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	<title>Francesco Gentili, Autore presso Labsus</title>
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	<title>Francesco Gentili, Autore presso Labsus</title>
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		<title>La Roma che inventa e resiste: Nonostante Roma</title>
		<link>https://www.labsus.org/2019/02/la-roma-che-inventa-e-resiste-nonostante-roma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Gentili]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 11:44:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beni comuni e amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Storie e notizie]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[docufilm]]></category>
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		<category><![CDATA[roma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È la più classica delle boccate di aria fresca quella che si respira mentre scorrono frettolosi i pochi minuti di proiezione di Nonostante Roma, il &#8220;lungo&#8221; cortometraggio con cui Tiziano Locci, 23 anni, racconta una Roma che resiste. Collettivi, occupazioni, aggregazioni, comitati: c’è il concetto di comunità al centro di un documentario che in 28 minuti prova a raccontare alcune delle esperienze che tornano a dare speranza alla Capitale d’Italia. Perché, in fondo, esiste una Roma migliore della sua immagine riflessa. Dall&#8217;Aniene a Portonaccio Si racconta, ad esempio, dell’aggregazione che si è creata intorno alle partite di cricket di una pacifica gang di amatori romano-cingalesi che, nei week end, invadono il parco dell’Aniene per disputare il loro campionato federale, raccogliendo il curioso interesse dei tanti residenti che approfittano del sole primaverile per stare insieme ed approcciarsi ad una tradizione sinora sconosciuta. È oltremodo apprezzabile lo sforzo con cui l’occupazione del locale caldaie da parte degli inquilini di uno stabile al Quarticciolo e la palestra che ne è nata garantisca sicurezza e futuro ai giovani residenti, sfuggendo alla solitudine che da decenni pervade i rioni di edilizia popolare novecentesca nelle periferie della capitale. Restituisce invece dignità ai cittadini in cerca di una bussola o di un lavoro l’occupazione di un’ex fabbrica a Portonaccio a cui hanno dato vita gli stessi operai che la fabbrica la vivevano e che hanno deciso di farla sopravvivere attraverso il loro lavoro quotidiano, tra opere di tappezzeria e riparazioni di elettrodomestici destinati alla discarica. Perché alle Officine Zero, come racconta Mario, grazie al lavoro di tutti, può succedere di tutto: chi ha perso un lavoro può tornare a sorridere ed uno spazio abbandonato può tornare ad essere utilizzato. Perché alle Officine Zero “chi entra tondo non è detto che non possa morì quadrato”. È edificante lo spezzone dedicato ai cicloamatori del G.R.A.B., che hanno progettato un grande raccordo anulare (G.R.A., appunto) alternativo: ciclabile! E sono gli stessi cicloamatori a renderlo vivo, utile, fruibile, aggregante. Un magnifico spazio di socialità Merito di Locci è quello di riuscire a fornire al pubblico un prodotto divenuto ormai merce assai rara in città: una nuova idea di Roma. La velocità con cui scorrono le immagini e le parole dei protagonisti, vittime di una fretta che a quanto sembra ha imposto al regista di racchiudere il suo racconto in meno di trenta minuti, sebbene attenti alla qualità della proiezione, non può che trasmettere quel messaggio prezioso che è la speranza di una città diversa. È innegabile che una Roma migliore esista e passi di qua. E che, dopo mille esperimenti più o meno falliti, torni alla base il concetto di comunità ed aggregazione, costringendo gli addetti ai lavori a tornare a rivolgersi ad una platea di cittadini che rifiutano di essere considerati meri consumatori passivi e che, al contrario, pretendono di entrare nei gangli dell’amministrazione cittadina fornendo un contributo decisivo al perseguimento dell’interesse generale; non per sopperire alle mancanze di un’amministrazione inefficace, ma con la finalità ultima di ridare valore al loro essere componenti di una collettività, costretta, però, a navigare a vista, ben ancorata ad un binario che la condurrà, in assenza di alternative, ad una inevitabile dissoluzione. A tal proposito sarà senz’altro di aiuto la mappa interattiva a cui So.d.A., la Società delle Azioni di Roma, ha dato vita, fornendo una guida toponomastica alle esperienze di attivismo civico capitolino. Roma però ha dimostrato di essere capace di altro, di saper sorprendere anche l’osservatore più scettico. Per far questo sarà indispensabile cominciare a dare valore anche alle esperienze che Locci racconta. C’è una comunità attiva che va coltivata, foraggiata, ed il cui terreno va lasciato sgombro da ostacoli e lungaggini burocratiche. Quella comunità che è in grado di far tornare Roma al suo splendore, restituendole le sue peculiarità di città modello: partecipazione, solidarietà, sorpresa. Sarà allora tornata in auge quell’antica romanità, autentica e civile, che ha consentito ai tanti forestieri che nei secoli l’hanno attraversata di pensare a Roma come a quel magnifico spazio di socialità in cui tutto è possibile. Perché a Roma, come alle Officine Zero di Portonaccio, nonostante Roma, chi nasce tondo, “non è poi detto non possa morì quadrato”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2019/02/la-roma-che-inventa-e-resiste-nonostante-roma/">La Roma che inventa e resiste: Nonostante Roma</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">È la più classica delle boccate di aria fresca quella che si respira mentre scorrono frettolosi i pochi minuti di proiezione di <em><strong>Nonostante Roma</strong></em>, il &#8220;lungo&#8221; cortometraggio con cui <strong>Tiziano Locci</strong>, 23 anni, racconta una Roma che resiste. Collettivi, occupazioni, aggregazioni, comitati: c’è il concetto di comunità al centro di un documentario che in 28 minuti prova a raccontare alcune delle esperienze che tornano a dare speranza alla Capitale d’Italia. Perché, in fondo, <strong>esiste una Roma migliore della sua immagine riflessa</strong>.</p>
<h4>Dall&#8217;Aniene a Portonaccio</h4>
<p style="text-align: justify;">Si racconta, ad esempio, dell’aggregazione che si è creata intorno alle partite di cricket di una pacifica gang di amatori romano-cingalesi che, nei week end, invadono <strong>il parco dell’Aniene</strong> per disputare il loro campionato federale, raccogliendo il curioso interesse dei tanti residenti che approfittano del sole primaverile per stare insieme ed approcciarsi ad una tradizione sinora sconosciuta.<br />
È oltremodo apprezzabile lo sforzo con cui l’occupazione del locale caldaie da parte degli inquilini di uno stabile al <strong>Quarticciolo</strong> e la palestra che ne è nata garantisca sicurezza e futuro ai giovani residenti, sfuggendo alla solitudine che da decenni pervade i rioni di edilizia popolare novecentesca nelle periferie della capitale. Restituisce invece dignità ai cittadini in cerca di una bussola o di un lavoro l’occupazione di un’<a href="http://www.labsus.org/2018/06/i-maghi-di-oz-officine-zero-cinque-anni-di-vera-innovazione-sociale/" target="_blank" rel="noopener">ex fabbrica a <strong>Portonaccio</strong></a> a cui hanno dato vita gli stessi operai che la fabbrica la vivevano e che hanno deciso di farla sopravvivere attraverso il loro lavoro quotidiano, tra opere di tappezzeria e riparazioni di elettrodomestici destinati alla discarica. Perché alle <strong>Officine Zero</strong>, come racconta Mario, grazie al lavoro di tutti, può succedere di tutto: chi ha perso un lavoro può tornare a sorridere ed uno spazio abbandonato può tornare ad essere utilizzato. Perché alle Officine Zero “<strong>chi entra tondo non è detto che non possa morì quadrato</strong>”. È edificante lo spezzone dedicato ai cicloamatori del <strong>G.R.A.B.</strong>, che hanno progettato un grande raccordo anulare (G.R.A., appunto) alternativo: ciclabile! E <strong>sono gli stessi cicloamatori a renderlo vivo, utile, fruibile, aggregante</strong>.</p>
<h4>Un magnifico spazio di socialità</h4>
<p style="text-align: justify;">Merito di Locci è quello di riuscire a fornire al pubblico un prodotto divenuto ormai merce assai rara in città: una nuova idea di Roma. La velocità con cui scorrono le immagini e le parole dei protagonisti, vittime di una fretta che a quanto sembra ha imposto al regista di racchiudere il suo racconto in meno di trenta minuti, sebbene attenti alla qualità della proiezione, non può che trasmettere quel messaggio prezioso che è <strong>la speranza di una città diversa</strong>. È innegabile che una Roma migliore esista e passi di qua. E che, dopo mille esperimenti più o meno falliti, torni alla base il concetto di comunità ed aggregazione, costringendo gli addetti ai lavori a tornare a rivolgersi ad una platea di cittadini che rifiutano di essere considerati meri consumatori passivi e che, al contrario, pretendono di <strong>entrare nei gangli dell’amministrazione cittadina fornendo un contributo decisivo al perseguimento dell’interesse generale</strong>; non per sopperire alle mancanze di un’amministrazione inefficace, ma con la finalità ultima di ridare valore al loro essere componenti di una collettività, costretta, però, a navigare a vista, ben ancorata ad un binario che la condurrà, in assenza di alternative, ad una inevitabile dissoluzione. A tal proposito sarà senz’altro di aiuto la <strong>mappa interattiva</strong> a cui So.d.A., la <a href="https://www.urbanexperience.it/soda-2/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Società delle Azioni di Roma</strong></a>, ha dato vita, fornendo una guida toponomastica alle esperienze di attivismo civico capitolino. Roma però ha dimostrato di essere capace di altro, di saper sorprendere anche l’osservatore più scettico. Per far questo sarà indispensabile cominciare a dare valore anche alle esperienze che Locci racconta. <strong>C’è una comunità attiva che va coltivata, foraggiata, ed il cui terreno va lasciato sgombro da ostacoli e lungaggini burocratiche</strong>.<br />
Quella comunità che è in grado di far tornare Roma al suo splendore, restituendole le sue peculiarità di città modello: partecipazione, solidarietà, sorpresa. Sarà allora tornata in auge quell’antica romanità, autentica e civile, che ha consentito ai tanti forestieri che nei secoli l’hanno attraversata di pensare a Roma come a quel magnifico spazio di socialità in cui tutto è possibile. Perché a Roma, come alle Officine Zero di Portonaccio, nonostante Roma, chi nasce tondo, “<strong>non è poi detto non possa morì quadrato</strong>”.</p>
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		<title>A scuola di cultura nella Jimmy &#8216; s Hall!</title>
		<link>https://www.labsus.org/2015/08/a-scuola-di-cultura-nella-jimmys-hall/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Gentili]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2015 08:12:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[centri sociali]]></category>
		<category><![CDATA[condivisione]]></category>
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		<category><![CDATA[spazi comuni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tornato dalle Americhe dopo dieci anni di esilio forzato, Jimmy Gralton trova un&#8217;Irlanda completamente mutata: le lotte per l&#8217;indipendenza e la conseguente guerra civile che ne era nata avevano lasciato il segno negli animi dei compaesani di Jimmy e nell&#8217;aria che si respirava attorno alle verdi colline che circondano la vecchia fattoria di famiglia. La pace, lentamente, sembrava consolidarsi. Ma di certo, il neonato e debole governo non poteva pretendere di rivoluzionare le coscienze dei vecchi bigotti e teocratici irlandesi che continuavano nella loro opera persuasiva, osteggiando ogni forma di progresso sociale e culturale. Ma Jimmy decide di sfidarli e, dopo insistenti richieste, riaprire la sala, la hall appunto, in cui prima del suo esilio, in un&#8217;Irlanda ben più reazionaria, lui, giovane comunista, concedeva a chiunque la possibilità  di liberare la propria arte e la propria cultura ed offrirla all&#8217;interesse pubblico. Tacciati di blasfemia, impudicizia e, appunto, comunismo, Jimmy e i suoi dovranno sfidare continuamente gli ostacoli che vengono frapposti dal vecchio parroco del paese e dall&#8217;ala più conservatrice degli abitanti della zona e delle contee vicine. Ken Loach non abbandona il suo già  noto spirito critico e riesce con maestria invidiabile ad offrire al grande pubblico l&#8217;attualità  evidente di una vicenda appartenuta al passato ed abbandonata troppo presto nel cassetto del dimenticatoio. La vera storia di Jimmy Gralton e del suo salone viene infatti interpretata come una dimostrazione di continuità  delle battaglie sociali di passato e presente, e di come condivisione, solidarietà  e cultura siano valori senza tempo che, però, non smettono di trovare rallentamenti, ostacoli e strapiombi nel loro percorso verso la piena e profonda realizzazione. Il cineasta britannico ottiene il difficile risultato di trasmettere allo spettatore il messaggio che il protagonista del suo lungometraggio non smette mai di ripetere: dal balletto delle giovani donne di paese e dalla condivisione di uno spazio comune la strada verso la cultura e, quindi, verso la piena realizzazione della persona umana è breve e già  segnata. Sono di autenticità  magistrale le scene con cui l&#8217;autore esprime il desiderio di comunità , di riappropriazione di uno spazio in cui condividere, creare cultura e, quindi, sapere critico, conoscenza e libero divertimento che accompagnano le storie degli amici di Jimmy. I protagonisti della pellicola chiedono a gran voce di condividere le loro vite e di poter finalmente liberare le proprie energie, al fine di creare gli strumenti necessari a costruire una cultura di comunità . Una cultura che, in fin dei conti, assicura l&#8217;abbandono di un&#8217;esistenza stantìa e oppressa, alla ricerca di una condivisione di felicità  che, mai come in questo caso, fa rima con libertà . LEGGI ANCHE: Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà  L&#8217;Italia agli italiani: istruzioni e ostruzioni per il patrimonio culturale La cultura come un bene comune &#160; &#160;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2015/08/a-scuola-di-cultura-nella-jimmys-hall/">A scuola di cultura nella Jimmy &#8216; s Hall!</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tornato dalle Americhe dopo dieci anni di esilio forzato, <strong>Jimmy Gralton</strong> trova un&#8217;Irlanda completamente mutata: le lotte per l&#8217;indipendenza e la conseguente guerra civile che ne era nata avevano lasciato il segno negli animi dei compaesani di Jimmy e nell&#8217;aria che si respirava attorno alle verdi colline che circondano la vecchia fattoria di famiglia. La pace, lentamente, sembrava consolidarsi. Ma di certo, il neonato e debole governo non poteva pretendere di rivoluzionare le coscienze dei vecchi bigotti e teocratici irlandesi che continuavano nella loro opera persuasiva, osteggiando ogni forma di progresso sociale e culturale.</p>
<p>Ma Jimmy decide di sfidarli e, dopo insistenti richieste, riaprire la sala, la hall appunto, in cui prima del suo esilio, in un&#8217;Irlanda ben più reazionaria, lui, giovane comunista, concedeva a chiunque la possibilità  di liberare la propria arte e la propria cultura ed offrirla all&#8217;interesse pubblico.<br />
Tacciati di blasfemia, impudicizia e, appunto, comunismo, Jimmy e i suoi dovranno sfidare continuamente gli ostacoli che vengono frapposti dal vecchio parroco del paese e dall&#8217;ala più conservatrice degli abitanti della zona e delle contee vicine.</p>
<p><strong>Ken Loach</strong> non abbandona il suo già  noto spirito critico e riesce con maestria invidiabile ad offrire al grande pubblico l&#8217;attualità  evidente di una vicenda appartenuta al passato ed abbandonata troppo presto nel cassetto del dimenticatoio. <strong>La vera storia di Jimmy Gralton e del suo salone viene infatti interpretata come una dimostrazione di continuità  delle battaglie sociali di passato e presente, e di come condivisione, solidarietà  e cultura siano valori senza tempo</strong> che, però, non smettono di trovare rallentamenti, ostacoli e strapiombi nel loro percorso verso la piena e profonda realizzazione. Il cineasta britannico ottiene il difficile risultato di trasmettere allo spettatore il messaggio che il protagonista del suo lungometraggio non smette mai di ripetere: dal balletto delle giovani donne di paese e dalla condivisione di uno spazio comune la strada verso la cultura e, quindi, verso la piena realizzazione della persona umana è breve e già  segnata.</p>
<p>Sono di autenticità  magistrale le scene con cui l&#8217;autore esprime il <strong>desiderio di comunità </strong>, di <strong>riappropriazione di uno spazio in cui condividere, creare cultura e, quindi, sapere critico, conoscenza e libero divertimento che accompagnano le storie degli amici di Jimmy</strong>.</p>
<p>I protagonisti della pellicola chiedono a gran voce di condividere le loro vite e di poter finalmente liberare le proprie energie, al fine di creare gli strumenti necessari a costruire una <strong>cultura di comunità </strong>. Una cultura che, in fin dei conti, assicura l&#8217;abbandono di un&#8217;esistenza stantìa e oppressa, alla ricerca di una condivisione di felicità  che, mai come in questo caso, fa rima con libertà .</p>
<p><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<ul>
<li><a title="Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà " href="https://www.labsus.org/2014/10/il-patrimonio-culturale-e-la-democrazia-che-verra/" target="_blank">Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà </a></li>
<li><a title="L'Italia agli italiani: istruzioni e ostruzioni per il patrimonio culturale" href="http://www.labsus.org/2015/03/litalia-agli-italiani-istruzioni-e-ostruzioni-per-il-patrimonio-culturale/" target="_blank">L&#8217;Italia agli italiani: istruzioni e ostruzioni per il patrimonio culturale</a></li>
<li><a title="La cultura come un bene comune" href="http://www.labsus.org/2013/08/cultura-bene-comune/" target="_blank">La cultura come un bene comune</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2015/08/a-scuola-di-cultura-nella-jimmys-hall/">A scuola di cultura nella Jimmy &#8216; s Hall!</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>àˆ giunto il momento di  &#8221; riusare l &#8216; Italia &#8221; !</title>
		<link>https://www.labsus.org/2015/03/e-giunto-il-momento-di-riusare-litalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Gentili]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2015 09:47:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[campagnoli]]></category>
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		<category><![CDATA[riusiamo l'italia]]></category>
		<category><![CDATA[start-up]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8221; Riusiamo l&#8217;Italia &#8221; è il saggio con cui Giovanni Campagnoli racconta l&#8217;esperienza maturata negli anni come docente di economia ed esperto di politiche giovanili.  L&#8217;autore, dopo anni di esperienza, ha individuato gli ostacoli che compromettono l&#8217;ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e che hanno costretto la percentuale di disoccupazione giovanile a crescere ben oltre il 40%. Le politiche atte a tamponare tale fenomeno, adottate in un periodo di profonda crisi come quello contemporaneo, si sono dimostrate però inefficaci. Grandi infrastrutture, enormi investimenti e &#8220;macro-manovre&#8221; finanziarie non sono state in grado di costituire un valido strumento di sviluppo. Giovanni Campagnoli analizza il problema ed espone la sua ricetta: ripartire dalla collaborazione tra cittadini ed istituzioni per risanare e ridare vita ai numerosissimi beni abbandonati sparsi per tutto il territorio nazionale. E&#8217; questo infatti, secondo l&#8217;autore, lo sviluppo di cui ha bisogno il nostro Paese. Sono proprio questi i luoghi in grado di far fronte alle esigenze manifestate dai giovani conosciuti da quest&#8217;ultimo durante il suo lungo lavoro: spazi nuovi, liberi, condivisi in cui sviluppare idee creative ed innovative. Questo saggio offre una raccolta delle operazioni che dovrebbero accompagnare l&#8217;intraprendenza di giovani imprenditori che manifestino la volontà  di ridare vita a questi spazi e renderli dei veri e propri luoghi di sviluppo. E&#8217; evidente che la new economy ha dato vita ad un nuovo fattore produttivo: a capitale, terra e lavoro è andata ad aggiungersi, infatti, la creatività , l&#8217;innovazione. La chiave per elaborare una risposta alla crisi economica deve poggiare, dunque, su idee nuove che sappiano far tesoro degli errori del passato e sviluppare percorsi nuovi, moderni, innovativi in grado di riutilizzare i beni già  esistenti. Capannoni industriali, stazioni ferroviarie, cinema, scuole ed oltre 5 milioni di case abbandonate costituiscono un&#8217;ottima base su cui poter progettare un futuro prospero e sostenibile. Sono molteplici, inoltre, i vantaggi che tali tipi di iniziative garantiscono: da un lato, l&#8217;amministrazione pubblica non è costretta ad intraprendere investimenti eccessivamente gravosi, necessari per la costruzioni di grandi infrastrutture che, negli anni, si sono rivelate spesso inefficaci. Dall&#8217;altro si permette ai giovani di rigenerare, curare e gestire (anche grazie al Regolamento sulla collaborazione per la cura e rigenerazione dei beni comuni urbani e a sperimentazioni come CO-Mantova) immobili che possono costituire spazi di aggregazione e socialità , ma soprattutto nuovo sviluppo e nuovo lavoro per i giovani innovatori sociali italiani. Politiche pubbliche di questo tipo paiono in grado di assicurare uno sviluppo economico locale  guidato dalla comunità  e quindi possono invertire la logica degli ultimi decenni basata sulla convinzione di poter  garantire crescita economica e progresso sociale allontanando i cittadini dalle istituzioni e solo tramite l&#8217;elargizione a pioggia di risorse pubbliche dall&#8217;alto. LEGGI ANCHE: Economia e diritto dei beni comuni Ricompriamoci i beni comuni L&#8217;equivoco del Sud   La sussidiarietà ? Può dare lavoro e produrre sviluppo Nuove idee Sotto il Viadotto</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2015/03/e-giunto-il-momento-di-riusare-litalia/">àˆ giunto il momento di  &#8221; riusare l &#8216; Italia &#8221; !</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> &#8221; Riusiamo l&#8217;Italia &#8221; </strong> è il saggio con cui <strong>Giovanni Campagnoli</strong> racconta l&#8217;esperienza maturata negli anni come docente di economia ed esperto di politiche giovanili.  L&#8217;autore, dopo anni di esperienza, ha individuato gli ostacoli che compromettono l&#8217;ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e che hanno costretto la percentuale di disoccupazione giovanile a crescere ben oltre il 40%. Le politiche atte a tamponare tale fenomeno, adottate in un periodo di profonda crisi come quello contemporaneo, si sono dimostrate però inefficaci. Grandi infrastrutture, enormi investimenti e &#8220;macro-manovre&#8221; finanziarie non sono state in grado di costituire un valido strumento di sviluppo.</p>
<p>Giovanni Campagnoli analizza il problema ed espone la sua ricetta: ripartire dalla collaborazione tra cittadini ed istituzioni per risanare e ridare vita ai numerosissimi beni abbandonati sparsi per tutto il territorio nazionale.  E&#8217;  questo infatti, secondo l&#8217;autore, lo sviluppo di cui ha bisogno il nostro Paese. Sono proprio questi i luoghi in grado di far fronte alle esigenze manifestate dai giovani conosciuti da quest&#8217;ultimo durante il suo lungo lavoro: spazi nuovi, liberi, condivisi in cui sviluppare idee creative ed innovative. Questo saggio offre una raccolta delle operazioni che dovrebbero accompagnare l&#8217;intraprendenza di giovani imprenditori che manifestino la volontà  di ridare vita a questi spazi e renderli dei veri e propri luoghi di sviluppo.</p>
<p> E&#8217;  evidente che la new economy ha dato vita ad un nuovo fattore produttivo: a capitale, terra e lavoro è andata ad aggiungersi, infatti, la creatività , l&#8217;innovazione. La chiave per elaborare una risposta alla crisi economica deve poggiare, dunque, su idee nuove che sappiano far tesoro degli errori del passato e sviluppare percorsi nuovi, moderni, innovativi in grado di riutilizzare i beni già  esistenti. Capannoni industriali, stazioni ferroviarie, cinema, scuole ed oltre 5 milioni di case abbandonate costituiscono un&#8217;ottima base su cui poter progettare un futuro prospero e sostenibile.</p>
<p>Sono molteplici, inoltre, i vantaggi che tali tipi di iniziative garantiscono: da un lato, l&#8217;amministrazione pubblica non è costretta ad intraprendere investimenti eccessivamente gravosi, necessari per la costruzioni di grandi infrastrutture che, negli anni, si sono rivelate spesso inefficaci. Dall&#8217;altro si permette ai giovani di rigenerare, curare e gestire (anche grazie al <a href="http://www.comune.bologna.it/comunita/beni-comuni">Regolamento sulla collaborazione per la cura e rigenerazione dei beni comuni urbani</a> e a sperimentazioni come <a href="http://www.co-mantova.it">CO-Mantova</a>) immobili che possono costituire spazi di aggregazione e socialità , ma soprattutto nuovo sviluppo e nuovo lavoro per i giovani innovatori sociali italiani.</p>
<p>Politiche pubbliche di questo tipo paiono in grado di assicurare uno sviluppo economico locale   guidato dalla comunità  e quindi possono invertire la logica degli ultimi decenni basata sulla convinzione di poter  garantire crescita economica e progresso sociale allontanando i cittadini dalle istituzioni e solo tramite l&#8217;elargizione a pioggia di risorse pubbliche dall&#8217;alto.</p>
<p><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<ul>
<li><a href="http://www.labsus.org/2011/06/economia-e-diritto-dei-beni-comuni/">Economia e diritto dei beni comuni</a></li>
<li><a href="http://www.labsus.org/2011/11/ricompriamoci-i-beni-comuni/" target="_blank">Ricompriamoci i beni comuni</a></li>
<li><a title="http://www.labsus.org/2013/12/equivocodelsudcarloborgomeo/" href="http://www.labsus.org/2013/12/equivocodelsudcarloborgomeo/" target="_blank"><span style="line-height: 14px;">L&#8217;equivoco del Sud  </span></a></li>
<li><a title="http://www.labsus.org/2015/01/sussidiarieta-puo-dare-lavoro-e-produrre-sviluppo/" href="http://www.labsus.org/2015/01/sussidiarieta-puo-dare-lavoro-e-produrre-sviluppo/" target="_blank">La sussidiarietà ? Può dare lavoro e produrre sviluppo</a></li>
<li><a title="http://www.labsus.org/2014/10/nuove-idee-sotto-il-viadotto/" href="http://www.labsus.org/2014/10/nuove-idee-sotto-il-viadotto/" target="_blank">Nuove idee Sotto il Viadotto</a></li>
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		<title>Breve storia dei beni comuni</title>
		<link>https://www.labsus.org/2015/01/breve-storia-dei-beni-comuni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Gentili]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jan 2015 08:46:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[bene comune]]></category>
		<category><![CDATA[beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[stefano nespor]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il primo autore ad essere analizzato è inevitabilmente Garrett Hardin, l&#8217;ecologo statunitense che, nel 1968, pubblicò il suo articolo dal titolo &#8221; La tragedia dei beni comuni &#8221; nel quale veniva affrontata l&#8217;inevitabile rovina che sarebbe toccata, di lìa poco, ai &#8221; common pool resources &#8221; .   Il sistema capitalista, infatti, secondo Hardin, non è in grado di autoregolarsi e, pertanto, tutto ciò che è collettivo è destinato ad essere distrutto dall&#8217;avidità  del singolo che infatti &#8221; tenta di massimizzare il suo profitto senza curarsi della sorte del bene &#8221; . La soluzione suggerita dall&#8217;autore è da ricercarsi, dunque, nel diritto: solo garantendo diritti di proprietà  ed eliminando la comunione del bene sarà  possibile ovviare alla distruzione dei beni comuni. La speranza di Elinor Ostrom In risposta alle teorie di Hardin, Nespor espone il pensiero di Elinor Ostrom, la studiosa premio Nobel per l&#8217;economia nel 2009 che, negli anni &#8217;70 si dimostrò critica nei confronti dell&#8217;inevitabile tragedia dei beni comuni: seppure ritenesse comunque il sistema capitalista un avversario ostile dei beni comuni, credeva che la tragedia pronosticata da Hardin fosse tutt&#8217;altro che inevitabile. I beni comuni sono infatti una miriade e molti di questi non sono affatto in pericolo. Ma la condizione per rendere evitabile la distruzione di tali beni è quella che impone agli utenti del bene comune di conoscersi, di comunicare e di prendere consapevolezza degli effetti delle loro scelte. Emerge pertanto la responsabilità  politiche che la studiosa introduce, consegnando alle amministrazioni il compito di rendere il bene comune un protagonista delle comunità  e delle relazioni tra cittadini. Carol Rose e le &#8220;risorse comuni&#8221; Nel 1986, Carole Rose, sulla base degli studi di Hardin e Ostrom, afferma che il &#8221; libero accesso a determinati beni non solo non ne comporta il depauperamento o la distruzione, ma produce benefici economici e sociali per l&#8217;intera collettività  &#8221; . La tragedia ipotizzata dagli autori analizzati in precedenza, secondo Nespor, diviene pertanto una brillante &#8221; commedia &#8221; . Tali beni infatti sono in grado di generare valore per l&#8217;intera collettività : essi sviluppano commercio, scambio di beni, produzione e risultano, in definitiva, in grado di accrescere il benessere complessivo. Nascono nuovi beni comuni L&#8217;ultimo autore ad essere analizzato da Nespor è Charlotte Hess che, negli anni &#8217;90, percepìil bisogno di ampliare il panorama dei beni comuni, andandovi ad includere le innovazioni tecnologiche che in quel periodo si stavano susseguendo. La proprietà  intellettuale e lo sviluppo economico che esse generavano hanno imposto agli studiosi dei beni comuni di comprendere il cambiamento che tale fenomeno aveva subito da quando Hardin ne ipotizzò l&#8217;imminente distruzione. Pertanto, risulta necessario comprendere che tale fenomeno merita una trattazione oggettiva che sappia valutare con attenzione il contesto nel quale i beni comuni si sviluppano e vengono analizzati. In particolare, Charlotte Hess compìuna distinzione importante: parlando di &#8221; nuovi beni comuni &#8221; , occorre distinguere i beni nuovi in quanto appena &#8221; scoperti &#8221; da quelli che risultano una novità  in quanto appena inseriti all&#8217;interno della grande famiglia dei beni comuni. La distinzione tra &#8221; Wikipedia e le aragoste del Maine &#8221; è   quanto mai opportuna. Ciò che è certo, però, in conclusione, è la necessità  di seguire quanto espresso da Stefano Rodotà  in occasione delle campagne referendarie del 2011: &#8221; se tutto diventa bene comune niente può essere davvero giuridicamente protetto &#8221; . Leggi anche: Il territorio bene comune degli italiani Una scuola di beni comuni per i citoyens di domani Liberare energie mediante la cura condivisa dei beni comuni</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2015/01/breve-storia-dei-beni-comuni/">Breve storia dei beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo autore ad essere analizzato è inevitabilmente Garrett Hardin, l&#8217;ecologo statunitense che, nel 1968, pubblicò il suo articolo dal titolo  &#8221; La tragedia dei beni comuni &#8221;  nel quale veniva affrontata l&#8217;inevitabile rovina che sarebbe toccata, di lìa poco, ai  &#8221; common pool resources &#8221; .   Il sistema capitalista, infatti, secondo Hardin, non è in grado di autoregolarsi e, pertanto, tutto ciò che è collettivo è destinato ad essere distrutto dall&#8217;avidità  del singolo che infatti  &#8221; tenta di massimizzare il suo profitto senza curarsi della sorte del bene &#8221; . La soluzione suggerita dall&#8217;autore è da ricercarsi, dunque, nel diritto: solo garantendo diritti di proprietà  ed eliminando la comunione del bene sarà  possibile ovviare alla distruzione dei beni comuni.</p>
<h1>La speranza di Elinor Ostrom</h1>
<p>In risposta alle teorie di Hardin, Nespor espone il pensiero di Elinor Ostrom, la studiosa premio Nobel per l&#8217;economia nel 2009 che, negli anni &#8217;70 si dimostrò critica nei confronti dell&#8217;inevitabile tragedia dei beni comuni: seppure ritenesse comunque il sistema capitalista un avversario ostile dei beni comuni, credeva che la tragedia pronosticata da Hardin fosse tutt&#8217;altro che inevitabile. I beni comuni sono infatti una miriade e molti di questi non sono affatto in pericolo. Ma la condizione per rendere evitabile la distruzione di tali beni è quella che impone agli utenti del bene comune di conoscersi, di comunicare e di prendere consapevolezza degli effetti delle loro scelte. Emerge pertanto la responsabilità  politiche che la studiosa introduce, consegnando alle amministrazioni il compito di rendere il bene comune un protagonista delle comunità  e delle relazioni tra cittadini.</p>
<h1>Carol Rose e le &#8220;risorse comuni&#8221;</h1>
<p>Nel 1986, Carole Rose, sulla base degli studi di Hardin e Ostrom, afferma che il  &#8221; libero accesso a determinati beni non solo non ne comporta il depauperamento o la distruzione, ma produce benefici economici e sociali per l&#8217;intera collettività  &#8221; . La tragedia ipotizzata dagli autori analizzati in precedenza, secondo Nespor, diviene pertanto una brillante  &#8221; commedia &#8221; . Tali beni infatti sono in grado di generare valore per l&#8217;intera collettività : essi sviluppano commercio, scambio di beni, produzione e risultano, in definitiva, in grado di accrescere il benessere complessivo.</p>
<h1>Nascono nuovi beni comuni</h1>
<p>L&#8217;ultimo autore ad essere analizzato da Nespor è Charlotte Hess che, negli anni &#8217;90, percepìil bisogno di ampliare il panorama dei beni comuni, andandovi ad includere le innovazioni tecnologiche che in quel periodo si stavano susseguendo. La proprietà  intellettuale e lo sviluppo economico che esse generavano hanno imposto agli studiosi dei beni comuni di comprendere il cambiamento che tale fenomeno aveva subito da quando Hardin ne ipotizzò l&#8217;imminente distruzione.</p>
<p>Pertanto, risulta necessario comprendere che tale fenomeno merita una trattazione oggettiva che sappia valutare con attenzione il contesto nel quale i beni comuni si sviluppano e vengono analizzati. In particolare, Charlotte Hess compìuna distinzione importante: parlando di  &#8221; nuovi beni comuni &#8221; , occorre distinguere i beni nuovi in quanto appena  &#8221; scoperti &#8221;  da quelli che risultano una novità  in quanto appena inseriti all&#8217;interno della grande famiglia dei beni comuni. La distinzione tra  &#8221; Wikipedia e le aragoste del Maine &#8221;  è   quanto mai opportuna. Ciò che è certo, però, in conclusione, è la necessità  di seguire quanto espresso da Stefano Rodotà  in occasione delle campagne referendarie del 2011:  &#8221; se tutto diventa bene comune niente può essere davvero giuridicamente protetto &#8221; .</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
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<li><a title="http://www.labsus.org/2014/06/il-territorio-bene-comune-degli-italiani/" href="http://www.labsus.org/2014/06/il-territorio-bene-comune-degli-italiani/" target="_blank"><span style="line-height: 14px;">Il territorio bene comune degli italiani</span></a></li>
<li><a title="http://www.labsus.org/2014/11/una-scuola-dei-beni-comuni-per-citoyens-di-domani/" href="http://www.labsus.org/2014/11/una-scuola-dei-beni-comuni-per-citoyens-di-domani/" target="_blank">Una scuola di beni comuni per i citoyens di domani</a></li>
<li><a title="http://www.labsus.org/2014/12/liberiamo-energie-con-regolamento-per-la-cura-dei-beni-comuni/" href="http://www.labsus.org/2014/12/liberiamo-energie-con-regolamento-per-la-cura-dei-beni-comuni/" target="_blank">Liberare energie mediante la cura condivisa dei beni comuni</a></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2015/01/breve-storia-dei-beni-comuni/">Breve storia dei beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>&#8221;  La nostra terra  &#8221;  da tutelare per uno sviluppo collettivo</title>
		<link>https://www.labsus.org/2014/11/la-nostra-terra-da-tutelare-per-uno-sviluppo-collettivo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Gentili]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Nov 2014 09:49:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[beni confiscati]]></category>
		<category><![CDATA[cooperativa agricola]]></category>
		<category><![CDATA[giulio manfredonia]]></category>
		<category><![CDATA[la nostra terra]]></category>
		<category><![CDATA[legalità ]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Filippo, un ottimo Stefano Accorsi, è chiamato a dirigere una cooperativa agricola che sorge sui resti di un bene confiscato ad un boss mafioso nel profondo sud pugliese. I vizi, le magagne, gli stereotipi dell&#8217;italiana quotidianità  uniti ad una burocrazia asfissiante e ad istituzioni ostili, si stagliano di fronte al protagonista del film; egli vede allontanarsi sempre più i progetti che aveva in serbo per la sua cooperativa. Rilancio sociale, sviluppo locale, lavoro vengono oscurati dalle ombre tipiche del marciume italiano. Saranno però i soci che Accorsi troverà  lungo il suo percorso, per scelta o per caso, a dimostrare che l&#8217;impegno, la dedizione e la consapevolezza del valore della collettività , possono fare della legalità  un valore determinante, sulle cui basi far crescere un progetto importante come quello della cooperativa agricola. Persone a cui Filippo si affezionerà  sempre più e che saranno in grado di trasmettere all&#8217;uomo della provvidenza giunto dal Nord, il senso di sfida e la voglia di riscatto che caratterizza le vite dei contadini meridionali. Il valore della legalità  In anni in cui l&#8217;egoismo, la furbizia e l&#8217;opportunismo sono diventati qualità  da difendere, Giulio Manfredonia offre allo spettatore un cambio di rotta, trasmettendo al pubblico l&#8217;originale aspetto intrigante della legalità . E&#8217; quest&#8217;ultima a divenire mainstream del bel lungometraggio La nostra terra. La legalità  è figlia del rispetto collettivo dei beni comuni; uno straordinario Sergio Rubini, seppur nel suo piccolo ruolo, interpretando il vecchio fattore del boss, comunica allo spettatore l&#8217;esigenza di una riscoperta del valore intrinseco che la terra porta con sé. La legalità  torna ad essere quindi orgoglio delle genti meridionali, e speranza per i cittadini del mondo. Il bene comune in questo caso veste i panni di una cooperativa agricola caratterizzata dalla consapevolezza dei suoi soci di essere un bene di tutti e per tutti. Si intravede in controluce un concetto di &#8221; terra &#8221; che, mai come in questo caso, mostra la sua doppia derivazione: una &#8216;terra&#8217; come bene agricolo in grado di garantire il benessere di una comunità  ed un &#8216;pianeta Terra&#8217; da tutelare meticolosamente. Non mancano, però, le critiche al perenne alone di buonismo che accompagna iniziative di &#8221; Terzo settore &#8221; che, alla lunga, producono l&#8217;effetto inverso. Risvegliare le coscienze Manfredonia dimostra ancora una volta di saper proporre un&#8217;opera che sollevi dal torpore la coscienza degli spettatori ma che però allo stesso tempo sappia lasciar intravedere le scappatoie da una società  ingiusta. E&#8217; forse proprio riscoprendo il concetto di terra come bene comune ed un rinato valore di legalità  che i cittadini possono ritornare a combattere quelle sfide che condizionano la società  contemporanea: le battaglie ambientali, sociali e culturali di cui si percepisce estremo bisogno. Sfide che debbono improrogabilmente essere combattute e, se possibile, vinte al più presto. Leggi anche: &#8220;Per il nostro bene&#8221;. Comune. L&#8217;inappropriabilità  della terra Il territorio bene comune degli italiani</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/11/la-nostra-terra-da-tutelare-per-uno-sviluppo-collettivo/">&#8221;  La nostra terra  &#8221;  da tutelare per uno sviluppo collettivo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;">Filippo, un ottimo Stefano Accorsi, è chiamato a dirigere una cooperativa agricola che sorge sui resti di un bene confiscato ad un boss mafioso nel profondo sud pugliese. I vizi, le magagne, gli stereotipi dell&#8217;italiana quotidianità  uniti ad una burocrazia asfissiante e ad istituzioni ostili, si stagliano di fronte al protagonista del film; egli vede allontanarsi sempre più i progetti che aveva in serbo per la sua cooperativa. Rilancio sociale, sviluppo locale, lavoro vengono oscurati dalle ombre tipiche del marciume italiano.</span></p>
<p>Saranno però i soci che Accorsi troverà  lungo il suo percorso, per scelta o per caso, a dimostrare che l&#8217;impegno, la dedizione e la consapevolezza del valore della collettività , possono fare della legalità  un valore determinante, sulle cui basi far crescere un progetto importante come quello della cooperativa agricola. Persone a cui Filippo si affezionerà  sempre più e che saranno in grado di trasmettere all&#8217;uomo della provvidenza giunto dal Nord, il senso di sfida e la voglia di riscatto che caratterizza le vite dei contadini meridionali.</p>
<h1>Il valore della legalità </h1>
<p>In anni in cui l&#8217;egoismo, la furbizia e l&#8217;opportunismo sono diventati qualità  da difendere, Giulio Manfredonia offre allo spettatore un cambio di rotta, trasmettendo al pubblico l&#8217;originale aspetto intrigante della legalità .  E&#8217;  quest&#8217;ultima a divenire <i>mainstream</i> del bel lungometraggio La nostra terra. La legalità  è figlia del rispetto collettivo dei beni comuni; uno straordinario Sergio Rubini, seppur nel suo piccolo ruolo, interpretando il vecchio fattore del boss, comunica allo spettatore l&#8217;esigenza di una riscoperta del valore intrinseco che la terra porta con sé.</p>
<p>La legalità  torna ad essere quindi orgoglio delle genti meridionali, e speranza per i cittadini del mondo. Il bene comune in questo caso veste i panni di una cooperativa agricola caratterizzata dalla consapevolezza dei suoi soci di essere un bene di tutti e per tutti. Si intravede in controluce un concetto di  &#8221; terra &#8221;  che, mai come in questo caso, mostra la sua doppia derivazione: una &#8216;terra&#8217; come bene agricolo in grado di garantire il benessere di una comunità  ed un &#8216;pianeta Terra&#8217; da tutelare meticolosamente. Non mancano, però, le critiche al perenne alone di buonismo che accompagna iniziative di  &#8221; Terzo settore &#8221;  che, alla lunga, producono l&#8217;effetto inverso.</p>
<h1>Risvegliare le coscienze</h1>
<p>Manfredonia dimostra ancora una volta di saper proporre un&#8217;opera che sollevi dal torpore la coscienza degli spettatori ma che però allo stesso tempo sappia lasciar intravedere le scappatoie da una società  ingiusta. E&#8217; forse proprio riscoprendo il concetto di terra come bene comune ed un rinato valore di legalità  che i cittadini possono ritornare a combattere quelle sfide che condizionano la società  contemporanea: le battaglie ambientali, sociali e culturali di cui si percepisce estremo bisogno. Sfide che debbono improrogabilmente essere combattute e, se possibile, vinte al più presto.</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a title="http://www.labsus.org/2014/01/per-il-nostro-bene-comune/" href="http://www.labsus.org/2014/01/per-il-nostro-bene-comune/" target="_blank"><span style="line-height: 14px;">&#8220;Per il nostro bene&#8221;. Comune.</span></a></li>
<li><a title="http://www.labsus.org/2014/08/linappropriabilita-della-terra/" href="http://www.labsus.org/2014/08/linappropriabilita-della-terra/" target="_blank">L&#8217;inappropriabilità  della terra</a></li>
<li><a title="http://www.labsus.org/2014/06/il-territorio-bene-comune-degli-italiani/" href="http://www.labsus.org/2014/06/il-territorio-bene-comune-degli-italiani/" target="_blank">Il territorio bene comune degli italiani</a></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/11/la-nostra-terra-da-tutelare-per-uno-sviluppo-collettivo/">&#8221;  La nostra terra  &#8221;  da tutelare per uno sviluppo collettivo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Riscoprire &#8216;il sale della Terra&#8217; per tornare cittadini</title>
		<link>https://www.labsus.org/2014/11/riscoprire-il-sale-della-terra-per-tornare-cittadini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Gentili]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Nov 2014 15:45:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il giovane laureato Sebastiao Salgado, nato ad Aimorés nel sud-est del Brasile, dopo il colpo di stato del 1964, appena ventenne, emigra con la moglie in un&#8217;Europa che non riesce a convincerlo assicurandogli un prospero futuro da economista affermato. Sebastiao si coccola la macchina fotografica che la moglie Lelia gli ha regalato, con amore, anni prima. Comincia a scattare foto e a raccontare storie di uomini. Genesis, Workers, Migrations and Portraits, Others Americas. I titoli dei lavori di Salgado sono la didascalia perfetta dell&#8217;immagine che fotografa la vita del grande artista. Anni trascorsi a raccontare le tragedie, le gioie, le sofferenze ed i sollievi di quanti ogni giorno contribuiscono alla vita di questo pianeta. Rwanda, Ethiopia, Francia, Polinesia. Dagli operai brasiliani, agli indigeni del Kenya, l&#8217;umanità  è stata immortalata per una vita da un indefesso Salgado che è riuscito nell&#8217;ardua impresa di comprendere il valore che ogni scatto porta con sé: egli trasmette l&#8217;immagine del fotografo e del fotografato; inquadrato e   inquadrante, uniti nel tentativo di comunicare la vicinanza di contesti apparentemente lontani, uniti alle innumerevoli sfaccettature di un mondo immenso. I suoi viaggi sanno parlare di mondi diversi che calpestano la stessa Terra. Sanno parlare di tribù asiatiche e di opulenza americana. Di genocidi africani e di vecchie tartarughe oceaniche. Wenders e Salgado decidono di dimostrare l&#8217;esistenza di uno splendido pianeta di cui l&#8217;essere umano fa parte e che, nel bene e nel male, deve accettare come comune a tutti. Croce e delizia dell&#8217;ecosistema, l&#8217;uomo va cosìa comporre quell&#8217;universo cosìappassionante e cosìcatastrofico. La madre Terra fa da sfondo alle rappresentazioni del fotografo che sceglie come protagonisti delle sue foto i proprietari illegittimi del suolo che occupano. Il genere umano che razzia, abbatte, distrugge, autoproclamandosi proprietario esclusivo di un bene non suo; l&#8217;individuo che fugge l&#8217;idea di cogestione di un universo che egli tende invece a modificare a suo esclusivo piacimento. La famiglia di Salgado, dopo aver girato il mondo, ha ripreso la volta del Brasile dove ha trovato la siccità  a rosicchiare ogni cespuglio della fazenda di famiglia.  Non farsi prendere da una facile paura è stato il motto della casa che ha consentito di rimboccarsi le maniche e provvedere a riconsegnare una piccola fetta di benessere alla Terra di cui siamo figli. In  dieci anni Sebastiao Salgado e la sua famiglia hanno ripiantato oltre due milioni di alberi ed hanno cosìridato vita ad una foresta. Una foresta della cui proprietà  Sebastiao e la moglie hanno deciso di disfarsi, concependo la volontà  di restituire quel bene alla collettività . Da qualche tempo quella foresta è tornata ad essere un parco naturale, è tornata pubblica, è tornata comune, di tutti. Un sistema che permette ai suoi sudditi di impossessarsi di una foresta e lascia loro la libertà  di abbatterla deve saper ripartire dalle storie come quella raccontata dal film. Gli scenari incontrati dall&#8217;obiettivo di Salgado hanno spinto la coscienza civica a tornare all&#8217;interno della mente di questo grande artista. Quella di Wenders è la storia di una coscienza che ritrova la strada di casa. Ma è pensabile che per prendere coscienza dell&#8217;appartenenza ad un mondo comune, che per trovare la consapevolezza di condividere con miliardi di simili ciò che ci circonda occorra girare per quarant&#8217;anni i cinque continenti? Non basterebbe, più semplicemente, convincere i cittadini puntando a un cambiamento di paradigma culturale e istituzionale? Leggi anche: L&#8217;inappropriabilità  della Terra Il territorio bene comune degli italiani Chi ha detto che &#8220;senza proprietà  non c&#8217;è libertà &#8220;?</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/11/riscoprire-il-sale-della-terra-per-tornare-cittadini/">Riscoprire &#8216;il sale della Terra&#8217; per tornare cittadini</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il giovane laureato Sebastiao Salgado, nato ad Aimorés nel sud-est del Brasile, dopo il colpo di stato del 1964, appena ventenne, emigra con la moglie in un&#8217;Europa che non riesce a convincerlo assicurandogli un prospero futuro da economista affermato. Sebastiao si coccola la macchina fotografica che la moglie Lelia gli ha regalato, con amore, anni prima. Comincia a scattare foto e a raccontare storie di uomini.<br />
Genesis, Workers, Migrations and Portraits, Others Americas. I titoli dei lavori di Salgado sono la didascalia perfetta dell&#8217;immagine che fotografa la vita del grande artista. Anni trascorsi a raccontare le tragedie, le gioie, le sofferenze ed i sollievi di quanti ogni giorno contribuiscono alla vita di questo pianeta.</p>
<p>Rwanda, Ethiopia, Francia, Polinesia. Dagli operai brasiliani, agli indigeni del Kenya, l&#8217;umanità  è stata immortalata per una vita da un indefesso Salgado che è riuscito nell&#8217;ardua impresa di comprendere il valore che ogni scatto porta con sé: egli trasmette l&#8217;immagine del fotografo e del fotografato; inquadrato e   inquadrante, uniti nel tentativo di comunicare la vicinanza di contesti apparentemente lontani, uniti alle innumerevoli sfaccettature di un mondo immenso. I suoi viaggi sanno parlare di mondi diversi che calpestano la stessa Terra. Sanno parlare di tribù asiatiche e di opulenza americana. Di genocidi africani e di vecchie tartarughe oceaniche.<strong> Wenders e Salgado decidono di dimostrare l&#8217;esistenza di uno splendido pianeta di cui l&#8217;essere umano fa parte e che, nel bene e nel male, deve accettare come comune a tutti.</strong></p>
<p>Croce e delizia dell&#8217;ecosistema, l&#8217;uomo va cosìa comporre quell&#8217;universo cosìappassionante e cosìcatastrofico. La madre Terra fa da sfondo alle rappresentazioni del fotografo che sceglie come protagonisti delle sue foto i proprietari illegittimi del suolo che occupano. Il genere umano che razzia, abbatte, distrugge, autoproclamandosi proprietario esclusivo di un bene non suo; l&#8217;individuo che fugge l&#8217;idea di cogestione di un universo che egli tende invece a modificare a suo esclusivo piacimento.</p>
<p>La famiglia di Salgado, dopo aver girato il mondo, ha ripreso la volta del Brasile dove ha trovato la siccità  a rosicchiare ogni cespuglio della fazenda di famiglia.  Non farsi prendere da una facile paura è stato il motto della casa che ha consentito di rimboccarsi le maniche e provvedere a riconsegnare una piccola fetta di benessere alla Terra di cui siamo figli. <strong>In   dieci anni Sebastiao Salgado e la sua famiglia hanno ripiantato oltre due milioni di alberi ed hanno cosìridato vita ad una foresta. Una foresta della cui proprietà  Sebastiao e la moglie hanno deciso di disfarsi, concependo la volontà  di restituire quel bene alla collettività .</strong> Da qualche tempo quella foresta è tornata ad essere un parco naturale, è tornata pubblica, è tornata comune, di tutti.</p>
<p>Un sistema che permette ai suoi sudditi di impossessarsi di una foresta e lascia loro la libertà  di abbatterla deve saper ripartire dalle storie come quella raccontata dal film.<br />
Gli scenari incontrati dall&#8217;obiettivo di Salgado hanno spinto la coscienza civica a tornare all&#8217;interno della mente di questo grande artista. Quella di Wenders è la storia di una coscienza che ritrova la strada di casa.</p>
<p>Ma è pensabile che per prendere coscienza dell&#8217;appartenenza ad un mondo comune, che per trovare la consapevolezza di condividere con miliardi di simili ciò che ci circonda occorra girare per quarant&#8217;anni i cinque continenti? Non basterebbe, più semplicemente, convincere i cittadini puntando a un cambiamento di paradigma culturale e istituzionale?</p>
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</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/11/riscoprire-il-sale-della-terra-per-tornare-cittadini/">Riscoprire &#8216;il sale della Terra&#8217; per tornare cittadini</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Chi ha detto che  &#8221; senza proprietà  non c&#8217;è libertà ? &#8221;</title>
		<link>https://www.labsus.org/2014/10/chi-ha-detto-che-senza-proprieta-non-ce-liberta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Gentili]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Oct 2014 10:21:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[diritto di libertà ]]></category>
		<category><![CDATA[Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[mattei]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[proprietà ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ugo Mattei, già  noto per le sue battaglie referendarie per i beni comuni e per il sodalizio stretto con  Sefano Rodotà , ha deciso di sposare il progetto di Laterza di collezionare una serie di saggi che mettono in discussione numerosi dogmi della civiltà  contemporanea. Ripercorrendo la storia di quella proprietà  che da &#8221; privata &#8221; è divenuta &#8221; privante &#8221; , l&#8217;autore analizza il percorso intrapreso dal capitalismo moderno; dalle enclosures britanniche al fenomeno del land grabbing, la cultura occidentale ha avviato un percorso unilaterale che, grazie al prezioso aiuto del polivalente ombrello della globalizzazione, ha condotto i cittadini dei vari continenti ad obbedire ad una logica di mercato che mai si sognerebbe di mettere in dubbio un principio che ha finito per obbligare i rappresentati di tutto il mondo ad obbedire alle regole che ne derivano. E&#8217; interessante l&#8217;analisi dell&#8217;autore che offre una panoramica vasta ed originale, elencando le difficoltà  che sono costretti ad affrontare, gli abitanti del cosiddetto Terzo mondo ed anche, la vera novità  sembra essere questa, i più abbienti. Quest&#8217;ultima categoria è inconsapevole dei vincoli che limitano di fatto la loro tranquilla vita di proprietari. Il paragone fra gli indiani d&#8217;America, privi perfino della conoscenza del termine proprietà  e vittime delle conquiste europee, e i paria indiani costretti a cedere i loro &#8221; possedimenti &#8221; alle multinazionali della risorta Asia capitalista, appare quanto mai appropriato. Vietato parlarne, vietato opporsi, vietato financo &#8221; guardare dentro il vaso di Pandora pieno di contraddizioni della modernità  &#8221; e intavolare una discussione che sappia se non altro contestare un principio che, alla luce dei fatti, appare quanto meno fallimentare. &#8221; Preoccupa più la debolezza della critica alla proprietà  privata che la forza di quest&#8217;ultima &#8221; , afferma Mattei nelle prime pagine del suo ultimo lavoro. Nessuno sa più ricondurre alla proprietà  privata quella distruttiva potenza privante che garantisce, sempre e comunque, il godimento di un bene a qualcuno a discapito di altri. Una legge del più forte, palesemente truccata, che mette sul piatto del vincitore un premio che non può che apparire sproporzionato: la libertà . Una libertà  fittizia, taroccata, obsoleta che soddisfa i vizi ed i lussi di una minima percentuale di &#8221; Bill Gates di turno &#8221; , promettendo la menzogna di un godimento fruttuoso all&#8217;enorme esercito dei piccoli proprietari. E&#8217; stato facile per i difensori del liberismo a 360 ° tacciare di illibertà  i critici di quel sistema; Mattei spiega invece con maestria come sia opportuno ascoltare, tra gli altri, Amartya Sen per capire che se di illibertà  si deve parlare, queste ultime sono le figlie più che legittime di quella che l&#8217;autore definisce una proprietà  privata e privante. Le cause vanno senza dubbio ricondotte alla crisi culturale e antropologica che dalla fine degli anni &#8217;70 ad oggi ci ha obbligati ad un ritorno forzato alle leggi e alle dinamiche romantiche che, com&#8217;è noto, hanno consentito all&#8217;egoismo di ergersi a valore fondante. Quella di Mattei però non appare come una critica serrata all&#8217;Art. 42 Cost. ed ai suoi simili, bensìun attacco nei confronti della convinzione che impone di poter mettere in discussione qualsiasi principio, escluso il concetto liberale di proprietà . Quest&#8217;ultima, infatti, va a collocarsi nel folto gruppo di benefici garantiti  dall&#8217;imperialismo occidentale, a discapito perenne delle colonie meridionali. Nella storia del capitalismo mondiale &#8221; la proprietà  privata ha sempre svolto il ruolo di carnefice delle libertà  &#8221; . Una proprietà  spesso confusa con l&#8217;accumulo di cui, ad oggi, non sembra nutriamo un forte bisogno ma che anzi si trasforma in un obbligo che, un giorno o l&#8217;altro, ci renderà  consapevoli della necessità  di confutare Fukuyama ed i suoi seguaci; un domani in cui sarà  inoltre concesso di comprendere che le alternative esistono, i dubbi sono legittimi e che, loro malgrado, forse, non moriremo capitalisti. Leggi anche: Crescere insieme per un&#8217;economia giusta L&#8217;inappropriabilità  della Terra Quali sono le virtù che cambiano il mondo?</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/10/chi-ha-detto-che-senza-proprieta-non-ce-liberta/">Chi ha detto che  &#8221; senza proprietà  non c&#8217;è libertà ? &#8221;</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ugo Mattei, già  noto per le sue battaglie referendarie per i beni comuni e per il sodalizio stretto con   Sefano Rodotà , ha deciso di sposare il progetto di Laterza di collezionare una serie di saggi che mettono in discussione numerosi dogmi della civiltà  contemporanea.</p>
<p>Ripercorrendo la storia di quella proprietà  che da  &#8221; privata &#8221;  è divenuta  &#8221; privante &#8221; , l&#8217;autore analizza il percorso intrapreso dal capitalismo moderno; dalle <em>enclosures</em> britanniche al fenomeno del l<em>and grabbing</em>, la cultura occidentale ha avviato un percorso unilaterale che, grazie al prezioso aiuto del polivalente ombrello della globalizzazione, ha condotto i cittadini dei vari continenti ad obbedire ad una logica di mercato che mai si sognerebbe di mettere in dubbio un principio che ha finito per obbligare i rappresentati di tutto il mondo ad obbedire alle regole che ne derivano.</p>
<p>E&#8217; interessante l&#8217;analisi dell&#8217;autore che offre una panoramica vasta ed originale, elencando le difficoltà  che sono costretti ad affrontare, gli abitanti del cosiddetto Terzo mondo ed anche, la vera novità  sembra essere questa, i più abbienti. Quest&#8217;ultima categoria è inconsapevole dei vincoli che limitano di fatto la loro tranquilla vita di proprietari. Il paragone fra gli indiani d&#8217;America, privi perfino della conoscenza del termine proprietà  e vittime delle conquiste europee, e i paria indiani costretti a cedere i loro  &#8221; possedimenti &#8221;  alle multinazionali della risorta Asia capitalista, appare quanto mai appropriato.</p>
<p>Vietato parlarne, vietato opporsi, vietato financo  &#8221; guardare dentro il vaso di Pandora pieno di contraddizioni della modernità  &#8221;  e intavolare una discussione che sappia se non altro contestare un principio che, alla luce dei fatti, appare quanto meno fallimentare.</p>
<p> &#8221; Preoccupa più la debolezza della critica alla proprietà  privata che la forza di quest&#8217;ultima &#8221; , afferma Mattei nelle prime pagine del suo ultimo lavoro. Nessuno sa più ricondurre alla proprietà  privata quella distruttiva potenza privante che garantisce, sempre e comunque, il godimento di un bene a qualcuno a discapito di altri.</p>
<p>Una legge del più forte, palesemente truccata, che mette sul piatto del vincitore un premio che non può che apparire sproporzionato: la libertà .</p>
<p>Una libertà  fittizia, taroccata, obsoleta che soddisfa i vizi ed i lussi di una minima percentuale di  &#8221; Bill Gates di turno &#8221; , promettendo la menzogna di un godimento fruttuoso all&#8217;enorme esercito dei piccoli proprietari. E&#8217; stato facile per i difensori del liberismo a 360 ° tacciare di illibertà  i critici di quel sistema; Mattei spiega invece con maestria come sia opportuno ascoltare, tra gli altri, Amartya Sen per capire che se di illibertà  si deve parlare, queste ultime sono le figlie più che legittime di quella che l&#8217;autore definisce una proprietà  privata e privante.</p>
<p>Le cause vanno senza dubbio ricondotte alla crisi culturale e antropologica che dalla fine degli anni &#8217;70 ad oggi ci ha obbligati ad un ritorno forzato alle leggi e alle dinamiche romantiche che, com&#8217;è noto, hanno consentito all&#8217;egoismo di ergersi a valore fondante. Quella di Mattei però non appare come una critica serrata all&#8217;Art. 42 Cost. ed ai suoi simili, bensìun attacco nei confronti della convinzione che impone di poter mettere in discussione qualsiasi principio, escluso il concetto liberale di proprietà . Quest&#8217;ultima, infatti, va a collocarsi nel folto gruppo di benefici garantiti   dall&#8217;imperialismo occidentale, a discapito perenne delle colonie meridionali.</p>
<p>Nella storia del capitalismo mondiale  &#8221; la proprietà  privata ha sempre svolto il ruolo di carnefice delle libertà  &#8221; . Una proprietà  spesso confusa con l&#8217;accumulo di cui, ad oggi, non sembra nutriamo un forte bisogno ma che anzi si trasforma in un obbligo che, un giorno o l&#8217;altro, ci renderà  consapevoli della necessità  di confutare Fukuyama ed i suoi seguaci; un domani in cui sarà  inoltre concesso di comprendere che le alternative esistono, i dubbi sono legittimi e che, loro malgrado, forse, non moriremo capitalisti.</p>
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		<title>Lo Spazio GRAF di Bologna firma il suo &#8220;patto di collaborazione&#8221;</title>
		<link>https://www.labsus.org/2014/09/lo-spazio-graf-di-bologna-firma-il-suo-patto-di-collaborazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Gentili]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Sep 2014 12:33:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Regolamento amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[graf bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[patti di collaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[regolamento]]></category>
		<category><![CDATA[san donato]]></category>
		<category><![CDATA[virginio merola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo spazio, che in passato ospitava gli uffici dell&#8217;anagrafe, grazie alla collaborazione fra Comune ed abitanti potrà  da oggi ospitare ufficialmente numerose iniziative che consentano ai bolognesi di tornare a vivere uno spazio che, fino a qualche tempo fa, era in balia di abbandono e degrado.  Uno spazio innovativo, vitale, accogliente in cui si percepisce il clima di solidarietà  che ha caratterizzato il passato ed il presente dell&#8217;area e del rinato quartiere San Donato. Spazi verdi, piccoli orti condivisi, giochi per bambini ed un salone appena restaurato hanno fatto da cornice a questa piacevole giornata. Al taglio del nastro hanno presenziato, unitamente ad un entusiasta quanto commosso sindaco di Bologna Virginio Merola, tutti i protagonisti della storia del GRAF. Tra questi Simone Borsari, presidente del quartiere San Donato, l&#8217;assessore Luca Rizzo Nervo, Donato di Memmo (area Affari istituzionali e quartieri) e Sandra Cavallini, attrice e presidente del rinnovato GRAF. A raccontare le esperienze ed i percorsi che hanno portato alla riuscita di questa e di altre iniziative è stato chiamato ad intervenire il Presidente di Labsus, Gregorio Arena che ha ribadito, ancora una volta, come un diritto amministrativo ottocentesco unito ad una costante e fuorviante diffidenza nei confronti delle istituzioni abbiano contribuito all&#8217;immobilismo a cui abbiamo assistito fino alla fortunata nascita del regolamento di Labsus. Il sindaco Merola ha desiderato chiudere gli interventi con un discorso che è riuscito a commuovere tanti ospiti in sala, compreso lui stesso lui stesso: &#8221; oltre ai cantieri fisici con cui stiamo riempendo le strade del centro città  &#8211; ha affermato il primo cittadino &#8211; abbiamo deciso di inaugurare impianti come questo che io continuo a definire &#8216;cantieri dell&#8217;anima&#8217; &#8221; .  E poi ancora &#8221; Bologna deve tornare ad essere una città  al passo coi tempi, che non teme il futuro ma che riesce con orgoglio a mantenere e mostrare un volto umano &#8221; .  Gli applausi hanno poi accompagnato la promessa del sindaco Merola che ha annunciato la firma di ben cento patti di collaborazione entro il 9 maggio 2015. LEGGI ANCHE: Beni comuni: a Bari è stata proposta l&#8217;adozione del Regolamento Chieri verso il Regolamento per la cura dei beni comuni Ivrea, approvato all&#8217;unanimità  il Regolamento per la cura dei beni comuni A Catanzaro si valuta il Regolamento sui beni comuni, ad Asciano lo approvano Amministrazione condivisa, anche L&#8217;Aquila approva il nostro Regolamento Il consiglio comunale di Bologna approva definitivamente il Regolamento Amministrazione condivisa, anche L&#8217;Aquila approva il nostro Regolamento Siena approva all&#8217;unanimità  il Regolamento sui beni comuni Comunicare i beni comuni Un ricostituente per l&#8217;Italia La seconda ricostruzione e i beni comuni Orvieto guarda al regolamento per l&#8217;amministrazione condivisa Il Comune siciliano di Acireale è prossimo all&#8217;approvazione del Regolamento per i beni comuni Il 25 settembre parte la Scuola di partecipazione a L&#8217;Aquila Leggi la rassegna stampa del progetto Scarica il Regolamento</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/09/lo-spazio-graf-di-bologna-firma-il-suo-patto-di-collaborazione/">Lo Spazio GRAF di Bologna firma il suo &#8220;patto di collaborazione&#8221;</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo spazio, che in passato ospitava gli uffici dell&#8217;anagrafe, grazie alla collaborazione fra Comune ed abitanti potrà  da oggi ospitare ufficialmente numerose iniziative che consentano ai bolognesi di tornare a vivere uno spazio che, fino a qualche tempo fa, era in balia di abbandono e degrado.  Uno spazio innovativo, vitale, accogliente in cui si percepisce il clima di solidarietà  che ha caratterizzato il passato ed il presente dell&#8217;area e del rinato <strong>quartiere San Donato</strong>. Spazi verdi, piccoli orti condivisi, giochi per bambini ed un salone appena restaurato hanno fatto da cornice a questa piacevole giornata.</p>
<p>Al taglio del nastro hanno presenziato, unitamente ad un entusiasta quanto commosso sindaco di Bologna Virginio Merola, tutti i protagonisti della storia del GRAF. Tra questi Simone Borsari, presidente del quartiere San Donato, l&#8217;assessore Luca Rizzo Nervo, Donato di Memmo (area Affari istituzionali e quartieri) e Sandra Cavallini, attrice e presidente del rinnovato GRAF.</p>
<p>A raccontare le esperienze ed i percorsi che hanno portato alla riuscita di questa e di altre iniziative è stato chiamato ad intervenire il Presidente di Labsus, Gregorio Arena che ha ribadito, ancora una volta, come un diritto amministrativo ottocentesco unito ad una costante e fuorviante diffidenza nei confronti delle istituzioni abbiano contribuito all&#8217;immobilismo a cui abbiamo assistito fino alla fortunata nascita del <a href="http://www.labsus.org/scarica-regolamento/" target="_blank" rel="noopener"><strong>regolamento di Labsus</strong></a>.</p>
<p>Il sindaco Merola ha desiderato chiudere gli interventi con un discorso che è riuscito a commuovere tanti ospiti in sala, compreso lui stesso lui stesso: &#8221; oltre ai cantieri fisici con cui stiamo riempendo le strade del centro città  &#8211; ha affermato il primo cittadino &#8211; abbiamo deciso di inaugurare impianti come questo che io continuo a definire &#8216;cantieri dell&#8217;anima&#8217; &#8221; .  E poi ancora &#8221; Bologna deve tornare ad essere una città  al passo coi tempi, che non teme il futuro ma che riesce con orgoglio a mantenere e mostrare un volto umano &#8221; .  Gli applausi hanno poi accompagnato la promessa del sindaco Merola che ha annunciato la firma di ben cento patti di collaborazione entro il 9 maggio 2015.</p>
<p><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.labsus.org/2014/09/beni-comuni-bari-proposta-adozione-regolament/" target="_blank" rel="noopener">Beni comuni: a Bari è stata proposta l&#8217;adozione del Regolamento</a></strong><br />
<strong><a href="http://www.labsus.org/2014/09/chieri-verso-il-regolamento-per-la-cura-dei-beni-comuni/" target="_blank" rel="noopener">Chieri verso il Regolamento per la cura dei beni comuni</a></strong><br />
<strong><a href="http://www.labsus.org/2014/09/ivrea-approvato-allunanimita-il-regolamento-dei-beni-comuni/" target="_blank" rel="noopener">Ivrea, approvato all&#8217;unanimità  il Regolamento per la cura dei beni comuni</a></strong><br />
<strong><a href="http://www.labsus.org/2014/09/comuni-di-asciano-e-catanzaro-nuovi-sostenitori-dellamministrazione-condivisa/" target="_blank" rel="noopener">A Catanzaro si valuta il Regolamento sui beni comuni, ad Asciano lo approvano</a></strong><br />
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<a href="http://www.labsus.org/2014/05/consiglio-comunale-bologna-approva-regolamento-amministrazione-condivisa-beni-comuni/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Il consiglio comunale di Bologna approva definitivamente il Regolamento<br />
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<a href="http://www.labsus.org/2014/05/siena-approva-il-regolamento-sui-beni-comuni-allunanimita/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Siena approva all&#8217;unanimità  il Regolamento sui beni comuni</strong></a><a href="http://www.labsus.org/2014/09/ivrea-approvato-allunanimita-il-regolamento-dei-beni-comuni/" target="_blank" rel="noopener"><strong><br />
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<h1><em><a href="http://www.labsus.org/2014/02/rassegna-stampa-presentazione-regolamento-per-amministrazione-condivisa/" target="_blank" rel="noopener">Leggi la rassegna stampa del progetto</a></em></h1>
<h1><em><a href="http://www.labsus.org/scarica-regolamento/" target="_blank" rel="noopener">Scarica il Regolamento</a></em></h1>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/09/lo-spazio-graf-di-bologna-firma-il-suo-patto-di-collaborazione/">Lo Spazio GRAF di Bologna firma il suo &#8220;patto di collaborazione&#8221;</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Il comune siciliano di Acireale è prossimo all&#8217;approvazione del regolamento per i beni comuni</title>
		<link>https://www.labsus.org/2014/09/comune-acireale-e-prossimo-approvazione-regolamento-beni-comuni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Gentili]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Sep 2014 15:43:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Regolamento amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[acireale]]></category>
		<category><![CDATA[barbagallo]]></category>
		<category><![CDATA[Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[nando ardita]]></category>
		<category><![CDATA[regolamento]]></category>
		<category><![CDATA[Sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[sussidiarietà ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.labsus.org/?p=18602</guid>

					<description><![CDATA[<p>Assessore, cosa l&#8217;ha spinta a proporre il regolamento alla sua giunta? Qualche mese fa, i ragazzi di una cooperativa di Acireale mi hanno segnalato la vostra iniziativa, pubblicizzandola come molto interessante. Sono andato subito a cercarla e, non appena data un&#8217;occhiata, non ho potuto non comunicare al Sindaco e alla giunta la mia volontà  di &#8221; importare &#8221; il regolamento anche ad Acireale. Qual è stata la reazione della giunta e del consiglio? Beh, devo dire che inizialmente si sono fatti convincere dal mio entusiasmo! Scherzi a parte, hanno ritenuto di vitale importanza un regolamento come il vostro in una realtà  come quella di Acireale Credete di modificarlo in futuro? Come giunta non credo che lo modificheremo. Forse i consiglieri e le commissioni che lo esamineranno lo adatteranno alla realtà  di Acireale. Crede che il regolamento costituisca una risorsa in sé o aveva in mente qualche ambito di applicazione proprio nella città  di Acireale in cui si percepisce l&#8217;assenza di collaborazione tra cittadini e pubblica amministrazione? Acireale come tutta la Sicilia ne hanno un forte bisogno. Ed i cittadini ce lo chiedono da tempo. La Sicilia si è dimostrata particolarmente virtuosa, nella comparazione regionale tra i diversi soggetti che hanno scaricato il regolamento di Labsus. Secondo lei, perché? C&#8217;è necessità  di cambiare. Una grande regione come quella siciliana, falcidiata negli anni da innumerevoli problemi, vede ora sbarrarsi la strada a causa di una pesante carenza di fondi. Occorre ovviare a queste impasse e il regolamento di Labsus rappresenta un importante rimedio. Acireale con l&#8217;elezione del nuovo sindaco ha deciso di sposare il trend della rottamazione ed innovazione molto in voga in questo momento. Crede che il regolamento possa essere annoverato tra gli strumenti di innovazione che porteranno ad un rinnovamento della politica? Ad Acireale si è realizzata una svolta di grande valore. Dopo anni di politica immobilista, l&#8217;elezione di Barbagallo, nella primavera scorsa, ha portato indubbiamente un vento di cambiamento che si sta facendo sentire. Stiamo cambiando questa città : vogliamo cercare di trasmettere alla popolazione, tra le altre cose, la necessità  di abbandonare quel costante binomio di servizio-retribuzione ed introdurre concetti nuovi come volontariato, solidarietà  e bene comune. Un po&#8217; come la mission di Labsus, insomma&#8230; Proprio così. Ed è proprio per questo che non ci ho pensato due volte prima di presentare il regolamento al sindaco. Il Sindaco Barbagallo aveva commentato cosìl&#8217;approvazione in giunta del regolamento: &#8220;Ci sono arrivate diverse richieste da parte di associazioni e singoli cittadini, che vogliono adoperarsi per riqualificare alcuni spazi della città  e addirittura immobili in stato di degrado. Appena il regolamento passerà  in Consiglio verificheremo la presenza di immobili comunali sul territorio che potranno essere migliorati e gestiti dai cittadini. E&#8217; chiaro che il Comune sosterrà  le iniziative dei cittadini attivi e farà  in modo di sgravarli come possibile&#8221;. Qui il video di un&#8217;intervista al vicesindaco Ardita in merito al regolamento per i beni comuni. LEGGI ANCHE: Beni comuni: a Bari è stata proposta l&#8217;adozione del Regolamento Chieri verso il Regolamento per la cura dei beni comuni Ivrea, approvato all&#8217;unanimità  il Regolamento per la cura dei beni comuni A Catanzaro si valuta il Regolamento sui beni comuni, ad Asciano lo approvano Amministrazione condivisa, anche L&#8217;Aquila approva il nostro Regolamento Il consiglio comunale di Bologna approva definitivamente il Regolamento Amministrazione condivisa, anche L&#8217;Aquila approva il nostro Regolamento Siena approva all&#8217;unanimità  il Regolamento sui beni comuni Comunicare i beni comuni Un ricostituente per l&#8217;Italia La seconda ricostruzione e i beni comuni Orvieto guarda al regolamento per l&#8217;amministrazione condivisa Leggi la rassegna stampa del progetto Scarica il Regolamento</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/09/comune-acireale-e-prossimo-approvazione-regolamento-beni-comuni/">Il comune siciliano di Acireale è prossimo all&#8217;approvazione del regolamento per i beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b>Assessore, cosa l&#8217;ha spinta a proporre il regolamento alla sua giunta?<br />
</b>Qualche mese fa, i ragazzi di una cooperativa di Acireale mi hanno segnalato la vostra iniziativa, pubblicizzandola come molto interessante. Sono andato subito a cercarla e, non appena data un&#8217;occhiata, non ho potuto non comunicare al Sindaco e alla giunta la mia volontà  di  &#8221; importare &#8221;  il regolamento anche ad Acireale.</p>
<p><b>Qual è stata la reazione della giunta e del consiglio?<br />
</b>Beh, devo dire che inizialmente si sono fatti convincere dal mio entusiasmo! Scherzi a parte, hanno ritenuto di vitale importanza un regolamento come il vostro in una realtà  come quella di Acireale</p>
<p><b>Credete di modificarlo in futuro?<br />
</b>Come giunta non credo che lo modificheremo. Forse i consiglieri e le commissioni che lo esamineranno lo adatteranno alla realtà  di Acireale.</p>
<p><b>Crede che il regolamento costituisca una risorsa in sé o aveva in mente qualche ambito di applicazione proprio nella città  di Acireale in cui si percepisce l&#8217;assenza di collaborazione tra cittadini e pubblica amministrazione?<br />
</b>Acireale come tutta la Sicilia ne hanno un forte bisogno. Ed i cittadini ce lo chiedono da tempo.</p>
<p><b>La Sicilia si è dimostrata particolarmente virtuosa, nella comparazione regionale tra i diversi soggetti che hanno scaricato il regolamento di Labsus. Secondo lei, perché?<br />
</b>C&#8217;è necessità  di cambiare. Una grande regione come quella siciliana, falcidiata negli anni da innumerevoli problemi, vede ora sbarrarsi la strada a causa di una pesante carenza di fondi. Occorre ovviare a queste impasse e il regolamento di Labsus rappresenta un importante rimedio.</p>
<p><b>Acireale con l&#8217;elezione del nuovo sindaco ha deciso di sposare il trend della rottamazione ed innovazione molto in voga in questo momento. Crede che il regolamento possa essere annoverato tra gli strumenti di innovazione che porteranno ad un rinnovamento della politica?<br />
</b>Ad Acireale si è realizzata una svolta di grande valore. Dopo anni di politica immobilista, l&#8217;elezione di Barbagallo, nella primavera scorsa, ha portato indubbiamente un vento di cambiamento che si sta facendo sentire. Stiamo cambiando questa città : vogliamo cercare di trasmettere alla popolazione, tra le altre cose, la necessità  di abbandonare quel costante binomio di servizio-retribuzione ed introdurre concetti nuovi come volontariato, solidarietà  e bene comune.</p>
<p><b>Un po&#8217; come la mission di Labsus, insomma&#8230;<br />
</b>Proprio così. Ed è proprio per questo che non ci ho pensato due volte prima di presentare il regolamento al sindaco.</p>
<p>Il Sindaco Barbagallo aveva commentato cosìl&#8217;approvazione in giunta del regolamento: &#8220;Ci sono arrivate diverse richieste da parte di associazioni e singoli cittadini, che vogliono adoperarsi per riqualificare alcuni spazi della città  e addirittura immobili in stato di degrado. Appena il regolamento passerà  in Consiglio verificheremo la presenza di immobili comunali sul territorio che potranno essere migliorati e gestiti dai cittadini. E&#8217; chiaro che il Comune sosterrà  le iniziative dei cittadini attivi e farà  in modo di sgravarli come possibile&#8221;.</p>
<p><a href="https://www.facebook.com/video.php?v=10203512858114598&amp;set=vb.1008423153&amp;type=2&amp;theater" target="_blank">Qui il video di un&#8217;intervista al vicesindaco Ardita in merito al regolamento per i beni comuni</a>.</p>
<p><strong>LEGGI ANCHE:<br />
<a href="http://www.labsus.org/2014/09/beni-comuni-bari-proposta-adozione-regolament/" target="_blank">Beni comuni: a Bari è stata proposta l&#8217;adozione del Regolamento</a></strong><br />
<strong><a href="http://www.labsus.org/2014/09/chieri-verso-il-regolamento-per-la-cura-dei-beni-comuni/" target="_blank">Chieri verso il Regolamento per la cura dei beni comuni</a></strong><br />
<strong><a href="http://www.labsus.org/2014/09/ivrea-approvato-allunanimita-il-regolamento-dei-beni-comuni/" target="_blank">Ivrea, approvato all&#8217;unanimità  il Regolamento per la cura dei beni comuni</a></strong><br />
<strong><a href="http://www.labsus.org/2014/09/comuni-di-asciano-e-catanzaro-nuovi-sostenitori-dellamministrazione-condivisa/" target="_blank">A Catanzaro si valuta il Regolamento sui beni comuni, ad Asciano lo approvano</a></strong><br />
<strong><a href="http://www.labsus.org/2014/07/amministrazione-condivisa-anche-laquila-approva-il-nostro-regolamento/" target="_blank">Amministrazione condivisa, anche L&#8217;Aquila approva il nostro Regolamento</a></strong><br />
<a href="http://www.labsus.org/2014/05/consiglio-comunale-bologna-approva-regolamento-amministrazione-condivisa-beni-comuni/" target="_blank"><strong>Il consiglio comunale di Bologna approva definitivamente il Regolamento<br />
</strong></a><strong><a href="http://www.labsus.org/2014/07/amministrazione-condivisa-anche-laquila-approva-il-nostro-regolamento/" target="_blank">Amministrazione condivisa, anche L&#8217;Aquila approva il nostro Regolamento</a></strong><br />
<a href="http://www.labsus.org/2014/05/siena-approva-il-regolamento-sui-beni-comuni-allunanimita/" target="_blank"><strong>Siena approva all&#8217;unanimità  il Regolamento sui beni comuni</strong></a><a href="http://www.labsus.org/2014/09/ivrea-approvato-allunanimita-il-regolamento-dei-beni-comuni/" target="_blank"><strong><br />
</strong></a><strong><a href="http://www.labsus.org/2013/09/comunicare-i-beni-comuni/" target="_blank">Comunicare i beni comuni<br />
</a><a href="http://www.labsus.org/2013/06/un-ricostituente-per-litalia/" target="_blank">Un ricostituente per l&#8217;Italia<br />
</a><a href="http://www.labsus.org/2014/01/la-seconda-ricostruzione-e-beni-comuni/" target="_blank">La seconda ricostruzione e i beni comuni<br />
</a><a href="http://www.labsus.org/2014/09/orvieto-guarda-al-regolamento-per-lamministrazione-condivisa/" target="_blank">Orvieto guarda al regolamento per l&#8217;amministrazione condivisa</a></strong></p>
<h1><em><a href="http://www.labsus.org/2014/02/rassegna-stampa-presentazione-regolamento-per-amministrazione-condivisa/" target="_blank">Leggi la rassegna stampa del progetto</a></em></h1>
<h1><em><a href="http://www.labsus.org/scarica-regolamento/" target="_blank">Scarica il Regolamento</a></em></h1>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/09/comune-acireale-e-prossimo-approvazione-regolamento-beni-comuni/">Il comune siciliano di Acireale è prossimo all&#8217;approvazione del regolamento per i beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Si può essere  &#8221; contro il non profit &#8221; ?</title>
		<link>https://www.labsus.org/2014/08/si-puo-essere-contro-il-non-profit/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Gentili]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Aug 2014 05:44:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[contro il non profit]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Moro]]></category>
		<category><![CDATA[Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[non-profit]]></category>
		<category><![CDATA[terzo settore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Giovanni Moro, presidente emerito di Cittadinanzattiva, sarebbe stato difficile aspettarsi un attacco serrato nei confronti di non profit e terzo settore.  Le necessità  editoriali e di marketing hanno però imposto al lettore un&#8217;attenzione impulsiva nei confronti di un titolo che, come nel caso già  trattato de &#8221; Il lato oscuro della sussidiarietà  &#8221; , funge solo da calamita ma che poi nasconde un saggio che non condanna ma indaga e, con coraggio, pone al centro dell&#8217;attenzione quanto omesso fino ad oggi, da addetti ai lavori e non. Gli equivoci La tesi di Moro muove verso quel mondo, quello &#8221; spazio protetto di azione in cui un po&#8217; tutto è possibile, dai ristoranti alle palestre, dalle cliniche alle polisportive &#8221; ; il non profit mondiale ha goduto negli anni della rendita fornitagli da quell&#8217;aurea di benevolenza che ne accompagnava ogni singola azione, dimenticando di compiere le opportune differenziazioni. Il problema cresce e si diffonde da anni, figlio di una mancata conoscenza di base (che millanta origini medievali del fenomeno, quando si parla di un trend poco più che quarantennale) e di quella estesa convinzione che ne fa un &#8221; magma indistinto &#8221; , un fascio indifferenziato di erbe, benigne o nocive che siano. Il non profit gode di quei parametri entro i quali la vita è più semplice, agevolata, cullata tra pressione fiscale ridotta e burocrazia meno oppressiva, e orgogliosi di un pregiudizio consolidato che ne fa un fenomeno, sempre e comunque, positivo. Ciò che ha condizionato questo trend è stata la confusione con la quale si è gestito un fenomeno che ha assunto sempre più importanza, andando a far lievitare i contributi apportati ai PIL nazionali; una confusione rivelatasi letale quando accanto alle mense per i poveri ed alle cooperative di disabili, sotto il grande e variegato ombrello del non profit sono andati ad aggiungersi, per esempio, associazioni che di non profit hanno veramente poco: parliamo di società  del calibro di Real Madrid o Barcellona. E&#8217; andata perdendosi, mai come in questo caso, la mission iniziale, quel nobile principio che faceva del non profit una terza via, incuneatasi prepotentemente tra i pilastri dell&#8217;economia moderna che portano i nomi di Stato e Mercato. Il non profit &#8220;economizzato&#8221; L&#8217; &#8221; economizzazione&#8221; del fenomeno è andata invece a minare proprio le fondamenta del terzo settore, snaturando ogni suo proposito benevolo: &#8221; il mondo guarda oltre il PIL, ma il non profit è invece considerato rilevante proprio in quanto può accrescerlo &#8221; , sostiene l&#8217;autore. E&#8217; un&#8217;inusuale sineddoche a caratterizzare il non profit italiano, diffusasi nell&#8217;opinione pubblica a causa di quella convinzione accresciutasi che sa caratterizzare il &#8221; tutto &#8221; grazie ai segnali positivi che giungono dal brillante operato di una &#8221; parte &#8221; , non importa se infinitesimalmente piccola. E&#8217; l&#8217;inconsapevolezza ad accompagnare una perseveranza nell&#8217;errore che dura da decenni; l&#8217;illusione di un &#8221; capitale sociale buono in sé &#8221; , sempre e comunque. Che sia dispotico o accogliente, che sia egoista o che punti ad arricchire il senso di un destino comune. All&#8217;interno della &#8221; Babele del non profit &#8221; , i professionisti del terzo settore hanno saputo tracciare astute scorciatoie ed hanno per sempre abbandonato i vincoli imposti a tutte le imprese private. L&#8217;ovvia conseguenza, inevitabile deriva di un andazzo infetto, è stata quella di precipitare in uno scetticismo serrato che ha portato alla critica costante nei confronti di tutto l&#8217;operato non profit; un ribaltamento di quella sineddoche che oggi porta ad oscurare e a dubitare del &#8221; tutto &#8221; , a causa dei vizi e delle magagne della &#8221; parte &#8221; . Quale futuro? Giovanni Moro non offre soluzioni certe né indica sentieri sicuri da percorrere. A lui va il merito di aver sollevato un problema che, a suo dire, &#8221; è sulla scrivania di tutti gli addetti ai lavori &#8221; ; un problema che però questi ultimi continuano a nascondere sotto ad un tappeto diventato ingestibile. Dalle pagine finali si percepisce il sentimento che spinge l&#8217;autore nel portare a malincuore alla luce i difetti di un sistema di cui egli stesso fa parte con passione. Una passione che, come consuetudine in una società  alla ricerca dei valori smarriti, non deve dimenticare, secondo Moro, di accompagnarsi ad analisi ed azioni certe e mirate. Comportamenti che sappiano fare del non profit una reale alternativa ad un sistema economico che, piaccia o meno, appare gravemente malato. Leggi anche: Cittadinanza attiva e qualità  della democrazia Interesse generale e riforma del Terzo Settore Quale Terzo Settore per quale nuovo welfare?</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/08/si-puo-essere-contro-il-non-profit/">Si può essere  &#8221; contro il non profit &#8221; ?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Da Giovanni Moro, presidente emerito di Cittadinanzattiva, sarebbe stato difficile aspettarsi un attacco serrato nei confronti di non profit e terzo settore.  Le necessità  editoriali e di marketing hanno però imposto al lettore un&#8217;attenzione impulsiva nei confronti di un titolo che, come nel caso già  trattato de  &#8221; <a href="http://www.labsus.org/2014/05/il-lato-oscuro-della-sussidiarieta/" target="_blank">Il lato oscuro della sussidiarietà </a> &#8221; , funge solo da calamita ma che poi nasconde un saggio che non condanna ma indaga e, con coraggio, pone al centro dell&#8217;attenzione quanto omesso fino ad oggi, da addetti ai lavori e non.</p>
<h1>Gli equivoci</h1>
<p>La tesi di Moro muove verso quel mondo, quello  &#8221; spazio protetto di azione in cui un po&#8217; tutto è possibile, dai ristoranti alle palestre, dalle cliniche alle polisportive &#8221; ; il non profit mondiale ha goduto negli anni della rendita fornitagli da quell&#8217;aurea di benevolenza che ne accompagnava ogni singola azione, dimenticando di compiere le opportune differenziazioni.<br />
Il problema cresce e si diffonde da anni, figlio di una mancata conoscenza di base (che millanta origini medievali del fenomeno, quando si parla di un trend poco più che quarantennale) e di quella estesa convinzione che ne fa un  &#8221; magma indistinto &#8221; , un fascio indifferenziato di erbe, benigne o nocive che siano.<br />
Il non profit gode di quei parametri entro i quali la vita è più semplice, agevolata, cullata tra pressione fiscale ridotta e burocrazia meno oppressiva, e orgogliosi di un pregiudizio consolidato che ne fa un fenomeno, sempre e comunque, positivo.</p>
<p>Ciò che ha condizionato questo trend è stata la confusione con la quale si è gestito un fenomeno che ha assunto sempre più importanza, andando a far lievitare i contributi apportati ai PIL nazionali; una confusione rivelatasi letale quando accanto alle mense per i poveri ed alle cooperative di disabili, sotto il grande e variegato ombrello del non profit sono andati ad aggiungersi, per esempio, associazioni che di non profit hanno veramente poco: parliamo di società  del calibro di Real Madrid o Barcellona. E&#8217; andata perdendosi, mai come in questo caso, la mission iniziale, quel nobile principio che faceva del non profit una terza via, incuneatasi prepotentemente tra i pilastri dell&#8217;economia moderna che portano i nomi di Stato e Mercato.</p>
<h1>Il non profit &#8220;economizzato&#8221;</h1>
<p>L&#8217; &#8221; economizzazione&#8221; del fenomeno è andata invece a minare proprio le fondamenta del terzo settore, snaturando ogni suo proposito benevolo:  &#8221; il mondo guarda oltre il PIL, ma il non profit è invece considerato rilevante proprio in quanto può accrescerlo &#8221; , sostiene l&#8217;autore.<br />
E&#8217; un&#8217;inusuale sineddoche a caratterizzare il non profit italiano, diffusasi nell&#8217;opinione pubblica a causa di quella convinzione accresciutasi che sa caratterizzare il  &#8221; tutto &#8221;  grazie ai segnali positivi che giungono dal brillante operato di una  &#8221; parte &#8221; , non importa se infinitesimalmente piccola.<br />
E&#8217; l&#8217;inconsapevolezza ad accompagnare una perseveranza nell&#8217;errore che dura da decenni; l&#8217;illusione di un  &#8221; capitale sociale buono in sé &#8221; , sempre e comunque. Che sia dispotico o accogliente, che sia egoista o che punti ad arricchire il senso di un destino comune. All&#8217;interno della  &#8221; Babele del non profit &#8221; , i professionisti del terzo settore hanno saputo tracciare astute scorciatoie ed hanno per sempre abbandonato i vincoli imposti a tutte le imprese private.</p>
<p>L&#8217;ovvia conseguenza, inevitabile deriva di un andazzo infetto, è stata quella di precipitare in uno scetticismo serrato che ha portato alla critica costante nei confronti di tutto l&#8217;operato non profit; un ribaltamento di quella sineddoche che oggi porta ad oscurare e a dubitare del  &#8221; tutto &#8221; , a causa dei vizi e delle magagne della  &#8221; parte &#8221; .</p>
<h1>Quale futuro?</h1>
<p>Giovanni Moro non offre soluzioni certe né indica sentieri sicuri da percorrere. A lui va il merito di aver sollevato un problema che, a suo dire,  &#8221; è sulla scrivania di tutti gli addetti ai lavori &#8221; ; un problema che però questi ultimi continuano a nascondere sotto ad un tappeto diventato ingestibile.</p>
<p>Dalle pagine finali si percepisce il sentimento che spinge l&#8217;autore nel portare a malincuore alla luce i difetti di un sistema di cui egli stesso fa parte con passione. Una passione che, come consuetudine in una società  alla ricerca dei valori smarriti, non deve dimenticare, secondo Moro, di accompagnarsi ad analisi ed azioni certe e mirate. Comportamenti che sappiano fare del non profit una reale alternativa ad un sistema economico che, piaccia o meno, appare gravemente malato.</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<ul>
<li><a title="http://www.labsus.org/2014/06/cittadinanza-attiva-e-qualita-della-democrazia/" href="http://www.labsus.org/2014/06/cittadinanza-attiva-e-qualita-della-democrazia/" target="_blank"><span style="line-height: 14px;">Cittadinanza attiva e qualità  della democrazia</span></a></li>
<li><a title="http://www.labsus.org/2014/06/interesse-generale-e-riforma-del-terzo-settore/" href="http://www.labsus.org/2014/06/interesse-generale-e-riforma-del-terzo-settore/" target="_blank">Interesse generale e riforma del Terzo Settore</a></li>
<li><a title="http://www.labsus.org/2014/07/quale-terzo-settore-per-quale-nuovo-welfare/" href="http://www.labsus.org/2014/07/quale-terzo-settore-per-quale-nuovo-welfare/" target="_blank">Quale Terzo Settore per quale nuovo welfare?</a></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/08/si-puo-essere-contro-il-non-profit/">Si può essere  &#8221; contro il non profit &#8221; ?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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