Il diritto a restare

L’espressione “diritto a restare” è già entrata nel lessico del dibattito scientifico e culturale sulle aree interne e montane ormai da alcuni anni soprattutto grazie agli scritti dell’antropologo della cultura Vito Teti. Il tema dello spopolamento o, meglio, dell’abbandono – termine quest’ultimo più adatto a descrivere una condizione che non si esaurisce in un fenomeno demografico, ma implica anche la perdita di cura, relazioni, presidio del territorio – è infatti centrale per le aree montane dove la progressiva riduzione dei servizi essenziali, la scarsità di opportunità occupazionali e l’isolamento territoriale hanno alimentato, nel tempo, processi di emigrazione, in particolare delle fasce più giovani.
Al diritto ad emigrare, a lasciare il proprio luogo di origine alla ricerca di condizioni di vita migliori, dovrebbe corrispondere un diritto a restare, ossia a trovare, nel luogo in cui si sceglie di vivere, un’offerta adeguata di servizi essenziali di cittadinanza.
In montagna, però, più che in altri luoghi, il diritto a restare si confronta con l’assenza di una vera e proprio politica nazionale, che sappia affrontare in modo sistemico le criticità di questi territori.

Comunità locali e principio di sussidiarietà

Accanto alle politiche pubbliche, un ruolo fondamentale nel contrasto all’abbandono può essere svolto dalle comunità locali. «Stare in un posto significa assumerselo – scrive Teti – prendersene cura». Proprio in relazione a questo ruolo di cura e custodia, sia nella gestione dei beni comuni montani sia nell’erogazione di servizi di prossimità, viene in rilievo il principio costituzionale di sussidiarietà orizzontale.
Tale principio, infatti, non solo promuove il protagonismo dei cittadini e la loro autonoma iniziativa nello svolgimento di attività di interesse generale, ma stabilisce anche che tale impegno, tale responsabilizzazione trovi riscontro nell’interesse e nell’appoggio delle istituzioni. Il quarto comma dell’art. 118 della Costituzione, infatti, attribuisce agli enti costitutivi della Repubblica – Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni – il dovere di favorire questa partecipazione, presupponendo un’alleanza tra cittadini e istituzioni.

Le radici storiche della cooperazione nei territori montani

Fin dai tempi antichi, nei territori montani, la solidarietà e l’azione collettiva hanno rappresentato strumenti fondamentali per affrontare situazioni di emarginazione, fragilità socio-economica e difficoltà ambientali. Come evidenziato da Elinor Ostrom – premio Nobel per l’economia nel 2009 – i modelli di gestione collettiva delle risorse sono tipici, infatti, dei territori fragili e difficili da abitare, dove la cooperazione costituisce un fattore essenziale di sopravvivenza e sviluppo.
Ebbene, proprio in questi contesti, si sono sviluppate, in passato, forme di auto-organizzazione comunitaria, soprattutto nella gestione condivisa delle risorse naturali, come pascoli, boschi, acque, dando vita a regole consuetudinarie e a istituzioni collettive. Un esempio emblematico di tali pratiche è rappresentato dai “domini collettivi”, che hanno consentito un rapporto tra comunità e risorse territoriali tale da garantirne uno sfruttamento sostenibile e lungimirante, un insostituibile strumento di tutela ambientale.
Dopo una lunga fase di diffidenza e scetticismo nei confronti di questo modello di proprietà, che sfuggiva alla dicotomia proprietà privata individuale-proprietà pubblica, tali esperienze hanno trovato un esplicito riconoscimento giuridico con la legge n. 168/2017 che ha valorizzato forme di regolazione emergenti dal basso, frutto di processi di auto-normazione e auto-amministrazione.
Come evidenziato anche dalla Corte costituzionale, i domini collettivi esprimono «una responsabilizzazione delle comunità chiamate a preservare l’ambiente, anche nell’interesse delle generazioni future», pienamente «in sintonia con quel generale ripensamento dei rapporti fra pubblico e privato, che si evince dalla riforma del Titolo V della Costituzione (…), nella parte in cui ha valorizzato – sulla base del principio di sussidiarietà – il fenomeno dell’associazionismo «per lo svolgimento di attività di interesse generale» (sentenza Corte cost 152/2024).

Pratiche contemporanee di sussidiarietà orizzontale in montagna

Questa tradizione o “cultura della gestione collettiva delle risorse” (Ferrario, 2024) tipica delle aree montane ha favorito, negli ultimi anni, l’emergere di nuove pratiche di cura del territorio e rafforzamento delle comunità locali. Tra queste, le cooperative di comunità rappresentano un’esperienza particolarmente significativa. Diffuse prevalentemente in contesti rurali o in piccoli paesi, con una concentrazione significativa nelle aree interne e montane (soprattutto appenniniche) del Paese (Rapporto Eurisce, 2024; Report Aiccon 2025), esse nascono dalla volontà degli abitanti di dare risposte ai bisogni e alle necessità del territorio, attraverso la produzione di beni e di servizi volti al miglioramento della qualità della vita.
Operando in ambiti diversi – dalla valorizzazione e gestione del patrimonio culturale, artistico, ambientale all’erogazione di servizi di comunità, fino alla produzione di energia – queste imprese collettive costituiscono una concreta attuazione del principio di sussidiarietà orizzontale. Nate dal basso, fin dai primi anni 2000, come esperienze spontanee, esse sono state successivamente riconosciute e sostenute dalla legislazione regionale che ha valorizzato il loro ruolo nelle politiche territoriali. Il principio di sussidiarietà orizzontale, pur essendo espressamente richiamato solo nelle finalità delle leggi regionali più recenti, ispira chiaramente tutta la normativa di settore e trova ulteriore conferma nelle norme dedicate al coinvolgimento delle cooperative nelle attività di programmazione degli enti locali.
Analogamente, le associazioni fondiarie rappresentano un’altra significativa applicazione, tipicamente montana, di questo principio.  Attraverso la gestione associata di terreni pubblici e privati, spesso abbandonati o incolti, esse mirano a favorirne il recupero produttivo, valorizzando le risorse locali e tutelando il territorio in una prospettiva di interesse collettivo. Nate anch’esse dal basso, come soluzione proposta dalla società civile per far fronte ai problemi della frammentazione fondiaria e dell’abbandono, in questi contesti si realizza, tra l’altro, una forma concreta d’incontro e la collaborazione tra privati e amministrazioni, nella misura in cui i comuni partecipano, come soci, a queste iniziative.
Diverse Regioni, nel corso dell’ultimo decennio, sono intervenute a disciplinare le associazioni fondiarie e a promuoverne la costituzione attraverso diverse forme di sostegno finanziario. Sebbene solo alcune leggi facciano espresso riferimento al principio di sussidiarietà, tutte evidenziano il contributo di tali associazioni allo svolgimento di attività d’interesse generale a beneficio dell’intera collettività (quali la tutela ambientale e paesaggistica, il contrasto agli organismi nocivi per i vegetali e la prevenzione dei rischi idrogeologici e degli incendi).

Altre pratiche sussidiarie nei territori montani

Accanto a queste (ed altre) pratiche, diffuse, anche se in maniera differente, su tutto il territorio nazionale, se ne affiancano altre, altrettanto interessanti di dimensione regionale, perché nate, non come fenomeni spontanei, ma su impulso e promozione della legislazione regionale. Tra queste, per esempio, le comunità del bosco, introdotte da una legge toscana del 2018, rappresentano un modello di gestione responsabile e partecipativa delle risorse forestali. Soggetti pubblici, enti del terzo settore e associazioni, imprese e privati si uniscono per rigenerare la multifunzionalità del bosco e/o valorizzarne le vocazioni produttive a favore del territorio e delle comunità che lo abitano. Allo stesso modo, i patti di comunità, anch’essi introdotti da una legge toscana del 2022 (dal bel titolo “Custodi della montagna toscana. Disposizioni finalizzate a contrastare lo spopolamento e a rivitalizzare il tessuto sociale ed economico dei territori montani”) che mirano a favorire «rivitalizzazione del tessuto sociale ed economico» dei territori montani, attraverso accordi tra comuni montani e piccole o microimprese per lo svolgimento di «attività di gestione attiva del bosco (…), cura del territorio e attività sociali a favore della comunità locale».

La montagna come laboratorio della sussidiarietà orizzontale

La sussidiarietà orizzontale, insomma, trova nei territori montani un banco di prova particolarmente significativo e un contesto privilegiato per interrogare la capacità di tale principio di funzionare non solo come risorsa, ma come criterio ordinario di governo dei territori fragili. In questo senso, la sussidiarietà orizzontale in montagna può diventare una cifra ordinaria delle politiche per questi territori.
Attraverso pratiche collaborative, forme di auto-organizzazione e iniziative per l’erogazione di servizi di prossimità, la sussidiarietà consente di contrastare i processi di marginalizzazione territoriale, rafforzando coesione sociale e resilienza delle comunità locali. Essa contribuisce, in tal senso, a rendere effettivo quel “diritto a restare” di cui si è detto in apertura, trasformando i territori montani da spazi di potenziale abbandono a laboratori di innovazione sociale e di riabilitazione consapevole.
Ciò non può tuttavia tradursi in un arretramento delle responsabilità istituzionali, soprattutto in relazione all’erogazione di servizi essenziali, come la scuola, la sanità e i trasporti. La sussidiarietà orizzontale richiede, al contrario, amministrazioni capaci di riconoscere, accompagnare e sostenere le iniziative civiche, senza rinunciare alle proprie funzioni di garanzia. In questa prospettiva, la montagna può essere letta come uno spazio di sperimentazione istituzionale, uno spazio nel quale la sussidiarietà orizzontale può essere osservata, criticata e ripensata come elemento strutturale di un nuovo equilibrio tra Stato, territori e cittadini.

Clelia Losavio – Ricercatrice CNR, Istituto di studi sui sistemi regionali federali e sulle autonomie “Massimo Severo Giannini” (ISSIRFA); si occupa principalmente di disciplina dell’agricoltura, dell’alimentazione e dei territori montani; è responsabile scientifico del progetto di ricerca “Montagna condivisa: norme ed esperienze di sussidiarietà orizzontale”.

Bibliografia

Ferrario, Proprietà collettive, beni comuni e servizi di prossimità. Esperienze in Comelico, in L. Lorenzetti e R. Leggero (a cura di), I servizi di prossimità come beni comuni. Una nuova prospettiva per la montagna, Donzelli, 2024.
Grossi, Il mondo delle terre collettive. Itinerari giuridici tra ieri e domani, Quodlibet, 2019.
Teti, La restanza, Einaudi, 2022.
Rapporto Eurisce, 2024.
Report Aiccon, 2025.

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Immagine di copertina: Patrick Federi su Unsplash