La riscoperta dei beni comuni

- 27 agosto 2013

Come sottolineato da Stefano Rodotà, proprio a causa di tale successo il concetto è però vittima di un uso inflazionistico, che può non solo aumentare il rischio di strumentalizzazioni, ma anche comprometterne la reale portata di cambiamento che esso può trascinare con sé. Un’indagine sulla possibilità e la necessità di andare oltre l’uso sloganistico, si rivela dunque preliminare.

I beni comuni nella teoria economica tradizionale

In quanto liberamente fruiti da ciascuno, ma allo stesso tempo sottraibili al consumo, i commons sarebbero inevitabilmente soggetti a sovrasfruttamento, fino ad essere danneggiati o persino distrutti, in base alla c.d. “tragedia dei beni comuni”. Tale approccio non solo si dimostra parziale a livello teorico, in quanto strettamente ancorato all’ipotesi, spesso fuorviante, dell’homo oeconomicus, ma ha anche contribuito ad una certa miopia ideologica nelle politiche pubbliche, che consiste nell’aver prefigurato – e poi attuato – un assetto istituzionale serrato tra due sole opzioni: una, supposta garante dell’interesse generale, incarnata dallo Stato; l’altra, supposta garante dell’efficienza economica, rappresentata dall’impresa privata.

La riscoperta nel mondo accademico

Al premio Nobel per l’Economia Elinor Ostrom va il merito di aver indagato un’altra possibilità, centrata su autogoverno e gestione collettiva. Ostrom dimostra che una razionalità semplicemente differente ha di fatto condotto molte comunità a prendersi collettivamente cura dei beni comuni. Dai suoi criteri istituzionali, in particolare, emerge un sistema di autogoverno in cui il rapporto tra commons, da un lato, democrazia e autogoverno, dall’altro, è necessitato dalla natura stessa del bene e dai problemi che la sua gestione solleva.
Ciò ha condotto ad una estensione del campo semantico dei commons, dai beni comuni “tradizionali” ai c.d. new commons, nonchè ad uno slittamento dell’uso dell’espressione, da un campo descrittivo ad uno prescrittivo.

Alla ricerca del significato: il dibattito teorico italiano

Nel dibattito interno al nostro paese, pionieristici sono stati i lavori della Commissione Rodotà, che propone una garanzia sostanziale dei beni comuni, motivata sia dalla sopraggiunta scarsità di questi beni, che vanno tutelati anche per le future generazioni, sia dal loro esprimere utilità funzionali all’esercizio di diritti fondamentali.
Notevole è il contributo del sociologo Carlo Donolo, secondo il quale beni comuni non sarebbero tanto “cose” che possediamo in proprietà comune, quanto degli aspetti che necessariamente dobbiamo condividere, perché da essi dipende la qualità dello stesso legame sociale. Le loro caratteristiche possono però essere apprezzate solo mediante adeguati processi di apprendimento sociale, che incidano sull’ordine gerarchico delle preferenze individuali.

La democrazia è un bene comune?

Nel nostro regime democratico la qualità dell’apprendimento sociale non sembra adeguata a sciogliere le molte tragedie di beni comuni che quotidianamente vediamo rimanere irrisolte. Se da un lato i beni comuni, per essere ben gestiti, “hanno bisogno” di democrazia, lo stesso regime democratico, se non vuole smarrire il suo significato autentico, sembra avere bisogno di beni comuni che ne assicurino l’apprendimento.
Possiamo interpretare la democrazia stessa come un bene comune? L’analisi permetterebbe di capire la necessità che essa sia condivisa, formalmente e sostanzialmente, e di mettere in evidenza i dilemmi sociali che la sua cura doverosa comporta.
Che il “pubblico” si apra al “comune” attraverso pratiche deliberative e reali meccanismi partecipativi, o il “comune” vada incontro al “pubblico” attraverso la cittadinanza attiva e la gestione diretta di servizi essenziali, l’incontro deve dare luogo ad una sintesi informata, responsabile e condivisa, tutt’altro che agevole da realizzare (data la “tragicità” del contesto istituzionale italiano), ma non per questo impossibile.

In allegato la tesi della Dott.ssa Elena Taverna

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