Le pubbliche amministrazioni che apprendono dai conflitti
In una fase storica segnata dalla crescente polarizzazione del dibattito pubblico, dalla sfiducia verso le istituzioni e dalla tendenza a considerare il conflitto come un problema da eliminare piuttosto che come una risorsa da comprendere, il libro Elogio dei tre saperi di Marianella Sclavi (Bordeau, Roma, aprile 2026) rappresenta una lettura preziosa e per certi aspetti controcorrente.
Sociologa, docente di Etnografia urbana al Politecnico di Milano, studiosa dei processi di ascolto e gestione creativa dei conflitti, Marianella Sclavi affronta una questione che riguarda da vicino il futuro delle democrazie contemporanee: come possono le istituzioni pubbliche recuperare capacità di ascolto, legittimazione e innovazione in società sempre più complesse e frammentate? Come è possibile costruire decisioni pubbliche che non siano semplicemente il risultato di rapporti di forza, ma il frutto di un confronto capace di valorizzare punti di vista diversi? In sostanza: i conflitti sono forse non tanto un problema da sopprimere o sottacere, ma una risorsa da utilizzare per apprendere nuove strade possibili per cambiamenti importanti sociali.
La metodologia dello studio di “casi” concreti
La risposta che emerge dal libro non è affidata a teorie astratte o a modelli ideali di partecipazione. Al contrario, Marianella Sclavi sceglie una strada rigorosamente empirica, facendo parlare i protagonisti di esperienze concrete, osservando pratiche amministrative reali, ricostruendo i processi sviluppatisi nel corso di decenni. Il risultato è una riflessione che nasce dall’analisi dei fatti e che, proprio per questo, appare particolarmente convincente.
Il cuore del libro è rappresentato dall’esperienza della città di Nantes, in Francia, che l’autrice ha studiato direttamente per quasi tre anni, andandoci a vivere per studiarla da vicino. Nantes non è un semplice caso di successo amministrativo, presentandosi piuttosto come un laboratorio politico e sociale che, a partire dagli anni Ottanta, ha progressivamente costruito un modello di governo locale fondato sull’ascolto dei cittadini e sulla valorizzazione della partecipazione come strumento ordinario di governo. Non a caso, la città è stata riconosciuta dall’Unione Europea quale capitale d’Europa del verde (2013) e dell’innovazione sociale (2019).
Non più solo amministrare per le persone, ma con le persone
Ciò che rende particolarmente interessante questa esperienza è che non nasce da una situazione ideale. Al contrario, il percorso prende avvio da una crisi politica e da una perdita di consenso, da una sconfitta anche elettorale di chi aveva amministrato la città alla fine dello scorso secolo. Quegli amministratori, pur ritenendo di aver ben amministrato la città in quegli anni, si trovarono così a fare i conti con una crescente distanza tra l’operato delle istituzioni locali e il loro rapporto con i cittadini/e. Quali le cause e come intervenire per migliorare questo rapporto? Il punto di partenza fu l’acquisita consapevolezza del fatto che non fosse più sufficiente governare “per” le persone, ravvisando piuttosto la necessità di imparare a governare “con” le persone.
Da qui è nato un lungo processo di sperimentazione che ha portato progressivamente a ridefinire il ruolo delle istituzioni, dei cittadini e degli stessi apparati tecnici della pubblica amministrazione.
I tre saperi tra conflitti e dialoghi
Il concetto chiave elaborato da Marianella Sclavi è quello dei “tre saperi”. Ogni comunità dispone infatti di almeno tre forme di conoscenza che, normalmente, tendono a rimanere separate.
Il primo è il sapere d’uso dei cittadini, cioè la conoscenza che nasce dall’esperienza quotidiana di chi vive un territorio, utilizza servizi, frequenta spazi pubblici e sperimenta concretamente problemi e opportunità della vita collettiva.
Il secondo è il sapere delle decisioni, proprio degli amministratori e dei rappresentanti eletti, chiamati ad assumersi la responsabilità delle scelte pubbliche e a definire indirizzi politici.
Il terzo è il sapere tecnico, posseduto dai funzionari, dai professionisti e dagli esperti che conoscono norme, procedure, vincoli e strumenti operativi.
Nella maggior parte dei casi questi saperi dialogano poco. Talvolta si ignorano. Altre volte entrano anche apertamente in conflitto. Il merito del libro è mostrare come proprio dall’incontro tra questi punti di vista differenti possano nascere soluzioni innovative e più efficaci.
Il conflitto, in questa prospettiva, non viene presentato come qualcosa da reprimere o da nascondere, ma piuttosto come una fonte di apprendimento collettivo. Diventa l’occasione per mettere in discussione certezze consolidate, far emergere bisogni invisibili e costruire risposte nuove.
A ben osservare, si tratta di un cambiamento culturale profondo. Le amministrazioni non vengono più viste come strutture che devono semplicemente decidere e comunicare le proprie decisioni, ma come organizzazioni che apprendono costantemente dal confronto con la società, come laboratori di “intelligenza collettiva” in cui i tre saperi si confrontano e individuano nuove vie da percorrere.
L’infrastruttura necessaria
L’esperienza di Nantes dimostra che questo approccio non si improvvisa. Non bastano consultazioni occasionali o strumenti partecipativi utilizzati in modo episodico. Occorrono luoghi, procedure, tempi e regole che rendano effettivo il dialogo tra cittadini e istituzioni. Insomma, dev’essere pensata e attuata una “infrastruttura” in grado di garantire, rendendolo vincolante, questo modo di operare.
Particolarmente significativo, in tal senso, è il “Patto per il dialogo con i cittadini” adottato dalla città nel 2021. Attraverso questo strumento, l’amministrazione si impegna non soltanto ad ascoltare i cittadini, ma anche a creare le condizioni affinché l’ascolto possa realmente avvenire, a rispondere alle proposte ricevute, a monitorarne gli esiti e a rendere conto pubblicamente delle decisioni assunte nelle diverse articolazioni ed espressioni territoriali.
L’attenzione particolare viene rivolta soprattutto a coloro che normalmente restano ai margini dei processi partecipativi: persone fragili, gruppi poco rappresentati, cittadini disillusi o lontani dalla vita pubblica. La partecipazione non è dunque concepita come un privilegio per chi è già attivo, ma come uno strumento per allargare la cittadinanza democratica.
Il ruolo chiave dei dipendenti pubblici e le nuove professionalità
Il libro offre inoltre spunti molto interessanti sul ruolo dei funzionari pubblici. In questo modello il sapere tecnico non perde importanza; al contrario, si arricchisce. I dipendenti pubblici sono chiamati a sviluppare nuove competenze relazionali e a lavorare in modo più trasversale, superando rigidità organizzative e compartimenti amministrativi. Non si tratta più soltanto di verificare ciò che è consentito dalle procedure, ma di esplorare le concrete possibilità di azione che permettono di realizzare obiettivi condivisi nel rispetto delle regole.
La sussidiarietà e i tre saperi
Per chi opera nel campo dell’amministrazione condivisa, della sussidiarietà e dei patti di collaborazione, Elogio dei tre saperi rappresenta una lettura particolarmente utile. Il libro non parla direttamente di amministrazione condivisa, ma offre una chiave interpretativa che aiuta a comprenderne meglio il significato più profondo.
L’esperienza italiana dei patti di collaborazione si fonda infatti sull’idea che cittadini e istituzioni possano cooperare nella cura dei beni comuni, nell’alveo della sussidiarietà e nell’interesse generale. Tuttavia, chi lavora concretamente in questi processi sa bene che norme e regolamenti, da soli, non bastano. Servono capacità di ascolto, competenze relazionali, disponibilità al confronto e una “regia” della gestione costruttiva delle differenze e soprattutto dei conflitti.
Da questo punto di vista, il dialogo tra l’amministrazione condivisa italiana e la prospettiva proposta da Marianella Sclavi appare particolarmente fecondo. I patti di collaborazione possono offrire una concreta architettura istituzionale e organizzativa, essere la base anche del decentramento amministrativo dell’ente locale (per es: Comitati di zona, di quartiere, ecc: vedi l’esperienza di Bologna). Mentre il metodo dei tre saperi, una volta anche individuati i luoghi e le regole preposti al loro incontro, contribuisce a sviluppare quella cultura democratica e quelle competenze necessarie per far funzionare davvero la collaborazione.
Trasformare i conflitti in occasioni di apprendimento collettivo e d’innovazione
Il messaggio finale del libro è tanto semplice quanto impegnativo: l’innovazione delle istituzioni non passa soltanto da nuove procedure, nuovi regolamenti o nuove tecnologie. Non passa soltanto dalla ricerca del consenso di gruppi sociali diversi. Passa soprattutto dalla capacità di costruire relazioni tra cittadini, amministratori e tecnici, riconoscendo che ciascuno di loro esprime una parte indispensabile della conoscenza necessaria per affrontare i problemi collettivi e nel far emergere l’interesse generale. È questo terreno di confronto che può quindi trasformare i conflitti anche in nuove forme di alleanze., come del resto già accade con gli stessi patti di collaborazione.
In un’epoca in cui la tentazione di reprimere i conflitti è sempre più forte, Elogio dei tre saperi ci ricorda che una democrazia più viva, più inclusiva e più efficace nasce invece dalla capacità di attraversarli, comprenderli e trasformarli in occasioni di apprendimento collettivo e d’innovazione anche amministrativa. Una lezione preziosa non solo per gli studiosi e gli amministratori pubblici, ma per tutti coloro che credono che la qualità della democrazia dipenda dalla qualità delle relazioni che siamo capaci di costruire.
Immagine di copertina: AhmadArdity su Pixabay
