Fare impresa vuol dire anche avere un ruolo sociale
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Alessi spa, quando l’impresa fa bene al sociale

Nicoletta Alessi ci ha illustrato nella sua intervista l'impegno "sociale" dell'azienda di famiglia

foto_alessi_buon_lavoroNicoletta Alessi viene da una grande famiglia di imprenditori, insieme al padre ha ideato il progetto "Il Buon Lavoro - La Fabbrica per la città " in cui quasi trecento dipendenti della nota azienda di design italiana saranno impiegati in attività di utilità sociale per evitare il ricorso alla cassa integrazione. Nicoletta Alessi si occupa di responsabilità sociale d'impresa per conto della Good Point.

“Il Buon Lavoro – La Fabbrica per la città “: come nasce questa iniziativa dell’Alessi Spa, unica nel suo genere in Italia in cui i lavoratori di un’azienda privata si mettono al servizio della comunità ?

L’occasione del progetto è arrivata quando mio padre, l’amministratore delegato dell’Alessi spa, stava vagliando una serie di iniziative per gestire il calo della capacità produttiva, dovuta anche alla scelta aziendale di mantenere la produzione in Italia. Si devono sempre fronteggiare alti e bassi e in certe fasi l’unica soluzione per gli esuberi è la cassa integrazione. Abbiamo pensato di poter impiegare cosìil personale in qualcosa di utile alla comunità . Abbiamo preso contatti con il Comune di Omegna che aveva anche lui delle esigenze di fondo per carenza di fondi per alcuni interventi. Due esigenze diverse hanno trovato un punto di incontro.


I vostri lavoratori come hanno reagito alla proposta di “dirottare” parte del loro lavoro in attività di cura della loro città ?

Benissimo direi…all’inizio avevamo qualche dubbio, ma gran parte dei lavoratori vivono proprio a Omegna, molti sono già socialmente impegnati nel volontariato. Abbiamo avuto un’adesione massiccia al progetto, l’88% dei dipendenti. Una partecipazione quasi bulgara. Per avviare il progetto abbiamo prima coinvolto le rappresentanze sindacali che hanno subito sposato l’iniziativa, insieme ai sindacati esterni.

nicoletta-alessiDa un punto di vista amministrativo-aziendale come viene gestita questa iniziativa: come sono redistribuiti gli oneri e i costi? C’è un’intervento pubblico o è tutto a carico dell’azienda oltre al supporto della fondazione che vi affianca?

Il costo del lavoro è tutto a carico dell’azienda che ironia della sorte paga anche i contributi finalizzati alla cassa integrazione pur non usufruendone. Non ci sono incentivi o sgravi o interventi da parte dello stato. La fondazione che ci affianca nel progetto ha acquistato i materiali utili all’esecuzione dei lavori, per esempio le vernici per la ripulitura della scuola comunale.


Sulla stampa nazionale la vostra iniziativa è passata come “lavori socialmente utili”, ma noi di Labsus possiamo dire che c’è di più. C’è cura dei beni comuni, c’è cittadinanza attiva, c’è sussidiarietà orizzontale come sancita dall’articolo 118 della nostra Costituzione. Avete mai pensato che quello che stavate facendo poteva essere l’applicazione di un principio costituzionale, qualcosa di più alto che va al di là della semplice definizione di lavoro socialmente utile?

Io direi che prima di tutto diamo seguito al primo articolo della nostra Costituzione quando dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro: facciamo impresa, facciamo il nostro compito, diamo lavoro. Si è vero nel nostro progetto c’è un rendersi utile alla società , ma è nel dna stesso dell’essere un’impresa che fa bene il suo compito.


Una partership innovativa tra pubblico e privato: la vostra iniziativa potrebbe essere l’apripista di una vera e propria amministrazione condivisa tra cittadini e pubblica amministrazione. Una nuova governance del territorio tra le sinergie del privato e del pubblico, entrambi in affanno in questo periodo. Ci avevate pensato quando avete ideato il progetto il Buon lavoro?

Non so se si potrà avviare un meccanismo di amministrazione condivisa. Noi ci siamo limitati a far incontrare sullo stesso piano ordini di bisogni diversi sullo stesso territorio. Noi avevamo il tempo, ma non il lavoro. Il Comune aveva il lavoro, ma mancava delle risorse. Abbiamo alzato le paratie stagne. Mi piacerebbe che nel nostro piccolo la nostra esperienza diventasse un modello.


Questa iniziativa è un caso isolato o pensate che possa avere una sua periodicità , anche da un punto di vista culturale e di una nuova educazione civica?

Mi piacerebbe tantissimo se si potesse replicare, ma devono verificarsi determinate condizioni. Magari lo Stato potrebbe pensare a sgravi fiscali per quelle ore di lavoro messe a disposizione della collettività . Noi ora mettiamo a disposizione del Comune di Omegna un monte orario di ben 9mila ore di lavoro, certo l’idea di poter impiegare anche in futuro qualche ora di lavoro per la comunità sarebbe una bella possibilità .

Poi una cosa lasciatemela dire: apprezzo la vostra visione della nostra iniziativa come esempio di cittadinanza attiva. Fare impresa vuol dire anche avere un ruolo sociale. Un’impresa fa bene il suo mestiere quando produce reddito, lo ridistribuisce alla comunità , offre lavoro di qualità , produce prodotti che corrispondono alle richieste degli acquirenti. Quando un’impresa fa tutto questo allora può anche porre la propria attenzione al sociale, che diventa un aspetto fondante del fare impresa.

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