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Verso una rete di centri di produzione culturale indipendente

Cosa caratterizza la natura indipendente di questi centri di produzione culturale? E perché è necessaria una rete?

L’eventuale costruzione di tale sistema risponde ad una duplice finalità: da una parte vi è la necessità di illuminare e comunicare puntualmente la produzione culturale che varie organizzazioni, in maniera più o meno isolata, attivano sui territori della penisola; dall’altra preme garantire continuità alla condivisione di pratiche tra spazi e metodologie affini, per potenziare l’incisività e l’impatto dei processi culturali, al netto del contesto di riferimento.


Dal 5 al 7 di Gennaio sono cosi state sparse le prime briciole verso una strada comune. Le due organizzazioni, infatti, si sono impegnate per la condivisione di pratiche e strumenti, che possano fortificare i singoli nodi e diametralmente levigare la base per una crescita comune. Nello specifico, la Scuola Open Source condivide il know-how e le coordinate per l’applicazione e il conseguente adattamento del software gestionale, elaborato in open source durante gli ultimi mesi e pronto per supportare l’interazione diretta degli utenti attraverso la nuova piattaforma. Il Macao, invece, contribuisce fornendo le competenze acquisite durante un anno di sperimentazione su pratiche di open governance e strumenti monetari alternativi.

Cos’è un centro di produzione culturale indipendente?

Vi è sempre un momento emblematico che coincide con l’inizio di una pratica. Questo momento segna quella piccola scintilla dal quale può o meno accendersi un confortevole e duraturo fuoco. Il risultato non è frutto di pura casualità, nonostante la componente caotica sia da accettare come tale. Bensì il fine di un lungo e minuzioso lavoro su vari livelli di complessità.

Non vi è ad oggi una definizione puntuale e trasversalmente accettata di centro di produzione culturale indipendente. Per cui sta a noi fare uno sforzo di logica e creatività per svelare l’identikit del protagonista del nostro racconto. Con certezza ci riferiamo ad imprese o, più in generale, organizzazioni che producono capitale culturale, in forma tangibile e/o intangibile. Consapevoli della difficoltà di raccogliere il termine “cultura” entro certi limiti prestabiliti, è facile intuire la prima difficoltà quando si parla di tali organizzazioni, una difficoltà perciò prima di tutto lessicale. Lungi dal percorrere la tortuosa strada del confronto concettuale su tale termine, ci limitiamo a prendere consapevolezza della sua tripartizione di significato, secondo la definizione di capitale culturale di Bourdieu. In base al sociologo francese, il capitale culturale può essere espressione di bene tangibile, come ad esempio un’opera d’arte, o di elementi intangibili come la conoscenza o, in ultima analisi, i valori condivisi da un determinato gruppo sociale. Un’organizzazione, quindi, che si prefigge la finalità di produrre capitale culturale, imbatte nella più classica delle difficoltà legate a tale attività: la variabilità, soggettività e intangibilità del valore prodotto.
La produzione culturale e, più in generale, l’attività d’imprenditorialità culturale è perciò spesso caratterizzata da fragilità sistemica, creando così spesso un livello più o meno elevato di dipendenza statale e pubblica. D’altra parte, le finalità di tali organizzazioni si prefiggono come pubbliche e di bene comune.

Cosa caratterizza la natura indipendente di questi spazi?

Procedendo l’analisi per esperienza sul campo e deduzione, l’indipendenza spesso è asseribile alla sfera del contenuto e degli strumenti, non solo alle forme di sostegno economico. L’indipendenza così diventa un elemento distintivo di rottura rispetto ad una tendenza istituzionalizzante della cultura, o per meglio dire del settore culturale, nonché una schematicità della conoscenza, ricorrente nel modello italiano. Il percorso indipendente perciò si configura nella sua complementarietà di modelli e strumenti innovativi e che, siccome tali, richiedono di essere ascoltati e abbracciati verso una crescita complessiva, politica, economica e culturale. I centri di produzione culturale indipendente si configurano quindi come quelle organizzazione culturali che Alessandro Bollo, in Cultura in Trasformazione (Che Fare), ha definito “geneticamente modificate, perché in grado fin da subito di muoversi al di fuori della logica del contributo pubblico, collaborative per vocazione e anche per necessità, continuamente obbligate a ricercare e sperimentare nuovi modelli di sostenibilità”.

Perché è necessaria una rete?

Un’azione di ascolto delle nuove necessità e sperimentazioni può però avvenire solo se coordinata e dirompente, piuttosto che sporadica e sparsa. Varie opportunità di supporto economico e tecnico a queste organizzazioni, come il bando Che Fare o Culturability, durante gli ultimi anni, hanno fatto emergere il manto sopito d’innovazione e necessità di strade alternative, di imprenditorialità e cultura. Dopo anni di lavoro embrionale, queste esperienze incominciano ad essere varie e diffuse sul territorio. E’ probabilmente arrivato il momento di verticalizzare l’energia e lo sforzo di questi centri verso una voce comune, fatta di supporto reciproco e diffusione di pratiche e strumenti. La necessità di una rete non è esclusivamente finalizzata al potenziamento di queste nuove realtà: è un’esigenza condivisa, prioritaria per compiere un innovativo passo in avanti verso la ridefinizione dei canali di produzione del valore. Il nostro paese presenta un’eccezionale offerta di imprenditorialità culturale dal basso, in grado di stimolare lo sviluppo di modelli cooperativi, valorizzare le risorse locali, attivare sistemi di welfare non convenzionali, innovare i processi e gli strumenti di engagement e di creazione di valore, agendo tra le falle della dualità del sistema pubblico-privato. Il loro potenziamento, seppur auspicabile, non può essere dato per scontato, ma successivo ad una presa di coscienza ed un dialogo che solo un’azione coordinata è in grado di provocare. Una rete di centri di produzione culturale indipendente è perciò una necessità istituzionale ed economica, prima ancora che culturale.

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