Riforme amministrative

La comunicazione dell’amministrazione condivisa

Millenovecentonovanta, l’anno del cambiamento

Se si ripercorre la storia dell’amministrazione italiana usando come griglia i rapporti fra amministrazioni e cittadini risulta evidente come nell’ultimo quarto di secolo si sia verificato un cambiamento di fondo.
In un periodo di tempo relativamente breve (considerati i ritmi di cambiamento di un grande sistema amministrativo come il nostro), si è passati da un’amministrazione fondata sul segreto ad una in cui il Ministro della funzione pubblica può emanare una direttiva nella quale afferma che la "comunicazione pubblica cessa di essere un segmento aggiuntivo e residuale dell’azione delle pubbliche amministrazioni e ne diviene parte integrante" (“Direttiva sulle attività di comunicazione delle pubbliche amministrazioni”, 7 febbraio 22).

Il punto di svolta, al tempo stesso approdo e punto di partenza per nuovi sviluppi, è stata la legge 241/199. Da allora è stato un susseguirsi di interventi che hanno introdotto nel nostro diritto amministrativo princìpi completamente nuovi, spesso antitetici rispetto a quelli tradizionali, ma tutti comunque in qualche modo riconducibili all’idea di fondo della legge sul procedimento, secondo la quale i privati sono molto di più che non semplici amministrati, utenti, assistiti: sono cittadini ed in quanto tali devono essere ascoltati, partecipare al processo decisionale ed in generale essere considerati dall’amministrazione interlocutori su un piano il più possibile paritario.


Dalla trasparenza alla comunicazione

La legge 241 del 199 aveva come obiettivo la partecipazione e la trasparenza, le due parole d’ordine che avevano, non a caso, caratterizzato gli anni Settanta e Ottanta, il periodo di gestazione della legge. Ma negli anni Novanta il concetto di trasparenza ha avuto uno sviluppo che è andato ben oltre il significato immaginato dal legislatore, quel semplice (ma pur sempre rivoluzionario) “guardar dentro” l’amministrazione consentito dal diritto d’accesso ai documenti amministrativi; essa è stata intesa come un diverso modo di essere complessivo dell’amministrazione, tale da giustificare non solo il diritto dei cittadini ad informarsi sulle attività dell’amministrazione, ma anche il loro diritto ad essere informati su iniziativa autonoma dell’amministrazione, a prescindere da una loro richiesta. L’informazione ai cittadini, un profilo essenziale della trasparenza amministrativa, diventava così un obbligo delle amministrazioni.

Da qui, lo sviluppo della comunicazione pubblica, che oggi è molto di più che non semplice trasmissione di informazioni, è “parte integrante dell’azione delle amministrazioni”.
La legge 15 del 2, che chiude il decennio delle riforme amministrative, rappresenta anch’essa, come la legge sul procedimento, un punto di arrivo e un punto di partenza. Punto di arrivo, perché disciplinare con legge le attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni vuol dire riconoscere che le amministrazioni ormai non possono non comunicare, perché oggi se fra amministrazioni e cittadini non c’è comunicazione amministrare è difficile e, in alcuni casi, impossibile.
Ma la legge 15/2 è anche un punto di partenza perché da essa (o da una nuova legge) bisogna muovere per spostare ancora più avanti i confini della cittadinanza amministrativa, sapendo che la qualità del rapporto fra cittadini e amministrazioni è misurata anche dalla qualità della comunicazione di interesse generale. Come le lucciole sono indicatori della qualità dell’ambiente, perché non possono vivere in un ambiente inquinato, allo stesso modo la comunicazione pubblica è un indicatore della qualità dei rapporti fra cittadini e amministrazioni: non può esserci una buona comunicazione pubblica laddove l’amministrazione non rispetta i cittadini ed i dipendenti e non applica i principi di efficienza, imparzialità e trasparenza dell’azione amministrativa.

La comunicazione come funzione strategica

Consolidata la funzione di comunicazione (sia pure, come sempre accade nel nostro Paese, in maniera molto diversificata da zona a zona e da amministrazione ad amministrazione), è necessario porsi adesso alcuni traguardi per i prossimi anni.
In primo luogo, sul piano per così dire “interno”, bisogna mantenere alta la tensione che ha caratterizzato i tumultuosi (dal punto di vista del pubblico che comunica) anni Novanta del secolo scorso, evitando che l’applicazione della legge 15/2 e, in generale, l’attività di comunicazione decadano a mero adempimento burocratico; che le competenze dei professionisti della comunicazione siano considerate come accessorie e marginali rispetto alle competenze tradizionalmente presenti nelle amministrazioni; e che le strutture per la comunicazione siano viste unicamente come caselle da occupare secondo le solite logiche spartitorie e autoreferenziali.
Bisogna in altri termini che le amministrazioni pubbliche siano realmente convinte e consapevoli che all’interno di quel processo quotidiano di cambiamento in cui consiste la riforma amministrativa la funzione di comunicazione è strategica.

Imparare ad ascoltare

In secondo luogo, è necessario che le amministrazioni riscoprano il vero significato della comunicazione, che non significa solo informare, ma anche ascoltare. Oggi molte amministrazioni informano i propri utenti, poche li ascoltano veramente, con l’attenzione e il rispetto con cui si ascolta qualcuno che ha qualcosa di importante da dirci.
Pur rimanendo all’interno dello schema bipolare di tipo tradizionale (per cui l’amministrazione è l’unico soggetto legittimato al perseguimento dell’interesse pubblico ed i cittadini sono semplici amministrati) dovrebbe essere comunque possibile per chi opera nelle pubbliche amministrazioni porsi nei confronti dei cittadini in maniera meno “verticale”, per cui tutto fluisce comunque e sempre dall’amministrazione verso la società, comprese le informazioni.
In realtà, considerata la complessità della società attuale, è impensabile oggi pensare di poter amministrare efficacemente privandosi dell’apporto di conoscenze, esperienze, idee di cui sono portatori i cittadini. Ascoltarli è dunque prima di tutto nell’interesse delle amministrazioni stesse.

La comunicazione per l’amministrazione condivisa

Infine, la comunicazione pubblica dei prossimi anni dovrebbe accompagnare e sostenere lo sviluppo del nuovo modello di amministrazione fondato sul principio di sussidiarietà, l’amministrazione condivisa. In questo modello il ruolo della comunicazione è ancora più centrale, se possibile, di quanto non lo sia nel modello tradizionale, perché il funzionamento dell’amministrazione condivisa si fonda per definizione su quel cum-munus, quel “fare insieme”, che è la radice etimologica del termine “comunicazione”. Realizzare la sussidiarietà vuol dire amministrare insieme, costruire alleanze fra soggetti pubblici e cittadini in nome dell’interesse generale, creare reti di amministrazioni, associazioni, singoli cittadini per affrontare meglio, insieme, la complessità.
Tutto ciò si può fare solo creando fra l’amministrazione ed i cittadini canali per comunicare, continuamente percorsi da flussi di informazioni di cui ogni snodo della rete, soggetto pubblico o cittadino, farà l’uso migliore possibile per la realizzazione dell’interesse generale.
Quell’interesse generale che alla fine si identifica con la missione che la Costituzione assegna all’amministrazione, cioè la creazione delle condizioni per il pieno sviluppo di ciascuno, secondo quanto previsto dall’articolo 3, secondo comma della Costituzione. Solo che, mentre secondo lo schema bipolare tale missione è compito esclusivo dell’amministrazione, secondo il nuovo paradigma della sussidiarietà all’amministrazione si affiancano, in veste di alleati, quei medesimi cittadini che secondo il modello tradizionale non sono altro che semplici amministrati.
Amministrazione e cittadini insieme, dunque, alleati per realizzare un obiettivo comune, l’autonomia e la piena realizzazione di ogni persona. E fra alleati si comunica.



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