La salute di una comunità dipende anche dall ' educazione alla pratica sportiva, pertanto quando si identifica la salute come un bene comune fondamentale della collettività è evidente che si deve includere anche lo sport in questa sfera
Il punto di Labsus

Lo sport schiera in campo i beni comuni

La pratica sportiva presenta almeno quattro aspetti che meritano di essere approfonditi sotto il profilo della sussidiarietà e dei beni comuni: la salute; l’inclusione sociale; l’integrazione e infine la tradizione e la cultura sportiva. In questo editoriale esaminiamo i primi tre profili, rinviando ad un prossimo intervento l’esame dei temi dell’etica, della tradizione e della cultura sportiva dal punto di vista della teoria dei beni comuni.

Storicamente nell’Italia dell’Ottocento la pratica sportiva aveva ancora un’accezione fortemente elitaria, solo a cavallo delle due guerre mondiali, anche attraverso l’azione dell’Opera nazionale dopo-lavoro istituita nel 1925, lo sport divenne una pratica collettiva. Durante il fascismo l’intento fu quello di coinvolgere le grandi masse negli obiettivi del regime, reprimendo le organizzazioni sportive operaie sorte precedentemente.

La politica continuò ad utilizzare lo sport in modo strumentale anche negli anni ’50; in quel periodo venne fondata l’Unione Italiana Sport Popolare (UISP), organizzazione sportiva vicina al PCI e al PSI, con lo scopo originario di promuovere la cultura e la pratica dello sport tra le classi popolari (lavoratori e in particolare operai). Successivamente lo sviluppo delle varie federazioni sportive riconosciute dal CONI sottrasse progressivamente terreno alle strutture di promozione sportiva politicamente connotate. Se negli anni ’70 si guardava allo sport come un diritto di cittadinanza per tutti (la UISP, che cambiò il proprio nome in Unione Italiana Sport per Tutti, ad esempio ridefinìi suoi scopi associativi promuovendo una visione dello sport basata non sulla competizione ma sulla partecipazione allargata a tutti senza discriminazioni), negli anni ’80 e ’90 la pratica sportiva, sempre più orientata al divismo e allo spettacolo, si è definitivamente convertita al business.
Nell’ultimo decennio stiamo assistendo ad un cambio di tendenza e alla nascita di numerose realtà associative finalizzate alla promozione di una pratica sportiva, estranea alle logiche del profitto e del fitness orientato solo al culto dell’immagine, che sia accessibile alle classi popolari e che sia un fattore di aggregazione sociale.

Sport è salute

E’ indubbio che una società composta da persone che praticano quotidianamente attività motorie è una società in salute e che vive meglio. L’esercizio sportivo (accostato ad un’adeguata alimentazione) rappresenta una componente fondamentale di uno stile di vita sano, ad ogni età , e permette un corretto sviluppo fisico e la prevenzione di diverse patologie.
La salute di una comunità dipende anche dall’educazione alla pratica sportiva, pertanto quando si identifica la salute come un bene comune fondamentale della collettività è evidente che si deve includere anche lo sport in questa sfera.

Del resto anche da un punto di vista economico è statisticamente dimostrato che investire nello sport fa risparmiare sulle spese per la sanità . Secondo i dati presenti nel Libro Bianco dello Sport, presentato dal CONI nel 2012, grazie agli attuali livelli di pratica fisica e sportiva, agonistica e non, la stima delle morti evitate è di 22mila all’anno e il risparmio sulla spesa sanitaria è stimabile in 1,5 miliardi di euro all’anno, pari a circa l’1,3% della spesa sanitaria complessiva. Ogni anno infatti grazie all’attività motoria si evitano circa 52mila malattie e se le persone attive aumentassero dell’1% si risparmierebbero altri 80 milioni; purtroppo però circa il 40% degli italiani conduce una vita sedentaria e l’Italia è agli ultimi posti in Europa per gli investimenti dedicati allo sport in rapporto al Pil con circa il 2%, contro il 7% dell’Olanda e il 5% di Spagna e Francia.
Anche la pratica sportiva potrebbe dunque rientrare nell’alveo di quei comportamenti individuali, alla portata di tutti, che costituiscono un orizzonte meno visibile ma non per questo meno importante della sussidiarietà che definiamo “quotidiana”. Se la qualità della nostra vita dipende anche dall’attività fisica, praticare uno sport permette di tutelare il bene comune salute.

Gioco, divertimento e aggregazione

Difficilmente è riscontrabile, in qualsiasi altra attività , un cosìalto potenziale aggregativo come nello sport, che per definizione è l’insieme di quelle attività fisiche effettuate al fine di intrattenere chi le pratica o anche chi ne è spettatore.
L’attività sportiva è infatti anche gioco e divertimento, rappresentando quindi una delle forme più semplici, quasi primordiale, di coesione sociale. Procedendo con un’analisi su diversi livelli del fattore aggregativo, possiamo considerare come primo dato le persone che praticano l’attività fisica, su un secondo piano le persone che assistono alle attività e infine prendere in esame le comunità , intese in senso territoriale più o meno ampio (quartiere, città , regione, nazione), che si sentono legate, anche emotivamente, ad un determinato atleta (se si tratta di sport individuale) oppure ad una determinata squadra.

Se prendiamo come esempio il gioco del calcio è utile citare il volume “The soccer tribe” (La tribù del calcio) dell’etologo Desmond Morris, dove l’autore analizza antropologicamente tutto ciò che ruota intorno a questo sport, in particolare l’universo dei tifosi che ricreano delle vere e proprie comunità tribali con le loro regole, le loro tradizioni, le loro rivalità .
L’aggregazione quindi è in primo luogo in chi pratica attività sportiva ma anche nelle comunità di spettatori che possono in alcuni casi addirittura incidere nelle scelte organizzative di un’associazione sportiva.

Integrazione sul campo sportivo

Al fattore coesione si collegano strettamente anche il concetto e le pratiche di inclusione ed integrazione sociale; ci troviamo in un altro campo ma la “disciplina” è sempre quella dei beni comuni.
In passato abbiamo già dato notizia di progetti in cui lo sport è stato l’elemento di unione tra individui e gruppi di diversa etnia, di differenti condizioni economiche, tra persone con e prive di handicap psico-fisici, con disagi sociali o con problemi di tossicodipendenza.
Particolarmente interessante l’esperienza di Calciosociale a Roma dove le regole del calcio sono state stravolte per mettere in condizione tutti i partecipanti di giocare alla pari; le squadre ad esempio devono essere il più eterogenee possibile, nessun giocatore può segnare più di tre goal a partita ed il calcio di rigore viene tirato dal giocatore con il minor coefficiente valutativo.

Anche a Bolzano un campo di calcio può diventare un’occasione di integrazione tra studenti e migranti richiedenti asilo. Spesso le comunità di stranieri tendono a rimanere isolate ma anche in questo caso lo sport diventa un tratto distintivo e aggregante tra gli stranieri stessi, basta pensare per esempio alla passione dei bengalesi per il cricket.
Sfiorando il tema della concessione del diritto di cittadinanza alle persone di origine straniera, lo sport rappresenta anche per i migranti un terreno neutrale dove potersi esprimere senza discriminazioni, dove trovare spazio e magari anche eccellere dimenticando la propria condizione problematica, sentendosi per una volta uguali agli altri.

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