L’articolo di Martina Bonci, dal titolo “La cura dei beni comuni: palestra di democrazia a scuola”, è uno dei contributi raccolti con la call for papers sul tema della “Democrazia e amministrazione condivisa“.
Abstract
Quando si parla di amministrazione condivisa, spesso gli istituti scolastici non vengono considerati come pubbliche amministrazioni in grado di dotarsi di strumenti di progettazione condivisa. In realtà, anche le scuole possono avvalersi di una gestione meno centralizzata e più partecipativa, coinvolgendo nella progettazione soggetti interni ed esterni all’istituzione stessa. Tra gli strumenti più efficaci per realizzare questo approccio spicca il Patto Educativo di Comunità. Questo strumento di coprogettazione permette alla scuola di diventare un vero e proprio hub educativo, capace di coordinare servizi e risorse territoriali per rispondere con maggiore efficacia ai bisogni dei minori.
L’uso di strumenti di coprogettazione come il Patto a scuola ha un impatto significativo nel promuovere una cultura democratica e collaborativa tra i ragazzi. In queste progettualità vengono, infatti, messi al centro dell’attenzione comunitaria la cura di un bene comune. Questo processo ha una doppia finalità: da un lato la strutturazione di una fitta rete di rapporti tra gli attori del territorio, intorno all’istituto scolastico, creando comunità educante; dall’altro lo sviluppo del senso civico e dell’implementazione della partecipazione democratica alla vita di una comunità, con le azioni coprogettate di presa in carico del bene comune. In questo caso viene applicata una metodologia di learning by doingall’educazione civica, permettendo agli studenti e alle studentesse di sperimentare il significato dell’azione di cura con finalità collettiva, nonché permettendo un graduale avvicinamento dei giovani agli organi democratici come le amministrazioni comunali.
Lavorare riprendendo i principi dell’amministrazione condivisa all’interno degli istituti scolastici può favorire, infatti, lo sviluppo del senso civico, che rappresenta la premessa fondamentale per la partecipazione democratica futura dei giovani e quindi poi di partecipazione al voto e alla vita adulta in società. Si crede che attraverso queste pratiche, la scuola cambi prospettiva anche su sé stessa, divenendo spazio in cui ogni partecipante si può riconosce come parte attiva del processo educativo.
In questo senso si parla di comunità educante, concetto che ha radici storiche già a partire agli anni ’60 e ’70, ed oggi torna più attuale che mai (Rizzuto, 2020). Essa è parte del concetto formulato già nel Rapporto Faure del 1972, dove si immaginava una “società educante” capace di coinvolgere tutti gli attori sociali nella responsabilità educativa, superando strutture verticali e gerarchiche (Zamengo e Valenzano, 2018). La pedagogia diventa così un processo diffuso, che si realizza in molteplici luoghi e tempi della vita dei giovani, e non più un’attività confinata a un’unica istituzione.
Il principio che è alla base di questo pensiero è «l’ubiquità dei processi educativi sia in termini temporali, sia rispetto ai luoghi» (Zamengo e Valenzano, 2018, p.351); intendendo che la pratica pedagogia dovesse essere ripensata come attività da ritrovare in ogni luogo e in ogni tempo della vita del bambino e non relegata ad un’unica istituzione. Sembra chiaro, dunque, che l’obiettivo di questa azione pedagogica consapevole sia quella di costruire una polis educativa autocosciente del proprio agire (Zamengo e Valenzano, 2018) e di rafforzare di conseguenza la coscienza individuale e collettiva egli attori che ne prendono parte.
Sommario
1. Introduzione. – 2. L’amministrazione condivisa come strumento di engagement. – 3. Istituti scolastici e amministrazione condivisa. – 4. I Patti Territoriali: strumenti di collaborazione. – 5. Conclusioni.
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Immagine di copertina: Susan Q Yin su Pixabay
