Giulio Manfredonia dirige un lungometraggio che fa riflettere e divertire

La legalità  torna ad essere orgoglio delle genti meridionali e speranza per i cittadini del mondo

Filippo, un ottimo Stefano Accorsi, è chiamato a dirigere una cooperativa agricola che sorge sui resti di un bene confiscato ad un boss mafioso nel profondo sud pugliese. I vizi, le magagne, gli stereotipi dell’italiana quotidianità  uniti ad una burocrazia asfissiante e ad istituzioni ostili, si stagliano di fronte al protagonista del film; egli vede allontanarsi sempre più i progetti che aveva in serbo per la sua cooperativa. Rilancio sociale, sviluppo locale, lavoro vengono oscurati dalle ombre tipiche del marciume italiano.

Saranno però i soci che Accorsi troverà  lungo il suo percorso, per scelta o per caso, a dimostrare che l’impegno, la dedizione e la consapevolezza del valore della collettività , possono fare della legalità  un valore determinante, sulle cui basi far crescere un progetto importante come quello della cooperativa agricola. Persone a cui Filippo si affezionerà  sempre più e che saranno in grado di trasmettere all’uomo della provvidenza giunto dal Nord, il senso di sfida e la voglia di riscatto che caratterizza le vite dei contadini meridionali.

Il valore della legalità 

In anni in cui l’egoismo, la furbizia e l’opportunismo sono diventati qualità  da difendere, Giulio Manfredonia offre allo spettatore un cambio di rotta, trasmettendo al pubblico l’originale aspetto intrigante della legalità . E’ quest’ultima a divenire mainstream del bel lungometraggio La nostra terra. La legalità  è figlia del rispetto collettivo dei beni comuni; uno straordinario Sergio Rubini, seppur nel suo piccolo ruolo, interpretando il vecchio fattore del boss, comunica allo spettatore l’esigenza di una riscoperta del valore intrinseco che la terra porta con sé.

La legalità  torna ad essere quindi orgoglio delle genti meridionali, e speranza per i cittadini del mondo. Il bene comune in questo caso veste i panni di una cooperativa agricola caratterizzata dalla consapevolezza dei suoi soci di essere un bene di tutti e per tutti. Si intravede in controluce un concetto di ” terra ” che, mai come in questo caso, mostra la sua doppia derivazione: una ‘terra’ come bene agricolo in grado di garantire il benessere di una comunità  ed un ‘pianeta Terra’ da tutelare meticolosamente. Non mancano, però, le critiche al perenne alone di buonismo che accompagna iniziative di ” Terzo settore ” che, alla lunga, producono l’effetto inverso.

Risvegliare le coscienze

Manfredonia dimostra ancora una volta di saper proporre un’opera che sollevi dal torpore la coscienza degli spettatori ma che però allo stesso tempo sappia lasciar intravedere le scappatoie da una società  ingiusta. E’ forse proprio riscoprendo il concetto di terra come bene comune ed un rinato valore di legalità  che i cittadini possono ritornare a combattere quelle sfide che condizionano la società  contemporanea: le battaglie ambientali, sociali e culturali di cui si percepisce estremo bisogno. Sfide che debbono improrogabilmente essere combattute e, se possibile, vinte al più presto.

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