Poco più di duecento pagine, capitoli brevi, una prosa limpida che tradisce il mestiere dell’editorialista navigata. È la prima, piccola ironia che il volume stesso sembra riconoscere: per parlare di gratuità bisogna prima farsi accessibili e scrivere in modo che chiunque possa entrare nel discorso senza pagare il pedaggio del gergo accademico. Elena Granata, che insegna Urbanistica al Politecnico di Milano, lo sa fare da anni e lo rifà qui con una certa misura, dosando i toni per raggiungere un pubblico vasto.
Vivere insieme è una questione di cura condivisa
Il nucleo poggia su una convinzione che l’autrice colloca all’inizio come un manifesto: «la città è immeritata, e in questo sta la sua bellezza; ci ricorda che vivere insieme non è una questione di merito, ma di cura condivisa. è un patto che va rinnovato a ogni generazione». Un’affermazione che pare quasi ovvia, finché non si comincia a guardare fuori dalla finestra con lo sguardo suggerito dal testo. Allora ci si accorge che sedersi all’ombra, bere a una fontana o lasciare che i bambini giochino liberamente in un cortile sono diventati gesti rari, residuali, dentro metropoli che hanno imparato a monetizzare ogni sosta e ogni metro quadro.

Figura 1: Cartello di divieto, Roma. Fonte: Mattia Pellegrino, 2026
Una città che ha smesso di pensarsi come bene comune
Si parte da un inventario minuto di ciò che un tempo era gratuito e oggi non lo è più — a partire da quelle panchine che un tempo rappresentavano il presidio elementare della socialità e della sosta gratuita, e che oggi tendono a sparire o a essere progettate per impedire il riposo prolungato — per arrivare alla domanda centrale: di chi è la città quando smette di essere pubblica e diventa un prodotto da vendere a chi può permetterselo? È un procedimento che Granata ripete più volte nel corso del libro, quasi un metodo: partire dal dettaglio minuscolo, dall’oggetto di arredo urbano che nessuno nota più, per risalire fino alla domanda politica che quel dettaglio porta con sé. Ogni oggetto diventa indizio di una trasformazione più ampia, quella di una città che ha smesso di pensarsi come bene comune per diventare superficie di rendita.

Figura 2: Piazza dei Cinquecento, Roma. Fonte: Emanuele Fatteri, 2026
Un’altra grammatica urbana
La forza del volume sta nella capacità di tenere insieme la denuncia e la proposta senza scivolare nella lamentela sterile. Granata non si limita a elencare i guasti — la gentrificazione dei centri storici, l’espulsione dell’infanzia dagli spazi aperti, le periferie abbandonate alla logica del profitto e della rendita — ma prova a tracciare i contorni di un’altra grammatica urbana. Parla di pratiche di condivisione, di usi diversi del tempo libero, di luoghi in cui il valore non coincide necessariamente con il prezzo di mercato. È un ottimismo misurato, che non scade mai nell’utopia lontana perché rimane incarnata nelle esperienze concrete di chi già ha sperimentato strade alternative, impreviste, mai prima immaginate da altri.
«In questo scenario rischiamo di diventare tutti abitanti scontenti delle città dove risediamo e turisti felici nelle città degli altri.» Tra le tante battute taglienti del libro, questa restituisce bene il paradosso della contemporaneità urbana: viaggiamo per cercare altrove la qualità dello spazio pubblico che non riusciamo più a pretendere a casa nostra, e torniamo convinti che il problema sia la nostra città in particolare, non un modello che si sta ripetendo, identico, da Lisbona a Seul.
«Città non si nasce, si diventa»
C’è poi un aspetto che merita attenzione, ed è forse la cifra più originale del percorso: la crisi dello spazio pubblico viene trattata come una questione radicale di diritti e di cittadinanza, prima ancora che di urbanistica in senso stretto. Granata apre l’accesso a un dibattito che di solito resta blindato tra tecnici e assessori, e lo fa portando dentro la discussione temi che appartengono anche alla pedagogia e alla sociologia, oltre che al disegno urbano: l’infanzia come apprendistato alla cittadinanza, il corpo come prima misura dello spazio, la fiducia reciproca come materiale da costruzione tanto quanto il cemento. Con la forza nota della sua penna, ricorda ai lettori che la responsabilità di tenere viva una città è un fatto collettivo e quotidiano, non più delegabile solo alla politica. «Città non si nasce, si diventa», scrive verso la fine, ribaltando il senso comune e restituendo all’abitare una dimensione attiva, da riconquistare giorno per giorno nei luoghi che frequentiamo.
Rigenerare per chi?
Resta, sullo sfondo, una domanda che il libro solleva più di quanto non risolva: quanto può bastare il richiamo alla cura condivisa, per quanto ben argomentato, di fronte a interessi immobiliari che muovono cifre incomparabilmente più grandi di qualunque buona volontà civica? Granata, ben consapevole del problema, lo attraversa con lo strumento della narrazione che, come ha fatto notare Paolo Bovio nell’episodio del podcast “Città” in cui l’autrice ha presentato il volume, ha dato vita a un’opera profondamente politica, quasi un vero e proprio manifesto che andrebbe messo tra le mani degli amministratori locali. Non ridefinirà la teoria urbanistica contemporanea in un giorno, ma ha il merito di rimettere al centro una domanda che la retorica della rigenerazione ha quasi sempre eluso: rigenerare per chi?
E forse è proprio in questa domanda, più che in una risposta definitiva, che il libro trova la sua ragione d’essere più vera. Perché il vero lascito di questo lavoro è un modo diverso di guardare la panchina sotto casa, il cortile chiuso, i divieti di giocare a pallone e la fontana del villaggio: imparare a vedere, in quei dettagli trascurati, il confine sempre mobile tra ciò che è ancora di tutti e ciò che qualcuno, nel frattempo, ha già cominciato a vendere.
Immagine di copertina: neufal54 su Pixabay
