseca. Si tratta del fatto che essa &egrave; costruita in modo da evitare o ridurre certe conseguenze negative: la sicurezza &egrave; passiva se riguarda il modo di costruzione (una scocca resistente agli urti) o attiva come nel caso dei freni e dell&#8217;airbag. L&#8217;auto oggi incorpora molta pi&ugrave; sicurezza di prima, grazie al progresso tecnologico, alla competizione tra marchi alle regolazioni sempre pi&ugrave; stringenti degli stati e in Europa della UE. Auto che non corrispondano a certe caratteristiche di sicurezza intrinseca non possono essere commercializzate. In caso critico devono venire ritirate dal mercato. Ma la sicurezza dell&#8217;auto &egrave; un fatto che riguarda sia il proprietario-conducente, sia gli altri conducenti nel traffico, ed anche estranei al traffico auto come i pedoni o magari i gatti. Se l&#8217;auto &egrave; sicura (corrispondente diciamo ai migliori standard) allora essa &egrave; sicura sia per me che per gli altri. Se poi una flotta di auto in circolazione in citt&agrave; &egrave; mediamente pi&ugrave; sicura oggi di quanto non lo fosse 1 anni fa, allora si ottiene il bene comune &ndash; effetto aggregato della security media delle singole auto &ndash; di una minore incidentalit&agrave; o di sue minori conseguenze. Si ricordino le minuziose prescrizioni &ndash; spesso disattese da genitori incoscienti &ndash; che riguardano il trasporto dei bambini in auto. Esse sono perfino paternalistiche, perch&eacute; non si fidano giustamente della cultura del rischio dei genitori e sono pi&ugrave; severe proprio per questo. Dov&#8217;&egrave; il bene comune nascosto nella sicurezza della mia auto? Sta negli standard e nelle regole che definiscono i livello minimo di sicurezza necessario (sono norme rivolte ai costruttori e agli utenti). Sta nell&#8217;effetto aggregato di un parco auto pi&ugrave; o meno sicuro. Sta negli effetti di benessere derivati da minore incidentalit&agrave; (che si riverbera poi in minori costi sociali, minore spesa pubblica sanitaria e fiscalit&agrave; generale). Ogni bene privato incorpora, specie se tecnologico, una quantit&agrave; consistente di bene comune, sotto questo profilo,. E poi pi&ugrave; il bene &egrave; sofisticato, ossia incorpora conoscenza, esso diventa comune in quanto un oggetto intensamente cognitivo &egrave; un oggetto intensamente sociale. Vi partecipa molto capitale umano, sociale e istituzionale, anche solo indirettamente. Il diritto privato autorizza, a certe condizioni, a dire: &ldquo;questo &egrave; mio&rdquo;. Ma l&#8217;analisi sociale rivela che ogni bene privato &ndash; in quanto vi sia incorporato lavoro umano &#8211; necessariamente include una componente di bene comune (e specificamente anche di bene pubblico, se si tratta di specifiche tecniche formali o doverose come nel caso delle indicazioni obbligatorie in materia di alimenti). </p>
<p>Non ci illudiamo sul privato: anche beni privati hanno bisogno di beni comuni e sono possibili solo sulla base di questo universo condiviso. Un altro esempio potrebbe essere quella della sicurezza da rischi idrogeologici o sismici. Il nostro Paese &egrave; spesso devastato da questi rischi, con gravi costi sociali ed umani. Ma l&#8217;impatto dell&#8217;evento catastrofico dipende molto dalla materia cui si applica.  Semplificando molto: se gli edifici sono a regola d&#8217;arte, se nel caso sono anche a norma antisismica, se la manutenzione &egrave; buona, se  non cedo all&#8217;impulso appropriativo estremo di costruirmi la casa (abusiva) nell&#8217;alveo di un fiume o proprio su una faglia sismica, allora le conseguenze saranno minori o minime. Anche nel caso de L&#8217;Aquila &egrave; lo stato dell&#8217;edilizia a spiegare l&#8217;entit&agrave; dei danni, pi&ugrave; che l&#8217;entit&agrave; del sisma. Ma abitazioni sicure sono tali per chi le abita e le possiede, ma anche per chi vi passa sotto. Un quartiere di case sicure &egrave; pi&ugrave; sicuro collettivamente, anche qui si verifica l&#8217;effetto aggregato. E anche solo sapere che le citt&agrave; sono sicure (in questo senso pi&ugrave; ingegneristico che sociale) &egrave; un bene comune, che accresce la vivibilit&agrave;, il senso dei luoghi, il benessere, a loro volta &ndash; oltre che qualit&agrave; private &ndash; beni intrinsecamente e intensamente collettivi, comuni. </p>
<p>Sembra che i beni comuni si nascondano un po&#8217; ovunque. In una societ&agrave; di individualisti possessivi essi fanno paura: si teme per la propria propriet&agrave;, si teme che si venga chiamatati a render conto. Ma abbiamo gi&agrave; versato troppi soldi e troppe lacrime per chi &ndash; tenendosi stretto la propriet&agrave;: auto o casa &ndash; ha dimenticato che essa era fatta anche di beni comuni, cio&egrave; di legami sociali, di responsabilit&agrave;, di implicazioni condivise. Si &egrave; parlato di pursuit of loneliness (perseguimento dell&#8217;isolamento nella societ&agrave; di massa). I beni comuni fanno paura &ndash; agli incoscienti &ndash; perch&eacute; ri-socializzano.</p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">Riferimenti essenziali</span> </p>
<p>(a) Sul climate change: <br />
Rapporti dell&#8217;IPCC, scaricabili dal sito www.ipcc.ch<br />
ISSI,  Rapporto 27 &ndash; lo sviluppo sostenibile in Italia e la crisi climatica, Edizioni ambiente, Milano, 27</p>
<p>(b) Sulle reti:<br />
Barabasi A.-L. , Link, Einaudi, Torino 24<br />
Castells M., La nascita della societ&agrave; in rete, Bocconi, Milano 28  <br />
Donolo C., &ldquo;Reti come beni comuni&rdquo;, parolechiave, 34, 25</p>
<p>(c) Sui commons dentro i beni privati:<br />
Dasgupta P., Benessere umano e ambiente naturale, V&amp;P, Milano 21<br />
Donolo C., &ldquo;Ri-regolare l&#8217;auto&rdquo; e &ldquo;La costruzione di standard come processo politico e istituzionale&rdquo;, in 	L&#8217;intelligenza delle istituzioni, Feltrinelli, Milano 1997<br />
Lipparini A. La gestione strategica del capitale intellettuale e del capitale sociale, il Mulino, Bologna 22<br />
Rullani E., Economia della conoscenza, Carocci, Roma 24<br />
Sen A., L&#8217;idea di giustizia, Mondadori, Milano 21</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2010/08/fenomenologia-dei-beni-comuni/">Fenomenologia dei beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Identificare i beni comuni</title>
		<link>https://www.labsus.org/2010/07/identificare-i-beni-comuni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Donolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 14:26:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.labsus.org/2010/07/26/identificare-i-beni-comuni/</guid>

					<description><![CDATA[<p>I beni comuni non sono tanto cose che abbiamo in propriet&#224; comune, quanto aspetti e componenti della vita sociale che o necessariamente dobbiamo condividere, o dobbiamo riconoscere come presupposti indispensabili per l&#8217;agire sociale. Mettiamo l&#8217;accento meno sui regimi proprietari &#8211; che poi ci conducono immediatamente alla questione della valorizzazione &#8211; e pi&#249; sui regimi di governo o regolativi. Siamo chiamati a decidere insieme come vogliamo condividere gli effetti positivi dei beni comuni e quindi come li vogliamo &#8220;governare&#8221;. Qui il termine significa principalmente: come evitare che essi si degradino (e l&#8217;appropriazione privata &#232; una forma di degrado) e come garantire che di beni comuni ci sia sempre abbondanza per noi e per le generazioni future. I &#34;connotati&#34; sociali dei beni comuni In questa prospettiva i beni comuni vengono in primo luogo riconosciuti per la loro funzione generale nei processi sociali, per come contribuiscono direttamente o meno alla produzione dell&#8217;ordine societario, a legami sociali, a condizioni di benessere e di giustizia. A questo livello si vede che essi si tengono, nel senso di essere collegati, intrecciati, interconnessi, con possibilit&#224; di supplenza reciproca in certi casi, e di mutuo aiuto. Come localmente un bene pu&#242; in parte essere sostituito da un altro, cos&#236; per&#242; un danno inflitto a un dato bene pu&#242; ritrasmettersi a tutta una serie di altri. Prova della forte connessione che esiste tra tutti i beni comuni, tra tipi distinti e sottoclassi, tra livelli e scale. Questa connessione &#232; un tema che meriter&#224; di essere trattato distintamente in un&#8217;altra occasione. Facendo un passo avanti, possiamo poi considerare i caratteri specifici dei singoli beni o di loro classi. Questi tratti saranno o caratteri di tipo ecologico (ci&#242; che distingue una zona umida da un banco di pesca, il clima globale dal microclima locale), o qualit&#224; intrinseche apprezzate dal genere umano (spesso esse contribuiscono direttamente alla sussistenza dell&#8217;uomo o sono condizioni necessarie per la vita dell&#8217;uomo sulla terra); o qualit&#224; di cose sociali (prodotti dell&#8217;interazione e del storia umana) che la mente umana ha prodotto, o &#232; in grado di apprezzare o di riconoscere come qualcosa che vale, per il singolo come per l&#8217;intero genere mano. Poich&#233; i beni comuni sono innumerevoli si pu&#242; capire che quei tratti o caratteristiche saranno le pi&#249; diverse. L&#8217;indagine scientifica ha sempre pi&#249; precisato in cosa consistono, come si riproducono, cosa avviene nella interazione umana con tali beni con quelle caratteristiche. Cos&#236; la nozione di impronta ecologica o di carrying capacity o di sostenibilit&#224; tengono conto dei caratteri dei beni, della loro posizione funzionale nell&#8217;universo dei beni comuni, e di come le caratteristiche intrinseche reagiscono a fronte di determinate modalit&#224; umane e sociali di interazione (uso, sfruttamento, valorizzazione, cura). &#8230;e quelli economici Infine, possiamo considerare l&#8217;intersezione tra modalit&#224; di uso sociale dei beni comuni ed alcune loro caratteristiche intrinseche. Due componenti appaiono qui rilevanti: (a) il grado di escludibilit&#224; del bene, cio&#232; la misura in cui sia possibile &#8211; a partire da caratteri intrinseci &#8211; variare il potere di disposizione sul bene stesso, in funzione di diversi scopi e interessi. Si andr&#224; dall&#8217;esclusivit&#224; totale (&#232; del tutto possibile &#8220;isolare&#8221; il bene dal resto, permettendone la fruizione a uno solo o a pi&#249; &#8220;proprietari&#8221;) all&#8217;impossibilit&#224; di esclusione, quando il bene &#8211; per sua natura e/o per le tecnologia di esclusione disponibili &#8211; non possa essere isolato, confinato, &#8220;murato&#8221;. In questo caso il bene resta &#8220;di tutti&#8221;, in comune. Nel caso opposto estremo abbiamo le varie forme della propriet&#224; privata. (b) Altro carattere strategico &#232; poi la &#8220;fruibilit&#224; congiunta&#8221;. Ci sono beni che pi&#249; di altri rendono possibile il godimento condiviso, e beni che difficilmente possono essere -. almeno contemporaneamente &#8211; goduti da pi&#249;. In questo caso abbiamo il godimento esclusivo di uno o al polo opposto un bene che resta a disposizione di tutti, in quanto tutti ne possono godere senza danno reciproco. Per lo pi&#249; in questo caso ci saranno comunque delle soglie di &#8220;affollamento&#8221;, poich&#233; al crescere del numero degli utenti diminuir&#224; il grado di fruibilit&#224; o almeno di piacere nell&#8217;uso, come conosciamo dal caso di una spiaggia sempre pi&#249; affollata. Questi due tratti non servono tanto a definire socialmente cosa sono i beni comuni, quanto a precisare come devono essere pensati i dilemmi di regolazione e di governo che li riguardano, avendo riguardo all&#8217;interazione tra caratteri intrinseci e il gioco dei fattori escludibilit&#224;/fruizione congiunta. La &#34;funzione societaria&#34; dei beni comuni Con l&#8217;escludibilit&#224; e la fruizione congiunta arriviamo sul terreno dei beni pubblici. Gli economisti hanno individuato nei caratteri: non escludibilit&#224; (almeno non a costi accettabili) e possibilit&#224; di fruizione congiunta i tratti caratteristici di beni che sono pubblici in quanto difficilmente producibili dal mercato. E perci&#242; in via di principio assegnati piuttosto (ma con grande variabilit&#224; storica) alla mano pubblica. Quei caratteri in altri termini servono a distinguere ci&#242; che pu&#242; diventare privato e quindi anche merce da quanto, diciamo per sua natura, &#232; renitente a questa trasformazione. Ma il senso di quelle categorie &#232; di creare una classe residuale di beni &#8220;fuori mercato&#8221;. Si tratter&#224; di beni senza valore economico (come l&#8217;aria) o condivisibile solo per tutti insieme indistintamente (come la difesa nazionale). A parte che l&#8217;evoluzione tecnologica (che comprende anche lo statuto giuridico) modifica la situazione sia di esclusivit&#224; che di fruizione, questi caratteri servono a discriminare tra mercato e non mercato. Mentre certamente verranno utili al momento della governance dei beni, tali tratti non mi sembrano risolutivi rispetto al problema di una valutazione della funzione societaria dei beni comuni, che mi sembra invece l&#8217;ottica che dovrebbe prevalere. Solo essa infatti ci permette di cogliere tutta la ricchezza dei beni comuni nella vita sociale, senza ridurli da subito allo status di risorse valorizzatili. La fragilit&#224; dei beni comuni I beni comuni sono qualcosa che vogliamo e/o dobbiamo condividere (come del resto l&#8217;altra faccia della luna: i mali comuni). Se non lo facciamo la vita sociale diventa hobbesiana. Non si tratta quindi di cosa da poco. Nella crisi ambientale e climatica stiamo iniziando ad apprezzarli appunto come beni in comune. E</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2010/07/identificare-i-beni-comuni/">Identificare i beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I beni comuni non sono tanto cose che abbiamo in propriet&agrave; comune, quanto aspetti e componenti della vita sociale che o necessariamente dobbiamo condividere, o dobbiamo riconoscere come presupposti indispensabili per l&#8217;agire sociale. Mettiamo l&#8217;accento meno sui regimi proprietari &ndash; che poi ci conducono immediatamente alla questione della valorizzazione &ndash; e pi&ugrave; sui regimi di governo o regolativi. Siamo chiamati a decidere insieme come vogliamo condividere gli effetti positivi dei beni comuni e quindi come li vogliamo &ldquo;governare&rdquo;. Qui il termine significa principalmente: come evitare che essi si degradino (e l&#8217;appropriazione privata &egrave; una forma di degrado) e come garantire che di beni comuni ci sia sempre abbondanza per noi e  per le generazioni future.</p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">I &quot;connotati&quot; sociali dei beni comuni</span></p>
<p>In questa prospettiva i beni comuni vengono in primo luogo riconosciuti per la loro funzione generale nei processi sociali, per come contribuiscono direttamente o meno alla produzione dell&#8217;ordine societario, a legami sociali, a condizioni di benessere e di giustizia. A questo livello si vede che essi si tengono, nel senso di essere collegati, intrecciati, interconnessi, con possibilit&agrave; di supplenza reciproca in certi casi, e di mutuo aiuto. Come localmente un bene pu&ograve; in parte essere sostituito da un altro, cos&igrave; per&ograve; un danno inflitto a un dato bene pu&ograve; ritrasmettersi a tutta una serie di altri. Prova della forte connessione che esiste tra tutti i beni comuni, tra tipi distinti e sottoclassi, tra livelli e scale. Questa connessione &egrave; un tema che meriter&agrave; di essere trattato distintamente in un&#8217;altra occasione.  </p>
<p>Facendo un passo avanti, possiamo poi considerare i caratteri specifici dei singoli 	beni o di loro classi. Questi tratti saranno o caratteri di tipo ecologico (ci&ograve; che 	distingue una zona umida da un banco di pesca, il clima globale dal microclima 	locale), o qualit&agrave; intrinseche apprezzate dal genere umano (spesso esse 	contribuiscono direttamente alla sussistenza dell&#8217;uomo o sono condizioni necessarie 	per la vita dell&#8217;uomo sulla terra); o qualit&agrave; di cose sociali (prodotti dell&#8217;interazione 	e del storia umana) che la mente umana ha prodotto, o &egrave; in grado di apprezzare o 	di riconoscere come qualcosa che vale, per il singolo come per l&#8217;intero genere 	mano. Poich&eacute; i beni comuni sono innumerevoli si pu&ograve; capire che quei tratti o 	caratteristiche saranno le pi&ugrave; diverse. L&#8217;indagine scientifica ha sempre pi&ugrave; precisato 	in cosa consistono, come si riproducono, cosa avviene nella interazione umana con 	tali beni con quelle caratteristiche. Cos&igrave; la nozione di impronta ecologica o di 	<em>carrying capacity</em> o di sostenibilit&agrave; tengono conto dei caratteri dei beni, della loro 	posizione funzionale nell&#8217;universo dei beni comuni, e di come le caratteristiche 	intrinseche reagiscono a fronte di determinate modalit&agrave; umane e sociali di 	interazione (uso, sfruttamento, valorizzazione, cura). </p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">&#8230;e quelli economici</span></p>
<p>Infine, possiamo considerare l&#8217;intersezione tra modalit&agrave; di uso sociale dei beni comuni ed alcune loro caratteristiche intrinseche. Due componenti appaiono qui rilevanti: (a) il grado di escludibilit&agrave; del bene, cio&egrave; la misura in cui sia possibile &ndash; a partire da caratteri intrinseci &ndash; variare il potere di disposizione sul bene stesso, in funzione di diversi scopi e interessi. Si andr&agrave; dall&#8217;esclusivit&agrave; totale (&egrave; del tutto possibile &ldquo;isolare&rdquo; il bene dal resto, permettendone la fruizione a uno solo o a pi&ugrave; &ldquo;proprietari&rdquo;) all&#8217;impossibilit&agrave; di esclusione, quando il bene &ndash; per sua natura e/o per le tecnologia di esclusione disponibili &ndash; non possa essere isolato, confinato, &ldquo;murato&rdquo;. In questo caso il bene resta &ldquo;di tutti&rdquo;, in comune. Nel caso opposto estremo abbiamo le varie forme della propriet&agrave; privata. (b) Altro carattere strategico &egrave; poi la &ldquo;fruibilit&agrave; congiunta&rdquo;. Ci sono beni che pi&ugrave; di altri rendono possibile il godimento condiviso, e beni che difficilmente possono essere -. almeno contemporaneamente &ndash; goduti da pi&ugrave;. In questo caso abbiamo il godimento esclusivo di uno o al polo opposto un bene che resta a disposizione di tutti, in quanto tutti ne possono godere senza danno reciproco. Per lo pi&ugrave; in questo caso ci saranno comunque delle soglie di &ldquo;affollamento&rdquo;, poich&eacute; al crescere del numero degli utenti diminuir&agrave; il grado di fruibilit&agrave; o almeno di piacere nell&#8217;uso, come conosciamo dal caso di una spiaggia sempre pi&ugrave; affollata. </p>
<p>Questi due tratti non servono tanto a definire socialmente cosa sono i beni comuni, quanto a precisare come devono essere pensati i dilemmi di regolazione e di governo che li riguardano, avendo riguardo all&#8217;interazione tra caratteri intrinseci e il gioco dei fattori escludibilit&agrave;/fruizione congiunta.</p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">La &quot;funzione societaria&quot; dei beni comuni</span></p>
<p>Con l&#8217;escludibilit&agrave; e la fruizione congiunta arriviamo sul terreno dei beni pubblici. Gli economisti hanno individuato nei caratteri: non escludibilit&agrave; (almeno non a costi accettabili) e possibilit&agrave; di fruizione congiunta i tratti caratteristici di beni che sono pubblici in quanto difficilmente producibili dal mercato. E perci&ograve; in via di principio assegnati piuttosto (ma con grande variabilit&agrave; storica) alla mano pubblica.<img decoding="async" width="222" height="186" align="right" src="http://www.labsus.org/images/Lab39_6-benicomuni.gif" alt="" /> <br />
Quei caratteri in altri termini servono a distinguere ci&ograve; che pu&ograve; diventare privato e quindi anche merce da quanto, diciamo per sua natura, &egrave; renitente a questa trasformazione. Ma il senso di quelle categorie &egrave; di creare una classe residuale di beni &ldquo;fuori mercato&rdquo;. Si tratter&agrave; di beni senza valore economico (come l&#8217;aria) o condivisibile solo per tutti insieme indistintamente (come la difesa nazionale). A parte che l&#8217;evoluzione tecnologica (che comprende anche lo statuto giuridico) modifica la situazione sia di esclusivit&agrave; che di fruizione, questi caratteri servono a discriminare tra mercato e non mercato. Mentre certamente verranno utili al momento della governance dei beni, tali tratti non mi sembrano risolutivi rispetto al problema di una valutazione della funzione societaria dei beni comuni, che mi sembra invece l&#8217;ottica che dovrebbe prevalere. Solo essa infatti ci permette di cogliere tutta la ricchezza dei beni comuni nella vita sociale, senza ridurli da subito allo status di risorse valorizzatili. </p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">La fragilit&agrave; dei beni comuni</span></p>
<p>I beni comuni sono qualcosa che vogliamo e/o dobbiamo condividere (come del resto l&#8217;altra faccia della luna: i mali comuni). Se non lo facciamo la vita sociale diventa hobbesiana. Non si tratta quindi di cosa da poco. Nella crisi ambientale e climatica stiamo iniziando ad apprezzarli appunto come beni in comune. E cos&igrave; pure avviandoci verso una societ&agrave; della conoscenza riconosciamo il rilievo essenziali dei beni artificiali prodotti dalla mente umana. E di tali beni, se dovessimo proprio indicare un tratto dominante e di assoluto rilievo per la vita sociale, direi la loro fragilit&agrave;: i beni naturali, specie gli ecosistemi sono fragili, facilmente perturbabili dall&#8217;azione umana. Sono anche robusti e resilienti, ma non oltre una certa soglia, che spesso l&#8217;uomo ha superato. I beni artificiali, frutto dell&#8217;intelligenza e della cultura, sono anch&#8217;essi fragili, pensiamo alla fiducia e al bisogno che abbiamo di relazioni fiduciarie e di come sia facile guastarle anche solo per distrazione o opportunismo. Eppure anche il capitale sociale a suo modo &egrave; resiliente e robusto, ma non oltre certe soglie. Ecco allora in sintesi: i beni comuni sono qualcosa che ci comunica il senso del limite, della soglia da rispettare, la necessit&agrave; dell&#8217;autoregolazione umana. Governare i beni comuni &ndash; come insegna E. Ostrom &#8211; &egrave; imparare ad autogovernarsi. Questo sguardo sui beni comuni ci permetter&agrave; in un&#8217;altra occasione di vedere il contributo dei beni comuni alla sussidiariet&agrave; come governabilit&agrave; degli eco e socio sistemi locali, ciascuno al livello appropriato.  </p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">Le giuste relazioni nella famiglia dei beni comuni</span></p>
<p>Cogliamo la complessit&agrave; della situazione, ed anche la difficolt&agrave; di discriminare, 	considerando che negli stati moderni una serie di beni sono costituzionalmente 	garantiti ed affidati principalmente alla gestione pubblica. L&#8217;insieme di questi beni 	costituisce i beni pubblici in senso proprio. Di essi fanno parte gran parte dei beni 	comuni. Altri sono beni meritori, cio&egrave; che meritano &ndash; data la loro riconosciuta 	funzione civilizzatrice &#8211; il sostegno pubblico per la produzione e la fruizione.  	Queste categorie non sono mutualmente esclusive e sono dei modi per vedere i beni 	sotto prospettive diverse e plurali. In prima approssimazione si pu&ograve; tener ferma 	questa relazione: beni comuni &cap; beni pubblici &cap; beni meritori, dove &cap; indica 	l&#8217;inclusione logica come sottoinsieme nella classe che precede. I beni comuni sono 	un modo cruciale per intendere la complessit&agrave; sociale e il ruolo della variet&agrave; delle 	cose nelle nostre vite. Non oscuriamoli con definizioni riduttive.   </p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">Riferimenti essenziali</span></p>
<p>AA.VV., Beni privati, beni pubblici, beni comuni, ESI, Roma 21 <br />
Mattei U. e a., Invertire la rotta &ndash; idee per una riforma della propriet&agrave; pubblica, il Mulino, Bologna 27<br />
Ostrom E., Governare i beni collettivi, Marsilio, Padova 25<br />
Sarkozy Report: http://www.stiglitz-sen-fitoussi.fr/en/index.htm<br />
Stiglitz J.E., Economia del settore pubblico, Hoepli,  Milano 1993<br />
Stiglitz J.E., Il ruolo economico dello stato, il Mulino, Bologna 1992</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2010/07/identificare-i-beni-comuni/">Identificare i beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Beni comuni: il significato delle parole</title>
		<link>https://www.labsus.org/2010/06/beni-comuni-il-significato-delle-parole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Donolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Jun 2010 13:43:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.labsus.org/2010/06/26/beni-comuni-il-significato-delle-parole/</guid>

					<description><![CDATA[<p>All&#8217;inizio di un percorso sui beni comuni le prime domande spontanee sono: &#8226; cosa sono questi beni? &#8226; cosa li distingue da altri beni? &#8226; in che senso sono beni e perch&#233; comuni? Sono stati fatti molti tentativi di rispondere a queste domande soprattutto nell&#8217;ambito della teoria economica. Pi&#249; avanti arriveremo a delle definizioni analitiche, ma &#232; intanto interessante riflettere sulla semantica di queste parole. I beni sono cose sociali In primo luogo, i beni sono cose sociali, cio&#232; sono oggetti di un qualche tipo che hanno una funzione sociale o che sono il risultato di processi sociali. Tra le tante cose sono beni quelli che l&#8217;uomo apprezza in quanto gli permettono la vita sociale. In quanto presupposti essenziali o come fattori di qualit&#224; della vita e in generale come cose che permettono di trattare i problemi sociali. In particolare saranno beni quelli che si prestano a trattare, ridurre, risolvere i problemi sociali. In generale possiamo dire che sono beni quelle cose sociali che ci permettono di lottare contro i mali sociali. E questa descrizione corrisponde anche a ci&#242; che normalmente intende il senso comune con il riferimento a beni: qualcosa che risolve un problema, che soddisfa un bisogno. Torneremo in un altro intervento sulla questione dei mali sociali. Ma intanto notiamo che una parte di questi mali deriva da processi naturali indifferenti al benessere del genere umano, come nelle cosiddette catastrofi naturali. Un&#8217;altra parte importante di mali &#232; di origine sociale, cio&#232; deriva dal modo stesso di funzionare della vita sociale. Anche i beni comuni in parte sono naturali, per esempio l&#8217;ecosistema o il clima, in parte sono il prodotto di processi sociali. Bene &#232; una cosa sociale riconosciuta e apprezzato per il suo valore positivo, proprio anche per la sua funzione di contrasto ai mali. Beni naturali ed artificiali Guardiamo ancora alla parola bene: si riferisce ad un oggetto con determinate caratteristiche, ma &#232; anche una valutazione, ovvero un valore. Valutazione e valore sono socialmente istituiti. Si capisce perci&#242; che l&#8217;universo dei beni varia storicamente a seconda dei valori di riferimento, ma almeno un nocciolo duro di beni &#232; da sempre riconosciuto come patrimonio dell&#8217;umanit&#224; (secondo la dichiarazione dell&#8217;Unesco che si riferisce a beni culturali e ambientali valutati di valore universale). Si tratta di beni o unici o eccezionali per qualche qualit&#224; o di altissimo valore strategico per la vita sociale. Un paesaggio, un capolavoro artistico o un ecosistema. Quanto pi&#249; la societ&#224; &#232; tecnologicamente primitiva, tanto pi&#249; dipende da beni comuni naturali. Quanto pi&#249; &#232; complessa o artificiale tanto pi&#249; i beni cognitivi e sociali diventano strategici. Ma l&#8217;idea stessa di complessit&#224; fa capire che in realt&#224; nelle societ&#224; pi&#249; sviluppate diventa pi&#249; forte l&#8217;interazione tra naturale ed artificiale, e cruciale l&#8217;intreccio tra beni comuni naturali ed artificiali (o cognitivi). Questo &#232; un punto decisivo per la nostra valutazione attuale dei beni e per la definizione di strategie mirate a preservali. I beni sono (anche, non solo) risorse Conviene ora notare la distinzione tra bene e risorsa. Un bene diventa risorsa quando diventa fattore produttivo in un processo sociale. Cos&#236; siamo abituati a dire che un territorio &#232; risorsa per lo sviluppo, in quanto rende possibili certe attivit&#224; economiche, o produce delle rendite. Oppure consideriamo un mare pescoso come una risorsa, in quanto la sua pescosit&#224; (carattere positivo del bene), rende possibile un&#8217;attivit&#224; economica (la pesca) e contribuisce all&#8217;alimentazione umana. Troveremo molto spesso i beni trattati come risorse, soprattutto in una societ&#224; in cui i beni contribuiscono all&#8217;accumulazione e i cui esiti sono misurabili con il denaro. Ma la trasformazione di beni in risorse (economiche) &#232; un problema peculiare che non pu&#242; essere dato per scontato e che comunque incide sulla natura e sullo status dei beni. Un bene culturale che sia attrattore turistico &#232; esposto ad usura e anche a modificazioni pi&#249; o meno reversibili. Alle sue riconosciute funzioni o valori sociali e culturali si aggiunge quella economica che pu&#242; facilmente diventare dominante. Diciamo che i beni comuni sono anche risorse economiche ma che la loro funzione non si pu&#242; ridurre al loro essere fattore di produzione. Beni comuni e ordine sociale Torniamo quindi alla semantica del &#8220;bene&#8221;. Sottolineiamo in essa la nozione fondante che ci&#242; che una societ&#224; o il genere umano riconoscono come bene &#232; qualcosa di fondativo, preliminare, essenziale, necessario e non facilmente sostituibile, n&#233; riducibile al solo valore economico o di mercato, sebbene anche i valori di mercato siano possibili e dotati di senso solo sullo sfondo di un&#8217;ampia enciclopedia di beni riconosciuti come tali, prima ancora di diventare risorse utili e valorizzabili. Ma stiamo parlando di beni comuni, cio&#232; di beni condivisi, anzi di beni che hanno la peculiarit&#224; di fondare il legame sociale stesso. Perci&#242; il discorso sui beni comuni ci conduce al cuore dell&#8217;ordine sociale, alla questione: come &#232; possibile l&#8217;ordine sociale cio&#232; una vita sociale ordinata, e quindi deliberata, riflessiva, capacitante? Anche per questa ragione &#232; bene evitare all&#8217;inizio ogni riduzionismo economico, intendendo subito che i beni sono risorse, termine questo che implica una relazione di utilit&#224;. Pi&#249; specificamente in societ&#224; dominate dal motivo del denaro e del profitto i beni comuni servono a ricordarci l&#8217;esistenza di altre relazioni sia sociali sia tra uomo e natura diverse da quelle del reciproco sfruttamento. Essa esiste senz&#8217;altro, come &#232; evidente, ma mentre &#232; chiaro che l&#8217;uomo pu&#242; volgere a suo vantaggio (per esempio per l&#8217;attivit&#224; agricola o turistica) il clima, &#232; anche chiaro che il clima &#232; un presupposto della vita umana sulla terra. Ci&#242; che &#232; presupposto come condizione necessaria non pu&#242; essere che in parte &#8220;appropriata&#8221; cio&#232; trattata come risorsa. Allo stesso modo che, mentre posso dire certamente che io sono il mio corpo, anche perch&#233; senza corpo non avrei una mente, non posso dire per&#242; di essere il proprietario del corpo che io sono (i sistemi giuridici regolano minuziosamente eventuali parziali relazioni proprietarie tra un s&#233; e il suo corpo, come nel caso della donazione del sangue e degli organi. Non a caso si preferisce qui</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2010/06/beni-comuni-il-significato-delle-parole/">Beni comuni: il significato delle parole</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>All&#8217;inizio di un percorso sui beni comuni le prime domande spontanee sono:<br />
&bull;	cosa sono questi beni?<br />
&bull;	cosa li distingue da altri beni?<br />
&bull;	in che senso sono beni e perch&eacute; comuni?<br />
Sono stati fatti molti tentativi di rispondere a queste domande soprattutto nell&#8217;ambito della teoria economica. Pi&ugrave; avanti arriveremo a delle definizioni analitiche, ma &egrave; intanto interessante riflettere sulla semantica di queste parole.</p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">I beni sono cose sociali</span></p>
<p>In primo luogo, i beni sono cose sociali, cio&egrave; sono oggetti di un qualche tipo che hanno una funzione sociale o che sono il risultato di processi sociali. Tra le tante cose sono beni quelli che l&#8217;uomo apprezza in quanto gli permettono la vita sociale. In quanto presupposti essenziali o come fattori di qualit&agrave; della vita e in generale come cose che permettono di trattare i problemi sociali. In particolare saranno beni quelli che si prestano a trattare, ridurre, risolvere i problemi sociali. In generale possiamo dire che sono beni quelle cose sociali che ci permettono di lottare contro i mali sociali. E questa descrizione corrisponde anche a ci&ograve; che normalmente intende il senso comune con il riferimento a beni: qualcosa che risolve un problema, che soddisfa un bisogno.<br />
Torneremo in un altro intervento sulla questione dei mali sociali. Ma intanto notiamo che una parte di questi mali deriva da processi naturali indifferenti al benessere del genere umano, come nelle cosiddette catastrofi naturali. Un&#8217;altra parte  importante di mali &egrave; di origine sociale, cio&egrave; deriva dal modo stesso di funzionare della vita sociale. Anche i beni comuni  in parte sono naturali, per esempio l&#8217;ecosistema o il clima, in parte sono il prodotto di processi sociali. Bene &egrave; una cosa sociale riconosciuta e apprezzato per il suo valore positivo, proprio anche per la sua funzione di contrasto ai mali. </p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">Beni naturali ed artificiali</span></p>
<p>Guardiamo ancora alla parola bene: si riferisce ad un oggetto con determinate caratteristiche, ma &egrave; anche una valutazione, ovvero un valore. Valutazione e valore sono socialmente istituiti. Si capisce perci&ograve; che l&#8217;universo dei beni varia storicamente a seconda dei valori di riferimento, ma almeno un nocciolo duro di beni &egrave; da sempre riconosciuto come patrimonio dell&#8217;umanit&agrave; (secondo la dichiarazione dell&#8217;Unesco che si riferisce  a beni culturali e ambientali valutati di valore universale). Si tratta di beni o unici o eccezionali per qualche qualit&agrave; o di altissimo valore strategico per la vita sociale. Un paesaggio, un capolavoro artistico o un ecosistema. Quanto pi&ugrave; la societ&agrave; &egrave; tecnologicamente primitiva, tanto pi&ugrave; dipende da beni comuni naturali. Quanto pi&ugrave; &egrave; complessa o artificiale tanto pi&ugrave; i beni cognitivi e sociali diventano strategici. Ma l&#8217;idea stessa di complessit&agrave; fa capire che in realt&agrave; nelle societ&agrave; pi&ugrave; sviluppate diventa pi&ugrave; forte l&#8217;interazione tra naturale ed artificiale, e cruciale l&#8217;intreccio tra beni comuni naturali ed artificiali (o cognitivi). Questo &egrave; un punto decisivo per la nostra valutazione attuale dei beni e per la definizione di strategie mirate a preservali.</p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">I beni sono (anche, non solo) risorse</span></p>
<p>Conviene ora notare la distinzione tra bene e risorsa. Un bene diventa risorsa quando diventa fattore produttivo in un processo sociale. Cos&igrave; siamo abituati a dire che un  territorio &egrave; risorsa per lo sviluppo, in quanto rende possibili certe attivit&agrave; economiche, o produce delle rendite. Oppure consideriamo un mare pescoso come una risorsa, in quanto la sua pescosit&agrave; (carattere positivo del bene), rende possibile un&#8217;attivit&agrave; economica (la pesca) e contribuisce all&#8217;alimentazione umana.<br />
Troveremo molto spesso i beni trattati come risorse, soprattutto in una societ&agrave; in cui i  beni contribuiscono all&#8217;accumulazione e i cui esiti sono misurabili con il denaro. Ma la trasformazione di beni in risorse (economiche) &egrave; un problema peculiare che non pu&ograve; essere dato per scontato e che comunque incide sulla natura e sullo status dei beni. Un bene culturale che sia attrattore turistico &egrave; esposto ad usura e anche a modificazioni pi&ugrave; o meno reversibili. Alle sue riconosciute funzioni o valori sociali e culturali si aggiunge quella economica che pu&ograve; facilmente diventare dominante. Diciamo che i beni comuni sono anche risorse economiche ma che la loro funzione non si pu&ograve; ridurre al loro essere fattore di produzione. </p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">Beni comuni e ordine sociale</span></p>
<p>Torniamo quindi alla semantica del &ldquo;bene&rdquo;. Sottolineiamo in essa la nozione fondante che ci&ograve; che una societ&agrave; o il genere umano riconoscono come bene &egrave; qualcosa di fondativo, preliminare, essenziale, necessario e non facilmente sostituibile, n&eacute; riducibile al solo valore economico o di mercato, sebbene anche i valori di mercato siano possibili e dotati di senso solo sullo sfondo di un&#8217;ampia enciclopedia di beni riconosciuti come tali, prima ancora di diventare risorse utili e valorizzabili. Ma stiamo parlando di beni comuni, cio&egrave; di beni condivisi, anzi di beni che hanno la peculiarit&agrave; di fondare il legame sociale stesso. <br />
Perci&ograve; il discorso sui beni comuni ci conduce al cuore dell&#8217;ordine sociale, alla questione: come &egrave; possibile l&#8217;ordine sociale cio&egrave; una vita sociale ordinata, e quindi deliberata, riflessiva, capacitante? Anche per questa ragione &egrave; bene evitare all&#8217;inizio ogni riduzionismo economico, intendendo subito che i beni sono risorse, termine questo che implica una relazione di utilit&agrave;. Pi&ugrave; specificamente in societ&agrave; dominate dal motivo del denaro e del profitto i beni comuni servono a ricordarci l&#8217;esistenza di altre relazioni sia sociali sia tra uomo e natura diverse da quelle del reciproco sfruttamento. Essa esiste senz&#8217;altro, come &egrave; evidente, ma mentre &egrave; chiaro che l&#8217;uomo pu&ograve; volgere a suo vantaggio (per esempio per l&#8217;attivit&agrave; agricola o turistica) il clima, &egrave; anche chiaro che il clima &egrave; un presupposto della vita umana sulla terra. Ci&ograve; che &egrave; presupposto come condizione necessaria non pu&ograve; essere che in parte &ldquo;appropriata&rdquo; cio&egrave; trattata come risorsa.<br />
Allo stesso modo che, mentre posso dire certamente che io sono il mio corpo, anche perch&eacute; senza corpo non avrei una mente, non posso dire per&ograve; di essere il proprietario del corpo che io sono (i sistemi giuridici regolano minuziosamente eventuali parziali relazioni proprietarie tra un s&eacute; e il suo corpo, come nel caso della donazione del sangue e degli organi. Non a caso si preferisce qui il dono allo scambio monetario, proprio per evitare l&#8217;effetto di mercificazione del corpo umano di suoi organi e parti). </p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">I beni comuni, fondamento di una vita in comune</span></p>
<p>Un bene comune dunque sar&agrave; un bene che &egrave; riconosciuto come tale dalla societ&agrave; e dallo stesso genere umano (qui si apre un discorso sui <em>basic needs</em> condivisi per quanto in modalit&agrave; diverse in tutte le societ&agrave;). E sar&agrave; riconosciuto come bene prima ancora che come risorsa economica. La societ&agrave; cercher&agrave; poi di regolare sempre meglio il rapporto tra bene e risorsa, con regolazioni spesso molto complesse. Ed anche contraddittorie. L&#8217;elemento comune consiste ripetiamo nella condivisione necessaria, nella natura di presupposto necessario per la vita sociale di tutti, nell&#8217;essere fondamento di una vita in comune. </p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">La fiducia come bene comune</span></p>
<p>Si pu&ograve; fare, per chiudere, un esempio. La fiducia &egrave; un bene comune in quanto corrisponde a molte delle determinazioni indicate sopra. E&#8217; un bene molto apprezzato, perch&eacute; quando non ce n&#8217;&egrave; abbastanza gli scambi sociali diventano difficili o impossibili. Per&ograve; la fiducia non pu&ograve; essere prodotta ad hoc n&eacute; sostituita facilmente da meccanismi artificiali, per quanto anche questi si siano gradualmente evoluti. La fiducia disponibile come bene comune &egrave; una risultante di tante interazioni in cui qualcuno si &egrave; fidato. <br />
La fragilit&agrave; della fiducia dipende appunto dal fatto che dipende da molti effetti non programmatici dell&#8217;agire umano ed &egrave; anche facilmente erodibile da parte di defezionisti. Ci sono meccanismi sociali di difesa della fiducia, ma si &egrave; sempre in una situazione in cui di fiducia non ce n&#8217;&egrave; mai abbastanza. Si &egrave; spinti sia a fidarsi poco sia a deprecare che non ci si possa fidare. <br />
Eppure la fiducia &egrave; onnipresente, si pensi non solo al contratto, ma anche a tutti i rapporti che abbiamo con specialisti di vario genere dai quali non possiamo pi&ugrave; prescindere nelle vita sociale. La fiducia &egrave; sia un bene globale, che vale a livello sistemico, sia molto locale, in quanto radicata in specifiche relazioni, campi ed ambiti di attivit&agrave;. Ci si fida facilmente nelle cose piccole, ma &egrave; proprio nelle grandi che se ne avrebbe pi&ugrave; bisogno. <br />
Queste contorsioni descrivono bene i nostri rapporti coi beni comuni: invocati, abusati e deprecati per la loro insufficienza. Gran parte della vita sociale &egrave; descrivibile come un gioco strategico tra furbi e fessi. I primi non si fidano, i secondi s&igrave;. Il bene comune fiducia &egrave; affidato agli esiti di questo agonismo implicito, che per&ograve; a sua volta &egrave; molto segnato dal ruolo delle istituzioni. La fiducia sociale ed interpersonale &egrave; infatti molto legata alla nostra fiducia nelle istituzioni. Ma anche le istituzioni sono per molti versi beni comuni. Vedremo perch&eacute; la prossima volta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2010/06/beni-comuni-il-significato-delle-parole/">Beni comuni: il significato delle parole</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I beni comuni presi sul serio</title>
		<link>https://www.labsus.org/2010/05/i-beni-comuni-presi-sul-serio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Donolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 May 2010 13:52:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.labsus.org/2010/05/31/i-beni-comuni-presi-sul-serio/</guid>

					<description><![CDATA[<p>I frequentatori di questo sito &#8211; come chi si occupa di pratiche di sussidiariet&#224; e in genere gli operatori del Terzo settore &#8211; ben conoscono l&#8217;espressione &#8220;beni comuni&#8221;. Da qualche tempo essa &#232; entrata nel vocabolario del discorso pubblico, e perfino qualche volta in quello politico. Ci&#242; pu&#242; essere l&#8217;indizio di un nodo di problemi collettivi che tenta di emergere alla consapevolezza. Sappiamo anche, per&#242;, che per lo pi&#249; quelle parole sono utilizzate in modo generico, quando addirittura non vengono confusi beni comuni e bene comune. In questo modo &#8220;beni comuni&#8221; si prestano alla retorica dell&#8217;interesse generale, o magari della solidariet&#224; e della coesione. Dato poi che comunque essi non incidono sugli altri termini del discorso politico (quali: crescita economica, produttivit&#224; o debito pubblico) si tratta di un uso a basso costo, poco impegnativo e sostanzialmente ipocrita. Una riflessione sui beni comuni Se qui, invece, proponiamo una riflessione (che sar&#224; articolata su pi&#249; interventi e potr&#224; generare, se tutto va bene, una vera e propria rubrica dedicata al tema) sui beni comuni &#232; perch&#233; siamo convinti che quelle parole stanno assumendo un valore centrale per la nostra vita comune e per le prospettive della nostra societ&#224; nel contesto globale. &#200; necessario per&#242; prenderle molto sul serio, chiarirne il senso, e ricostruirne le tante implicazioni. E si pu&#242; subito anticipare che i beni comuni sono centrali per ogni processo sostenibile, per lo sviluppo locale, per la coesione sociale, per i processi di capacitazione individuale e collettiva. E che la stessa sussidiariet&#224; &#232; in primo luogo capacitazione al governo di beni comuni. Tutte belle cose che sar&#224; bene esaminare pi&#249; in dettaglio, come cercheremo di fare poco a poco. Il sapere stesso &#232; un bene comune A livello mondiale &#232; disponibile un&#8217;immensa letteratura sui beni comuni e sui loro problemi: economica, sociologica, giuridica, politica. Gli apparati analitici utilizzati sono molto complessi e non sempre di agevole comprensione per i non addetti ai lavori. Si potr&#224; notare subito, per&#242;, che questo corpo di conoscenze a sua volta costituisce un bene comune di grande rilievo, cognitivo e virtuale ed anche con grandi implicazioni normative. In generale il sapere &#232; un bene comune di prima grandezza, lo &#232; stato sempre come lo sono stati gli artefatti prodotti dall&#8217;intelligenza umana, ma oggi che siamo entrati in una fase storica definibile come &#8220;societ&#224; della conoscenza&#8221; ci&#242; &#232; ancora pi&#249; vero. E &#8211; proponendo un tema che poi sar&#224; approfondito &#8211; diremo che il governo dei beni comuni richiede conoscenza e consapevolezza sociale ben informata, e quindi una forte sinergia tra beni comuni naturali e virtuali (principalmente cognitivi ed istituzionali, e sotto quest&#8217;ultimo profilo ritroveremo anche la sussidiariet&#224;). Ci vuole un &#8220;collante sociale&#8221; Finora, prudentemente, non abbiamo ancora proposto una definizione del nostro oggetto. Abbiamo solo fatto appello ad intuizioni condivise, almeno all&#8217;interno del nostro pubblico di riferimento. &#8220;Si sa&#8221; che ci sono beni diversi da quelli oggetto di propriet&#224; privata, che esistono diverse forme proprietarie, variamente differenziate nei loro statuti giuridici, sappiamo infine che nelle nostre societ&#224; &#8211; che sono pur sempre pi&#249; capitalistiche che democratiche &#8211; si afferma una tendenza quasi violenta nel trasformare tutto quanto &#232; pubblico, comune, condiviso, in bene appropriato, privatizzato. Per ragioni che sono legate sia ai processi di accumulazione su scala globale, sia alla particolare configurazione dell&#8217;individuo ipermoderno, fondamentalmente utilitarista ed acquisitivo. Possiamo intuire, anche senza essere sociologi, che le societ&#224; per persistere nel tempo e non sfaldarsi rapidamente in modo entropico hanno bisogno di un legante condiviso, per quanto minimale, variamente identificato nelle varie dottrine. Ma sempre con riferimento a un elemento di condivisione, comunanza, compartecipazione. Nelle societ&#224; in cui il soggetto individuale si &#232; emancipato non solo da molti legami sociali pregressi e spesso obsoleti, ma anche in generale dall&#8217;idea che ci sia qualcosa che lo leghi al destino degli altri, &#232; diventato molto pi&#249; difficile identificare il fattore aggregante e il collante. Tutte le scienze sociali del &#8216;9 si arrovellano intorno a questa questione. I beni comuni sono un fattore aggregante Ora, anticipando una tesi che potr&#224; essere argomentata solo un poco alla volta, i beni comuni (prima ancora di definirli pi&#249; precisamente) sono un fattore di quel tipo, o forse addirittura sono appunto l&#8217;elemento unificante che si stava cercando. L&#8217;emergere dell&#8217;espressione &#8220;beni comuni&#8221; nel discorso pubblico sembra segnalare che la crisi del legame sociale, nelle societ&#224; pi&#249; modernizzate senz&#8217;altro, ma in forme anche pi&#249; drammatiche e paradossali in quelle che ora si stanno avviando ad alta velocit&#224; su un sentiero di crescita, ha raggiunto livelli assai critici e che la ricerca di una base comune diventa sempre pi&#249; impellente. Vedremo poi se e fino a che punto i beni comuni potranno soddisfare questa esigenza, che ormai viene formulata anche nei documenti programmatici delle grandi agenzie internazionali oltre che in quelli dell&#8217;Unione Europea. L&#8217;assoluta centralit&#224; dello statuto dei beni comuni Per cominciare a soddisfare una legittima curiosit&#224; diciamo che i beni comuni sono un insieme di beni necessariamente condivisi. Sono beni in quanto permettono il dispiegarsi della vita sociale, la soluzione di problemi collettivi, la sussistenza dell&#8217;uomo nel suo rapporto con gli ecosistemi di cui &#232; parte. Sono condivisi in quanto, sebbene l&#8217;esclusione di qualcuno o di qualche gruppo dalla loro agibilit&#224; sia spesso possibile ed anche una realt&#224; fin troppo frequente, essi stanno meglio e forniscono le loro migliori qualit&#224; quando siano trattati e quindi anche governati e regolati come beni &#8220;in comune&#8221;, a tutti accessibili almeno in via di principio. Sono condivisi anche in un senso pi&#249; forte, in quanto solo la loro condivisione ne garantisce la riproduzione allargata nel tempo, e almeno per un nucleo pi&#249; duro di beni comuni &#8220;essenziali&#8221; se non condivisi (il che propone sempre problemi di contratto sociale, di governance e di buongoverno) la vita sociale diventa insostenibile fino a un punto di catastrofe. La rilevanza dell&#8217;aggettivo &#8220;comune&#8221; viene enfatizzata dal dato di fatto che i processi dominanti oggi a livello locale e globale sono invece centrati su appropriazione, privatizzazione e sottrazione alla fruizione condivisa di tantissimi di questi beni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2010/05/i-beni-comuni-presi-sul-serio/">I beni comuni presi sul serio</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I frequentatori di questo sito &ndash; come chi si occupa di pratiche di sussidiariet&agrave; e in genere gli operatori del Terzo settore &ndash; ben conoscono l&#8217;espressione &ldquo;beni comuni&rdquo;. Da qualche tempo essa &egrave; entrata nel vocabolario del discorso pubblico, e perfino qualche volta in quello politico. Ci&ograve; pu&ograve; essere l&#8217;indizio di un nodo di problemi collettivi che tenta di emergere alla consapevolezza. Sappiamo anche, per&ograve;, che per lo pi&ugrave; quelle parole sono utilizzate in modo generico, quando addirittura non vengono confusi beni comuni e bene comune. In questo modo &ldquo;beni comuni&rdquo; si prestano alla retorica dell&#8217;interesse generale, o magari della solidariet&agrave; e della coesione. Dato poi che comunque essi non incidono sugli altri termini del discorso politico (quali: crescita economica, produttivit&agrave; o debito pubblico) si tratta di un uso a basso costo, poco impegnativo e sostanzialmente ipocrita.</p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">Una riflessione sui beni comuni</span></p>
<p>Se qui, invece, proponiamo  una riflessione (che sar&agrave; articolata su pi&ugrave; interventi e potr&agrave; generare, se tutto va bene, una vera e propria rubrica dedicata al tema) sui beni comuni &egrave; perch&eacute; siamo convinti che quelle parole stanno assumendo un valore centrale per la nostra vita comune e per le prospettive della nostra societ&agrave; nel contesto globale. &Egrave; necessario per&ograve; prenderle molto sul serio, chiarirne il senso, e ricostruirne le tante implicazioni. E si pu&ograve; subito anticipare che i beni comuni sono centrali per ogni processo sostenibile, per lo sviluppo locale, per la coesione sociale, per i processi di capacitazione individuale e collettiva. E che la stessa sussidiariet&agrave; &egrave; in primo luogo capacitazione al governo di beni comuni. Tutte belle cose che sar&agrave; bene esaminare pi&ugrave; in dettaglio, come cercheremo di fare poco a poco. </p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">Il sapere stesso &egrave; un bene comune</span></p>
<p>A livello mondiale &egrave; disponibile un&#8217;immensa letteratura sui beni comuni e sui loro problemi: economica, sociologica, giuridica, politica. Gli apparati analitici utilizzati sono molto complessi e non sempre di agevole comprensione per i non addetti ai lavori. Si potr&agrave; notare subito, per&ograve;, che questo corpo di conoscenze a sua volta costituisce un bene comune di grande rilievo, cognitivo e virtuale ed anche con grandi implicazioni normative. In generale il sapere &egrave; un bene comune di prima grandezza, lo &egrave; stato sempre come lo sono stati gli artefatti prodotti dall&#8217;intelligenza umana, ma oggi che siamo entrati in una fase storica definibile come &ldquo;societ&agrave; della conoscenza&rdquo; ci&ograve; &egrave; ancora pi&ugrave; vero. E &#8211; proponendo un tema che poi sar&agrave; approfondito &#8211; diremo che il governo dei beni comuni richiede conoscenza e consapevolezza sociale ben informata, e quindi una forte sinergia tra beni comuni naturali e virtuali (principalmente cognitivi ed istituzionali, e sotto quest&#8217;ultimo profilo ritroveremo anche la sussidiariet&agrave;).</p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">Ci vuole un &ldquo;collante sociale&rdquo;</span></p>
<p>Finora, prudentemente, non abbiamo ancora proposto una definizione del nostro oggetto. Abbiamo solo fatto appello ad intuizioni condivise, almeno all&#8217;interno del nostro pubblico di riferimento. &ldquo;Si sa&rdquo; che ci sono beni diversi da quelli oggetto di propriet&agrave; privata, che esistono diverse forme proprietarie, variamente differenziate nei loro statuti giuridici, sappiamo infine che nelle nostre societ&agrave; &ndash; che sono pur sempre pi&ugrave; capitalistiche che democratiche &ndash; si afferma una tendenza quasi violenta nel trasformare tutto quanto &egrave; pubblico, comune, condiviso, in bene appropriato, privatizzato. Per ragioni che sono legate sia ai processi di accumulazione su scala globale, sia alla particolare configurazione dell&#8217;individuo ipermoderno, fondamentalmente utilitarista ed acquisitivo. <br />
Possiamo intuire, anche senza essere sociologi, che le societ&agrave; per persistere nel tempo e non sfaldarsi rapidamente in modo entropico hanno bisogno di un legante condiviso, per quanto minimale, variamente identificato nelle varie dottrine. Ma sempre con riferimento a un elemento di condivisione, comunanza, compartecipazione. Nelle societ&agrave; in cui il soggetto individuale si &egrave; emancipato non solo da molti legami sociali pregressi e spesso obsoleti, ma anche in generale dall&#8217;idea che ci sia qualcosa che lo leghi al destino degli altri, &egrave; diventato molto pi&ugrave; difficile identificare il fattore aggregante e il collante. Tutte le scienze sociali del &#8216;9 si arrovellano intorno a questa questione. </p>
<p>
<span class="TITOLETTO_UNO">I beni comuni sono un fattore aggregante</span></p>
<p>Ora, anticipando una tesi che potr&agrave; essere argomentata solo un poco alla volta, i beni comuni (prima ancora di definirli pi&ugrave; precisamente) sono un fattore di quel tipo, o forse addirittura sono appunto l&#8217;elemento unificante che si stava cercando. L&#8217;emergere dell&#8217;espressione &ldquo;beni comuni&rdquo; nel discorso pubblico sembra segnalare che la crisi del legame sociale, nelle societ&agrave; pi&ugrave; modernizzate senz&#8217;altro, ma in forme anche pi&ugrave; drammatiche e paradossali in quelle che ora si stanno avviando ad alta velocit&agrave; su un sentiero di crescita, ha raggiunto livelli assai critici e che la ricerca di una base comune diventa sempre pi&ugrave; impellente. Vedremo poi se e fino a che punto i beni comuni potranno soddisfare questa esigenza, che ormai viene formulata anche nei documenti programmatici delle grandi agenzie internazionali oltre che in quelli dell&#8217;Unione Europea.</p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">L&#8217;assoluta centralit&agrave; dello statuto dei beni comuni</span></p>
<p>Per cominciare a soddisfare una legittima curiosit&agrave; diciamo che i beni comuni sono un insieme di beni necessariamente condivisi. Sono beni in quanto permettono il dispiegarsi della vita sociale, la soluzione di problemi collettivi, la sussistenza dell&#8217;uomo nel suo rapporto con gli ecosistemi di cui &egrave; parte. Sono condivisi in quanto, sebbene l&#8217;esclusione di qualcuno o di qualche gruppo dalla loro agibilit&agrave; sia spesso possibile ed anche una realt&agrave; fin troppo frequente, essi stanno meglio e forniscono le loro migliori qualit&agrave; quando siano trattati e quindi anche governati e regolati come beni &ldquo;in comune&rdquo;, a tutti accessibili almeno in via di principio. <br />
Sono condivisi anche in un senso pi&ugrave; forte, in quanto solo la loro condivisione ne garantisce la riproduzione allargata nel tempo, e almeno per un nucleo pi&ugrave; duro di beni comuni &ldquo;essenziali&rdquo; se non condivisi (il che propone sempre problemi di contratto sociale, di governance e di buongoverno) la vita sociale diventa insostenibile fino a un punto di catastrofe. La rilevanza dell&#8217;aggettivo &ldquo;comune&rdquo; viene enfatizzata dal dato di fatto che i processi dominanti oggi a livello locale e globale sono invece centrati su appropriazione, privatizzazione e sottrazione alla fruizione condivisa di tantissimi di questi beni. Da qui l&#8217;inevitabile conflitto sullo statuto dei beni comuni, un tema questo che &#8211; tanto per capirci &#8211; ha oggi lo stesso rilievo che potevano avere a met&agrave; ottocento la lotta di classe e il socialismo. </p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">Beni comuni naturali e virtuali</span></p>
<p>Nell&#8217;universo dei beni comuni rientrano, in primo luogo, i beni comuni &ldquo;naturali&rdquo; intesi come l&#8217;insieme delle risorse naturali e dei servizi che gli ecosistemi forniscono al genere umano. In secondo luogo, i beni che l&#8217;intelligenza umana ha progressivamente creato, in termini di conoscenza, saper fare, istituzioni, norme, visioni. Specificamente poi quella parte di intelligenza che &egrave; stata applicata al governo dei beni comuni naturali, quella complessa interfaccia che rende possibile e produttivo lo scambio uomo-natura, e che oggi potremo sintetizzare nella parola tecnologia. Questa componente la chiameremo dei &ldquo;beni comuni virtuali e artificiali&rdquo;. Essi si &ldquo;aggiungono&rdquo; a quelli naturali come uno strato ulteriore sia funzionale che di senso. Lo si pu&ograve; capire pensando a un paesaggio che &egrave; insieme ecosistema (bene comune naturale), artificio (come effetto per esempio di pratiche culturali)  e bene simbolico (valore culturale interpretato ed istituito). La complessa relazione tra beni comuni naturali e virtuali sar&agrave; uno dei temi pi&ugrave; critici di cui dovremo occuparci.<br />
Anche cos&igrave; siamo restati sulle generali. Ma qui volevamo suscitare interesse per un tema che per la sua complessit&agrave; pu&ograve; essere sviluppato solo a tappe. Quindi alla prossima. </p>
<p><span class="TITOLETTO_UNO">Letture per approfondire</span></p>
<p>Il lettore interessato pu&ograve; leggere con profitto: E. Ostrom, Governare i beni collettivi, Marsilio; Bratti-Vaccari (a cura), Gestire i beni comuni, Edizioni Ambiente; F. Cassano, Homo civicus, Dedalo; C. Donolo, Sostenere lo sviluppo, B. Mondadori.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2010/05/i-beni-comuni-presi-sul-serio/">I beni comuni presi sul serio</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
