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New York, lo spazio urbano e la memoria dei luoghi abbandonati secondo Elisabetta Terragni

New York Chronicles. We interviewed the architect Elisabetta Terragni about her urban regeneration projects in USA, Albania and Italy. We analyzed her studies about the memory of the abandoned spaces. During the discussion we also talked about the experiments of public spaces governance in New York.

Incontro Elisabetta Terragni in una caffetteria a Midtown, di fronte a Strand, in realtà il suo studio newyorkese (DRAW Design Research Architecture Writing) si trova a Bushwich, "in un edificio industriale sgangheratissimo". Sono molto incuriosito dai suoi lavori di ricerca sui temi della rigenerazione urbana e della memoria collettiva dei luoghi abbandonati, che sta portando avanti tra Stati Uniti, Italia e Albania. Non a caso sta realizzando anche uno studio sullo spopolamento di Detroit, coinvolgendo i suoi studenti del City College di New York dove insegna architettura. Elisabetta (erede di Giuseppe, uno dei padri del razionalismo italiano) si è trasferita negli Stati Uniti nel 2008; seppur mantenendo uno studio in Italia, attraverso DRAW porta avanti insieme al marito Kurt Forster prevalentemente lavori di ricerca. Durante la lunga chiacchierata non sono mancate delle riflessioni sulla concezione dello spazio urbano e delle digressioni sulla storia dell'urbanistica di New York.

Orti di comunità _pdCom’è concepito lo spazio urbano dai newyorkesi?

Un aspetto importante di New York è il fatto che la città è molto sentita nei luoghi pubblici. In Italia il privato è tutto, la tua casa è il tuo luogo. Qui tutti vivono in posti molto piccoli, in forma concentrata, tranne alcuni miliardari. La vita è fuori. Molti palazzi al piano terra ad esempio sono pubblici, tu puoi entrare, c’è il bar, il giardino. Se vai a Union Square d’estate trovi dei bei tavolini con l’ombrellone, tutti dello stesso colore, di altissima qualità . Qui c’è la cultura del pubblico. Il valore del quartiere sta nella qualità della vita che si trascorre fuori di casa. Un newyorkese sceglie un determinato quartiere invece di un altro se ha il wi-fi nel parco, se sa che c’è una caffetteria particolarmente buona, se c’è un cinema d’essai che proietta film ricercati.

Per quanto riguarda la mobilità connessa allo spazio pubblico, sono in corso poi diverse esperienze di pedonalizzazione a Manhattan. C’è una guerra, anche della municipalità , contro le macchine e di conseguenza vengono ridotte le corsie; se percorri Broadway verso Times Square, ti accorgi che man mano si stringono le corsie per le auto. Negli spazi recuperati si mettono panchine e tavolini e la gente si siede con un atteggiamento anche molto provocatorio: questo adesso è mio, è pubblico, tu hai la macchina ma passi solo in uno spazio molto ristretto. Ci sono anche esperienze di gestione condivisa degli spazi in città ; se vivi in una strada molto poco frequentata si può chiedere alla municipalità di “assegnarla” al quartiere, e sarà il quartiere a gestirla. Se ad esempio c’è un cantiere stradale che dura 3 o 4 anni, quando i lavori sono finiti e il traffico non è aumentato i residenti chiedono di avere in gestione la strada. Queste esperienze sono realmente partecipate. L’origine di questo tipo di resistenza forse può essere ricondotta alla storia dei community gardens, soprattutto nell’East Village. Al di là del fatto che erano dei lotti che nessuno voleva in quel momento, l’aspetto interessante è vedere come i residenti curano questi spazi verdi, come li mantengono, come li gestiscono e come legalmente sono diventati un landmark della città . Nessuno può più fare niente lì. Non si può tornare indietro.

Veduta dello studio di Elisabetta-Terragni e Kurt-Forster.

Veduta dello studio di Elisabetta Terragni e Kurt-Forster.

In realtà quando termina la concessione per il giardino devono comunque ricontrattare l’accordo con la municipalità .

E’ vero ma le battaglie che si fanno qui non sono molte e quando la gente partecipa, partecipa davvero, magari anche per cose bizzarre però quando si mobilitano si mobilitano in forza. Qui il tempo è denaro in una maniera scandalosa quindi se un possibile investitore deve perdere 3 anni a litigare per un giardino lascia stare. Sanno dove non andare a farsi male.
La città è interessante anche perché ha dei vuoti, come nel caso di queste realtà , e gli spazi non sono necessariamente da riempire. Più diventa omogeneo un posto, meno risulta intrigante, e questo succede quando diventa molto costoso e l’area aumenta di qualità . Ad esempio nella zona di Bushwick a Brooklyn, dove attualmente sono stati spinti tutti gli artisti, c’è ancora molta manifattura e produzione ed è un luogo stimolante anche per lavorare. Bisogna vedere quanto ci vorrà prima che questi luoghi vengano fagocitati nel meccanismo della città .

E’ sbagliata l’idea che New York, e Manhattan in particolare, sia una sorta di parco giochi per speculatori dove però si aprono molte possibilità anche per gli architetti?

Elisabetta Terragni

Elisabetta Terragni.

L’architetto qui non conta niente. A New York lavorano grandi aziende, imprese e alcuni studi di architettura emergenti che hanno un rapporto diretto con i privati. Gli speculatori privati in realtà non vanno quasi mai dagli architetti e si vede dalla qualità che c’è in giro. Questo è un posto straordinario per le idee, per la ricerca, ma a Manhattan non si costruisce niente che non sia banale a meno che non sia un museo o un edificio istituzionale, ma in quel caso chiamano sempre gli stessi. Tutti vogliono costruire a Manhattan ma alla fine nessuno lo fa perché poi lo spazio non c’è.
La città in realtà cambia molto poco, mentre si ha l’impressione che cambi molto. Chi viene trova sempre delle novità , un nuovo museo ad esempio, ma la vita che le persone fanno qui è ancora molto legata al proprio neighborhood. Da una parte sei al centro del mondo con tutti i tuoi collegamenti, dall’altra sei nel tuo villaggio nel senso che hai i tuoi punti di riferimento; secondo me è l’equilibrio tra queste due cose che è fondamentale. In una città completamente tecnologica le persone anziane sarebbero tagliate fuori, se fosse una città “musealizzata” i giovani se ne andrebbero. Il sistema di rent control (sistema di controllo degli affitti ndr), che funziona piuttosto bene, permette inoltre di mantenere una diversità nella città . New York riesce ancora a creare un misto di generazioni, a me questo piace molto.

penn station cartolina

Cartolina Pennsylvania Station @Beltman Cortis.

In una metropoli iperdinamica come New York si può parlare di memoria condivisa dei luoghi? Chi ha davvero il tempo per accorgersi dei cambiamenti ed assimilarli?

La memoria è anche un po’ una costruzione. Quello che vogliono che il turista immagini e veda, ad esempio. La legislazione di New York in tema di edifici storici comunque è chiarissima: ci sono certi edifici, certi landmark, che non possono essere demoliti. Ad esempio uno dei più grandi errori fatti a New York è stata la demolizione della Pennsylvania Station. La Penn Station non è stata demolita nell’ ‘800, è stata demolita negli anni ’60.
Era una cattedrale, un luogo pubblico ed io conosco persone che erano qui, completamente sotto shock per l’avvenimento. Hanno costruito il Madison Square Garden ed hanno demolito la più bella stazione ferroviaria di New York (La distruzione della originaria struttura della stazione diede luogo a numerose proteste e originò una presa di coscienza degli abitanti di New York nei confronti della salvaguardia del patrimonio monumentale della città , che portò a salvare la stazione del Grand Central Terminal, dichiarata pochi anni dopo monumento storico e protetta dalla legge del “New York City Landmarks Preservation act”, e ad impedire la realizzazione della “Lower Manhattan Expressway”, concepita da Robert Moses. Fonte Wikipedia).

Parlando invece di luoghi abbandonati, ho letto del tuo progetto a Porto Palermo in Albania, il recupero di 24 strutture militari in disuso.

Progetto del Museo di Gjiri a Panormes Porto Palermo (Albania). Courtesy Elisabetta Terragni.

Progetto del Museo di Gjiri a Panormes, Porto Palermo (Albania). Courtesy Elisabetta Terragni.

La baia di Panorma, questo è il nome originale, è un posto incredibile dove il tempo si è fermato in lasciandoci un paesaggio intatto e completamente preservato. Il recupero della base militare, del tunnel e del suo sottomarino rappresenterà un’immersione nella guerra Fredda. Questo progetto ha una forte componente di ricerca ed è legato ad altri progetti che stiamo portando avanti sul tema della memoria repressa. Io sto collaborando con il Ministro della cultura e con il suo team di storici e ricercatori. Adesso stiamo lavorando a Tirana in una casa del centro che era la sede dei servizi segreti durante il periodo comunista. Lavoriamo anche negli archivi e nella comunicazione con ex prigionieri politici, persone rimaste in carcere per 20 anni. Per me l’aspetto interessante dei luoghi abbandonati è la memoria, in che modo viene fatta riemergere la storia che c’è dentro un luogo. In questo caso la storia è talmente potente, si tratta della centrale operativa dalla quale hanno cablato la città per spiare tutti. Una casa borghese degli anni ’30 che si nascondeva nella città come una villetta.

Progetto del Museo di Gjiri a Panormes Porto Palermo, Albania. Courtesy Elisabetta Terragni.

Progetto del Museo di Gjiri a Panormes, Porto Palermo (Albania). Courtesy Elisabetta Terragni.

Nella casa, ormai abbandonata, ci sono ancora tutte le attrezzature e i documenti. Si tratta di un’accozzaglia di strumentari vecchi e arrugginiti, se non tiri il filo giusto per raccontare la storia. Se hai 200 registratori è come avere 200 meccanismi che in parte funzionano in parte no, tutto dipende da come li metti in scena, da come riesci a far riemergere la storia. Il fattore umano è molto più importante della costruzione. La casa diventerà un museo sulla sorveglianza e si chiamerà House of Leaves, casa delle foglie, che è il nome in codice dei servizi segreti. I luoghi mi interessano se hanno una storia da raccontare non se devo trasformarli in un loft. E’ un problema anche di tempo, in base al tempo che si ha a disposizione bisogna capire quali sono i progetti che possono fare veramente la differenza per le persone. Sul restauro degli edifici esistenti, lavorando come noi su luoghi in parte industriali in parte militari, sono pochissimi i progetti realizzati. Ci sono delle grandi idee, le amministrazioni pubbliche fanno fare progetti ma poi rimangono spesso sulla carta. Io sono interessata a lavorare su progetti pilota e a portarli a termine perché credo che i progetti sperimentali cambino davvero il mondo.

In Italia hai realizzato qualche progetto sul tema del recupero dei luoghi abbandonati?

In Italia abbiamo lavorato sul tema degli edifici abbandonati con un gruppo di artisti di Fermo che si chiama Air Terminal. Hanno utilizzato un edificio in mattoni, già fatiscente senza mai essere stato utilizzato, dell’architetto italiano Casamonti, che doveva diventare una stazione degli autobus. Hanno allestito una mostra su un hotel abbandonato e organizzare dibattiti sui luoghi abbandonati, incompiuti e di frontiera. L’edificio originario non è mai stato nemmeno inaugurato, classica situazione italiana. Daniele Cudini ne ha fatto un libro molto bello che uscirà tra pochi mesi, un racconto ironico e tagliente che pone questioni che non possono essere ignorate qualunque cosa si faccia in futuro.

Casa del Fascio a Como, Giuseppe Terragni.

Casa del Fascio a Como, Giuseppe Terragni.

Ti stai occupando anche dello spopolamento di Detroit.

Sto svolgendo uno lavoro molto vasto su Detroit ma non sono interessata a come la città verrà recuperata ma a come la città gestisce questo momento, che potrebbe durare dai 50 ai 100 anni. Come si gestiscono questi vuoti senza costruire? Come si reinventa una città ? Sto studiando questo parallelismo tra l’antica Roma e Detroit perché sono interessata ai meccanismi relativi a come le persone vivono i luoghi. I residenti di Detroit pensano di essere i primi al mondo ai quali è accaduto tutto questo, invece dopo la caduta dell’impero romano troviamo la stessa proporzione tra riduzione drastica della popolazione e dimensione dell’abitato.

In questo caso specifico, qual è stato il tuo metodo di lavoro?

Lavoro molto con gli studenti, ho lanciato 2 corsi di progetto sia nel dipartimento di landscape che in quello di architettura. L’insegnamento e il mio lavoro di architetto vanno completamente in parallelo, spesso si incontrano. La scuola è molto organizzata e ti permette di fare ricerca. Ho fatto un viaggio di studio con gli studenti assegnandogli un tema su Detroit. Abbiamo lavorato sulla città andando in molte le organizzazioni non profit, abbiamo lavorato con il governo e abbiamo sviluppato dei progetti di ricerca. Quando ho portato i miei studenti a Detroit, siamo andati a visitare nel centro della città il Michigan Theater abbandonato e negli anni ’70 trasformato in un garage. Grazie al guardiano, che conosco, siamo entrati a vedere la vecchia sala ancora con le sedie e gli stucchi. I miei studenti sono rimasti a bocca aperta. Questa è una cultura che non conosce il significato delle rovine, è un Paese che non ha avuto la guerra all’interno dei propri confini. Quando gli americani vedono una cosa rovinata vanno fuori di testa e la rimuovono, però ci sono esempi di edifici abbandonati che cominciano ad essere apprezzati e c’è chi sta studiando il modo di farli rivivere.

Edifici abbandonati_pd (1)Detroit è oggi quello che era New York negli anni ’70 per certi aspetti: ci sono pochissimi soldi, c’è un’energia incredibile, posti straordinari e spazio per idee. Io sono sempre attratta da questi posti un po’ in rovina perché mi interessa molto il processo di rigenerazione, che non necessariamente vuol dire riportare qualcosa indietro nel tempo. I temi della rigenerazione industriale sono importanti perché portano ad un risultato inaspettato, a uno spazio nuovo. Ad esempio ho realizzato a Trento un progetto di trasformazione delle gallerie autostradali in un museo; lìl’unica certezza che avevamo era che non avremmo mai riportato le macchine dentro, è un nuovo concetto di restauro. Il restauro è sempre “com’era, dov’era”. Basta pensare agli slogan del terremoto. Per le basi militari in Albania e per il Museo della guerra fredda, non è possibile portare indietro la storia; qualsiasi cosa succeda il dittatore non tornerà , le macchine non torneranno nel tunnel e i sommergibili non saranno più nella base militare. E’ finita. Cosa accadrà a questi posti? E’ tutto da immaginare, è questo che mi affascina. Non c’è questa retorica del restauro, che è anche incapacità di muoversi. Tutto deve essere lasciato com’è, tutti gli strati della storia devono essere cristallizzati. E’ orribile. In Italia poi si restaura senza sapere quello che si vuole fare, è una follia. Noi lavoriamo solo con budget bassi e con cose che possono essere smantellate, io ho l’idea che se fra 20 anni non hanno più voglia di tenere certe cose che abbiamo fatto, le possono semplicemente togliere. Non c’è nulla di cosìinvasivo. Puoi far emergere la storia da quello che c’è e questo è quello che rimane.

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