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Una rete di soggetti e associazioni sperimenta pratiche di rigenerazione urbana attraverso un approccio partecipato e orizzontale
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Sapri condivisa

Nel comune salernitano, da cittadini attivi a protagonisti della rigenerazione urbana

A Sapri (SA) da cinque anni, una rete di soggetti e associazioni locali ed extralocali sperimenta pratiche di rigenerazione urbana dal basso attraverso un approccio interdisciplinare, partecipato e orizzontale, puntando alla ricerca/azione sul riuso degli spazi pubblici abbandonati, degradati, marginali e non utilizzati, tentando di dare risposta agli usi, temporanei e non, (auto)costruendo ambienti comuni, spazi dove ritrovarsi e relazionarsi.

Gli abitanti di Sapri (locali e anche temporanei), protagonisti attivi della cura degli spazi e dei luoghi, sono supportati dalla piattaforma di rigenerazione urbana dal basso “Recollocal“, un network interdisciplinare che fa ricerca/azione sul tema, e da altre reti di collaborazione.

Il progetto nasce dal bisogno di trasformare la vita, il tempo e gli orizzonti relazionali, perciò sono stati individuati gli spazi pubblici ed ne è stata compiuta la riappropriazione: la pratica più diretta di incidere sulla realtà . Il responsabile del progetto, Liviano Mariella, afferma: “Al Sud i luoghi si relazionano con chi li abita, più che altrove. La vita urbana è parte della quotidianità . Ciò che manca è appunto un orizzonte immaginativo, un’immaginario che possa far uscire il senso di comunità  che ha identificato molti paesi del Sud”. Sottrarre all’abbandono gli spazi, condividerli e ridarli agli abitanti, è una forma che ricrea e riconfigura le condizioni di legame di una comunità , soprattutto perchè il metodo utilizzato, realmente partecipato, genera spazi in cui la società  si riflette e trova identità .

Il processo di analisi e progettazione partecipata

Attraverso un approccio interdisciplinare, il processo è iniziato con un’analisi urbanistica, sociologica e antropologica, in cui si individuano aree marginali, abbandonate e/o non utilizzate che possono potenzialmente essere legate ad una comunità  che se ne prenderà  cura, legate ad una prossimità , ad una memoria, ad un’identità  o ad un bisogno inespresso. Sono state attivate reti di fiducia per iniziare un primo contatto con gli abitanti, e fatta un’analisi dei bisogni e delle proposte, seguita da una valutazione. Il processo successivamente è entrato in una fase di progettazione partecipata con gli abitanti. Le aree, tutte pubbliche, nascono da una riappropriazione (simbolica, di immaginario, e a volte anche fisica) e vengono concesse dal Comune, attraverso la stipulazione di protocolli d’intesa, affidando la gestione ad un soggetto. Una volta costruito sia l’immaginario che il progetto di massima (a volte è un progetto che si basa sugli usi e si conforma architettonicamente sulle modalità  eterogenee di attraversamento ed utilizzo) si è attivata una fase di ricerca dei fondi per comprare i materiali che permettano di rivitalizzare e attrezzare il luogo.

Il cantiere e l’auto-gestione

Successivamente inizia un cantiere di autocostruzione, generalmente guidato da professionisti e esperti che, attraverso la libera trasmissione dei saperi manuali, coinvolge gli abitanti direttamente nel processo di realizzazione. E’ soprattutto in questa fase che emerge limpidamente una relazione stretta con il luogo, di appartenenza, di legame e cura, dove gli abitanti ritrovano quell’identità  personale e collettiva contribuendo direttamente. A seguito di questa fase, nasce il processo di gestione e auto-gestione degli spazi, che può essere o meno legata ad un regolamento partecipato di utilizzo. Gli spazi vengono mantenuti vivi, oltre al quotidiano, attraverso feste di quartiere, sagre, concerti e musica, momenti di convivialità , cineforum e altri eventi di attivazione della comunità .
Da questo processo (reso possibile da autofinanziamento, piccoli contributi volontari dei privati, dal Comune di Sapri, campagne di crowdfunding, finanziamenti provenienti da bandi locali, regionali, nazionali, europei) finora sono nati:

  • l’orto sociale Via Campesina;
  • un campo da basket;
  • il festival internazionale di street art OLTRE IL MURO (rigenerazione di spazi urbani attraverso il colore, legato all’uso temporaneo);
  • la BAM! (Bottega Artistico Musicale, riuso di un ex-macello, spazio di incontro della comunità  giovanile e Centro di produzione culturale indipendente);
  • il BAMgarden (giardino pubblico condiviso e autogestito);
  • Piazza INNESTI (un progetto di rivitalizzazione che ha trasformato un parcheggio in una piazza autogestita, diventato anche social street, attivato nell’ambito del Living Lab promosso da Cilento Labscape; tesi di laurea in collaborazione con Diarc – Università  di Napoli Federico II);
  • Mo.dì- Maledetto festival della parola (festival pluriperformativo negli spazi pubblici, legato all’uso temporaneo);
  • la rigenerazione dell’area della TROVATELLA (spazio aperto sottoutilizzato);
  • ‘NDASAPRI – mappa non convenzionale per viaggiatori.

I risultati

Per quanto i risultati, essi non seguono un percorso lineare e omogeneo ed è difficilmente sintetizzabile in un quadro globale: ci sono casi che hanno avuto un’ottima riuscita, dovuta a fattori positivi che sono andati a convergere, e altri casi che non hanno funzionato. Le ragioni sono da individuare in due ordini di fattori. Nel caso di esito negativo, si tratta di dinamiche che non hanno subito coinvolto la comunità  perchè o disinteressata e non legata a vivere lo spazio pubblico, o estranea a processi che non sono stati subito compresi perchè non appartenevano a pratiche consuetudinarie in cui si identificavano, a miopie amministrative (chiusura dell’Orto sociale Via Campesina, rimozione canestro da basket) dettate dalla scarsità  di visione politica e di governance.

Nel caso di esito positivo, si tratta di situazioni dove le analisi sono state particolarmente approfondite (hanno richiesto tempi più lunghi – come per BAM! – e maggiore scientificità  – come per PIAZZA INNESTI), le reti di fiducia (area based) hanno funzionato al meglio e il processo è divenuto virale. La comunità  attendeva un processo di rigenerazione perchè maggiormente legata all’identità  o alla prossimità  o alla memoria di un determinato luogo abbandonato, non utilizzato o marginale.

Tutto ciò che è stato prodotto ha avuto una prima fase in cui gli spazi sono stati particolarmente vissuti, e molto spesso sfruttati a pieno. Ci sono casi, come quello della BAM!, che potenzialmente sono stati e verranno sfruttati anche oltre le prospettive. Nel complesso, questi spazi potrebbero essere sfruttati meglio rispetto alle potenzialità  che esprimono, e questo ragionamento è legato all’utopia necessaria che c’è dietro.

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